Israele: il nuovo Governo Eisenkot alternativa a Netanyahu ma non promette la pace

Di Giuseppe Gagliano*

GERUSALEMME. Dietro il volto del Generale pragmatico c’è una dottrina militare fondata sulla devastazione. Il cambiamento politico israeliano va misurato sugli obiettivi, non soltanto sui protagonisti.

Il Generale Gadi Eisenkot

 

Il rischio, quando si guarda a Israele dall’Europa, è scambiare la fine di un’epoca politica per il superamento delle idee che l’hanno governata.

Benjamin Netanyahu ha occupato tanto a lungo la scena da trasformare ogni suo avversario nella promessa di qualcosa di radicalmente diverso.

Gadi Eisenkot si presta a questa aspettativa: generale, ex capo di Stato maggiore, critico delle interferenze politiche nelle decisioni militari. Ma il suo curriculum impone una domanda: quanto cambierebbe la politica israeliana verso i palestinesi se a guidarla fosse un uomo che contesta Netanyahu senza rinnegare alcuni dei presupposti strategici sui quali si è costruita la sua politica?

Benjamin Netanyahu

Il passato che accompagna il Generale

Il punto di partenza è il 2008. Eisenkot, allora comandante del fronte settentrionale, illustrò una risposta a eventuali attacchi di Hezbollah che sarebbe diventata conosciuta come dottrina Dahiya, dal quartiere di Beirut devastato durante la guerra del 2006.

Miliziani di Hezbollah

Ai villaggi libanesi dai quali fossero partiti attacchi sarebbe stato riservato un trattamento analogo, impiegando una forza dichiaratamente sproporzionata e provocando distruzioni estese. Nel suo ragionamento, quei villaggi venivano assimilati a basi militari. Sono dichiarazioni documentate, non una ricostruzione dei suoi oppositori.

La questione strategica è evidente.

Quando un’organizzazione armata opera dentro un territorio abitato, colpire quel territorio in profondità può distruggerne depositi, collegamenti e strutture di comando.

Ma può anche trasformare la popolazione civile nel destinatario materiale della pressione esercitata sul nemico.

La distruzione diventa così un messaggio rivolto all’intera società: ospitare, sostenere o semplicemente convivere con quella forza armata comporterà un prezzo insopportabile.

Qui emerge il problema della distinzione tra obiettivi militari e beni civili.

Un villaggio non perde complessivamente la propria protezione perché vi operano combattenti. E la proporzionalità giuridica di un attacco si valuta confrontando i danni civili prevedibili con il vantaggio militare concreto atteso.

Le parole di Eisenkot meritano quindi un esame severo, senza trasformarle automaticamente in una sentenza penale: le responsabilità individuali richiedono l’accertamento di condotte specifiche.

Rafah e l’equivoco del moderato

Un episodio chiarisce quanto sia improprio tradurre automaticamente l’opposizione a Netanyahu in opposizione alla guerra.

Nel giugno 2024, Eisenkot accusò il primo ministro di aver ritardato l’operazione a Rafah: secondo la sua ricostruzione, lui e altri esponenti del Gabinetto di guerra avrebbero voluto procedere già a febbraio, mentre Netanyahu avrebbe rinviato fino a maggio.

Il Likud contestò l’accusa. Rimane però la posizione espressa dal Generale, che rivendicava la disponibilità ad attaccare prima.

È una differenza essenziale. Una parte della critica di Eisenkot riguarda l’efficacia della guerra e il rapporto tra decisioni militari e convenienza politica. Il generale contesta un potere che, nella sua lettura, sacrifica la coerenza strategica alla sopravvivenza della coalizione. Da questo non discende necessariamente una diversa concezione dei rapporti con i palestinesi.

Eisenkot, inoltre, partecipò come osservatore al Gabinetto di guerra dall’ottobre 2023 al giugno 2024. Il ruolo era diverso da quello del primo ministro e del ministro della Difesa, ma lo collocava comunque nel cuore della gestione politica del conflitto.

Dopo le dimissioni descrisse i primi mesi come professionalmente condotti, facendo risalire a una fase successiva il prevalere delle interferenze politiche. La sua uscita non fu una sconfessione complessiva della condotta iniziale della guerra.

La trattativa come strumento strategico

Le differenze con la destra radicale esistono. Eisenkot sostenne la necessità di una pausa nei combattimenti per liberare gli ostaggi e si espresse contro l’instaurazione di un governo militare israeliano a Gaza.

Secondo le dichiarazioni riportate nel maggio 2024, contemplava però anche la ripresa delle operazioni dopo la tregua.

La trattativa entrava dunque nella strategia militare, senza sostituirla.

Questa impostazione ha una razionalità economica. Un’occupazione permanente richiede truppe, amministrazione, approvvigionamenti, controllo del territorio e risorse sottratte ad altri impieghi. Evitarla può rispondere all’interesse israeliano a contenere i costi, anche senza riconoscere ai palestinesi una piena sovranità.

Per valutare un eventuale cambiamento servirebbe conoscere chi amministrerebbe Gaza, con quale legittimità e con quale autonomia.

Anche la ricostruzione ha un significato geopolitico.

In uno scenario di distruzione seguita da stabilizzazione finanziata dall’esterno, i donatori potrebbero sostenere una parte.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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