Di Giuseppe Gagliano*
GERUSALEMME. Israele ha messo in servizio un nuovo sistema di difesa, l’Iron Beam, il “Fascio di ferro”.

Non si tratta semplicemente dell’aggiunta di un’arma a un arsenale già sofisticato, ma di una svolta strategica che può essere paragonata – e forse superare – l’impatto avuto dall’irruzione dei droni nella guerra moderna all’inizio del conflitto ucraino.
Qui non siamo davanti a un’innovazione incrementale: è un cambio di paradigma.
La luce come arma
L’Iron Beam è un sistema di difesa che utilizza fasci laser ad alta energia per neutralizzare droni, razzi e colpi di artiglieria una volta individuati dai radar.
Un laser, in fondo, è luce. Ma una luce concentrata, proiettata a distanza su un bersaglio, produce un effetto termico sufficiente a danneggiare componenti vitali: una scheda elettronica, un sensore, un elemento del sistema di guida.
Il risultato è immediato: il bersaglio perde funzionalità e cade. Per la prima volta nella storia, si combatte letteralmente con la luce.
Nelle immagini di presentazione del sistema sviluppato da Rafael, azienda controllata dallo Stato israeliano, il fascio è visibile solo tramite telecamere a infrarossi. All’occhio umano resta invisibile, perché opera in uno spettro che non percepiamo.
Un’arma silenziosa, discreta, quasi astratta.
Una difesa integrata e già operativa
Con l’Iron Beam, Israele completa una struttura di difesa aerea già unica al mondo, che comprende l’Iron Dome, la Fionda di Davide e il sistema Arrow.

Durante la fase di test, il laser sarebbe stato utilizzato anche contro droni lanciati da Hezbollah dal Libano, segno che non si tratta di un prototipo sperimentale ma di uno strumento già calato nella realtà operativa.
Contro piccoli droni, come gli FPV oggi diffusissimi sul campo di battaglia ucraino, la neutralizzazione richiede uno o due secondi. Al massimo tre in condizioni di pioggia o forte umidità, perché l’acqua assorbe parte dell’energia del fascio.
Ma quando il meteo è davvero avverso, i droni stessi non riescono a volare: il laser, al contrario, mantiene un’elevata percentuale di operatività.
Il ribaltamento dell’equazione economica
Finora la guerra dei droni ha premiato l’attaccante.
Velivoli che costano poche centinaia o migliaia di euro – talvolta molto di più – obbligavano la difesa a impiegare missili da decine di migliaia di euro.
Con il laser, l’equazione si rovescia. Ogni colpo dell’Iron Beam costerebbe meno di tre euro, sostanzialmente il prezzo dell’energia elettrica consumata.
Un missile Tamir dell’Iron Dome, per confronto, arriva a costare circa 70 mila euro.

Non è un dettaglio contabile: è una trasformazione strutturale del modo di concepire la difesa aerea e la guerra di saturazione. La difesa torna sostenibile nel tempo e potenzialmente dominante.
Una svolta globale
Prima di Israele, solo la Francia aveva sperimentato sistemi laser in ambito difensivo, ma in un contesto molto diverso: la protezione antiterrorismo durante grandi eventi, con laser di potenza nettamente inferiore destinati a intercettare piccoli droni.
Nulla di paragonabile, per scala e ambizione, all’Iron Beam.
Per Israele, questa tecnologia equivale quasi alla scoperta di un grande giacimento energetico.
Le prospettive di esportazione sono enormi. Gli Stati Uniti, impegnati nello sviluppo di un proprio scudo antimissile, osservano con attenzione. Il programma americano, ribattezzato “Golden Dome”, resta per ora meno avanzato di un sistema israeliano già testato e impiegato.
Dopo i droni, l’era del laser
I droni avevano riportato il vantaggio dalla parte dell’attacco.
Il laser potrebbe chiudere quella parentesi. Silenzioso, rapidissimo, dal costo irrisorio a ogni impiego, apre una nuova fase della conflittualità contemporanea.
Una fase in cui la superiorità non si misurerà più soltanto in missili o piattaforme, ma nella capacità di dominare l’energia e, in ultima analisi, la luce.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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