Di Chiara Cavalieri
TEL AVIV. Un rapporto israeliano, pubblicato dal sito ebraico Zaman, rivela che l’Esercito israeliano ha tracciato nuove “linee rosse” lungo il corridoio di Filadelfia, adiacente al confine con l’Egitto.
Il documento evidenzia le profonde divergenze tra la leadership politica e quella militare, in un contesto di crescente incertezza sul cosiddetto “giorno dopo” la guerra a Gaza.
Le preoccupazioni dell’establishment militare
Secondo il rapporto, i vertici delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) chiedono chiarimenti immediati sui futuri accordi di sicurezza.
L’assenza di intese chiare sul controllo del confine con l’Egitto, sulla zona di sicurezza e sulla libertà operativa preoccupa lo stato maggiore, che teme di non poter garantire una risposta efficace dopo la fine dei combattimenti.

Anche l’ex capo di Stato Maggiore, Hertz Halevi, e il suo successore, Eyal Zamir, hanno sottolineato in sedi riservate la necessità di mantenere una capacità operativa flessibile, pur accettando ipotesi di ritiro temporaneo per facilitare accordi sugli ostaggi. Ma questa visione si scontra con la linea dura del premier Benjamin Netanyahu, che mantiene come priorità assoluta lo smantellamento di Hamas prima di ogni altra concessione.
Il nodo dei prigionieri e le ferite di Rafah
Il rapporto evidenzia inoltre il trauma ancora aperto dell’agosto 2024, quando sei prigionieri israeliani morirono in un tunnel a Rafah a causa di un’operazione militare mal gestita.
Da allora, l’Esercito procede con estrema cautela, rallentando le proprie mosse per evitare ulteriori errori tragici.
Questa prudenza ha creato frizioni con Netanyahu, accusato dai militari di sottovalutare i rischi sul campo.
La pressione di Washington e l’incognita della forza straniera
Un altro punto critico riguarda il ruolo degli Stati Uniti.
Nonostante Donald Trump abbia ribadito “il diritto di Israele a mantenere la propria sicurezza”, i militari considerano queste parole troppo vaghe e prive di garanzie concrete.
La possibilità che forze straniere – egiziane, emiratine o di altro tipo – entrino a Gaza per garantire il cessate il fuoco è vista con ostilità dalle IDF, che temono limitazioni drastiche alla loro libertà d’azione.
“Potrebbe ripetersi la stessa situazione di imbarazzo vissuta in Libano, con regole d’ingaggio che impediscono di operare liberamente”, sottolinea il rapporto.
Il corridoio di Filadelfia come punto di Archimede

Dal ritiro israeliano del 2005, Hamas ha sfruttato proprio questa zona per contrabbandare armi e materiali, motivo per cui oggi Israele insiste nel mantenerne il controllo diretto.

Il documento rivela che, sotto pressioni statunitensi, l’Egitto potrebbe aver mostrato una maggiore flessibilità, accettando almeno in via temporanea la possibilità di un meccanismo congiunto di ispezione con Israele e USA, basato su tecnologie di sorveglianza a distanza.
Il Corridoio di Filadelfia (o Asse di Filadelfia) è una striscia di terra lunga 14 km e larga 100 metri che segna il confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. Il suo status è attualmente uno dei punti più controversi e critici nelle trattative per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi tra Israele e Hamas.
Era una zona smilitarizzata creata dal trattato di pace del 1979 tra Israele ed Egitto.
Breve storia
1979-2005: Controllo israeliano stabilito come zona smilitarizzata dagli Accordi di Camp David, il corridoio rimase sotto il diretto controllo militare israeliano
2005 Passaggio all’Egitto con il disimpegno unilaterale da Gaza: Israele si ritirò e trasferì la sicurezza all’Egitto. Un accordo permise lo schieramento di 750 guardie di frontiera egiziane per combattere il contrabbando.
dal 2007 in poi I tunnel di contrabbando: Dopo la presa di potere di Hamas a Gaza, il corridoio divenne il fulcro di una rete sotterranea di tunnel, considerata da Israele la “linea vitale” del riarmo di Hamas.
2024: Rioccupazione israeliana: Nel maggio 2024 Israele ha annunciato di aver ripreso il pieno controllo operativo del corridoio durante l’operazione militare a Rafah, scoprendo e distruggendo decine di tunnel.
Posta in gioco nei negoziati
Mentre l’Egitto si oppone a una presenza militare israeliana permanente al confine, definendola una violazione del trattato di pace del 1979, alcuni esponenti della sicurezza, incluso l ministro della Difesa Yoav Gallant, hanno suggerito alternative come il monitoraggio tecnologico o la capacità di intervento rapido, senza presidio fisso.
Le linee rosse per il futuro
Il rapporto conclude indicando tre condizioni imprescindibili per l’esercito israeliano nel “day after”:
- Controllo totale del corridoio di Filadelfia
- Istituzione di un ampio perimetro di sicurezza attorno agli insediamenti israeliani del Negev occidentale
- Garanzia di libertà operativa in tutta la Striscia di Gaza.
Senza queste condizioni – avverte il documento – le IDF rischiano di trovarsi in gravi difficoltà nel mantenere la stabilità e la sicurezza nei decenni a venire.
Un messaggio chiaro, che riflette la crescente distanza tra le ambizioni politiche di Netanyahu e la cautela realistica dell’apparato militare, mentre il destino del confine tra Egitto e Gaza resta il vero banco di prova per qualsiasi accordo futuro.
*L’autrice è presidente della associazione Italo-Egiziana Eridanus e vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM
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