Di Giuseppe Gagliano*
GERUSALEMME. L’opposizione rischia di restare prigioniera delle proprie esclusioni. Il peso dei coloni e la continuità degli obiettivi militari restringono lo spazio del cambiamento
Il risultato delle elezioni israeliane contiene un paradosso, ma bisogna individuarlo nel punto giusto. L’affermazione dei partiti arabi può complicare la costruzione di una maggioranza alternativa a Benjamin Netanyahu soltanto perché una parte dei suoi avversari considera inaccettabile governare con loro.

La causa dello stallo risiede dunque nelle scelte dei dirigenti politici che rifiutano quella collaborazione. Attribuirla agli elettori arabi significherebbe scambiare l’esercizio di un diritto con la responsabilità delle esclusioni altrui.
Le proiezioni richiamate nell’analisi assegnano 53 seggi al campo del primo ministro, circa 48 all’opposizione e 19 ai partiti arabi.
Nessuno schieramento dispone autonomamente dei 61 parlamentari necessari per una maggioranza assoluta. Netanyahu deve trovare nuovi sostegni; Eisenkot e i suoi possibili alleati devono decidere se la promessa di sostituirlo valga abbastanza da rivedere i veti pronunciati durante la campagna elettorale.
È una differenza decisiva. Il primo ministro può trattare sulle divisioni dei rivali. L’opposizione deve prima risolvere le proprie.
La sopravvivenza politica passa attraverso le divisioni degli avversari
Netanyahu conserva un vantaggio negoziale: conosce le ambizioni, le rivalità e le vulnerabilità del sistema nel quale opera da decenni.
La ricerca di otto parlamentari aggiuntivi resta un’impresa difficile, soprattutto quando i potenziali interlocutori hanno chiesto il voto promettendo di allontanarlo dal potere.
Tuttavia, un’intesa più ampia potrebbe essere presentata come una necessità nazionale, giustificata dalla guerra e dalla sicurezza.
Le ipotesi di mediazione statunitense fra Netanyahu e alcuni sfidanti, riferite nell’articolo, restano indiscrezioni. Indicano comunque una possibile logica negoziale: costruire una maggioranza capace di assicurare continuità strategica, assorbendo almeno una parte dell’opposizione.
Una simile soluzione avrebbe un prezzo politico. Chi ha promesso un’inchiesta sulle responsabilità del 7 ottobre e una discontinuità nella guida del Paese dovrebbe spiegare ai propri elettori quali risultati concreti giustifichino l’accordo.

Per Netanyahu, invece, la partecipazione degli avversari potrebbe distribuire le responsabilità delle decisioni future e ridurre la pressione sulla propria permanenza al governo.
I coloni, dalla rappresentanza politica al controllo del territorio
La questione della Cisgiordania rende ancora più difficile separare gli accordi parlamentari dalle scelte strategiche. Il movimento dei coloni esercita il proprio peso attraverso partiti, organizzazioni, insediamenti e capacità di mobilitazione.
La sua influenza riguarda anche la definizione di ciò che una coalizione può decidere senza mettere a rischio la propria tenuta.
L’ipotesi di un governo sostenuto dai partiti arabi toccherebbe direttamente questo equilibrio. Potrebbe portare al centro delle trattative la violenza contro i palestinesi, i finanziamenti agli avamposti e l’espansione degli insediamenti. Sarebbe però eccessivo considerare inevitabile una reazione tale da rendere impossibile qualsiasi accordo. Questa è una valutazione politica, non un esito già scritto.
Il punto strategico è un altro: quando gruppi radicati sul territorio possono condizionare le scelte del governo mediante la pressione e la minaccia della mobilitazione, l’autorità dello Stato incontra un limite interno. La colonizzazione diventa allora anche un vincolo sulla politica israeliana: produce interessi, infrastrutture e rapporti di forza che ogni esecutivo successivo deve affrontare.
Vincere la guerra: con quale risultato politico?
Fra Netanyahu e una parte dei suoi sfidanti esiste una continuità negli obiettivi di sicurezza che restringe la portata dell’alternanza. Contestare la conduzione della guerra perché inefficace lascia aperta la possibilità di proseguirla con altri metodi, altri tempi e una diversa guida.
La valutazione militare deve però partire dal risultato politico desiderato. Ridurre le capacità di Hamas, controllare Gaza, prevenire nuovi attacchi e costruire un assetto regionale stabile sono obiettivi differenti. Ciascuno richiede mezzi, risorse e interlocutori specifici. La formula della vittoria definitiva tende a riunirli senza chiarire le condizioni necessarie per conseguirli.
Una campagna militare può ottenere successi operativi e lasciare irrisolto il problema del governo del territorio. Può anche imporre un controllo prolungato, con costi crescenti in uomini, risorse e legittimità internazionale. Il rischio è che la guerra diventi il quadro permanente della politica, mentre ogni mancata stabilizzazione giustifica nuove operazioni.
Il conto economico dell’incertezza
La durata del conflitto pesa anche sulla capacità di finanziare il futuro. Spesa militare, mobilitazione dei riservisti e incertezza sugli investimenti competono con le necessità civili. Per i palestinesi, distruzione, restrizioni alla circolazione e fragilità delle finanze pubbliche compromettono lavoro, servizi e possibilità di ricostruzione.
Un governo più ampio potrebbe gestire meglio alcuni di questi costi e migliorare i rapporti diplomatici.
La discontinuità andrebbe misurata sulle decisioni: entrate palestinesi trasferite, protezione dei civili, accesso agli aiuti, limiti alla colonizzazione e prospettive di governo per Gaza.
L’esito delle trattative resta aperto: accordi trasversali, maggioranze sostenute dai partiti arabi o nuove elezioni dipenderanno da scelte ancora da compiere.
Netanyahu può trarre vantaggio dai veti dei suoi avversari, ma questo non equivale a ricevere un mandato popolare illimitato alla prosecuzione della guerra. La prova dell’alternanza sarà trasformare il desiderio di cambiare primo ministro in una politica capace di modificare anche le condizioni che alimentano il conflitto.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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