Di Bruno Di Gioacchino
WASHINGTON D. C. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato un “cessate il fuoco completo e totale” tra Iran e Israele, ponendo fine a 12 giorni di escalation militare che hanno infiammato il Medio Oriente e preoccupato la comunità internazionale.

“È finita. La guerra dei 12 giorni è finita”, ha dichiarato Trump dalla Casa Bianca, rivendicando il ruolo decisivo degli Stati Uniti nella mediazione e sottolineando la forza americana come strumento di stabilizzazione.
L’escalation è iniziata con un attacco aereo israeliano contro le centrali nucleari iraniane di Fordow e Natanz, motivato da nuove evidenze sull’avanzamento del programma atomico iraniano oltre i limiti stabiliti dal JCPOA.

In risposta, Teheran ha lanciato missili balistici verso obiettivi militari e infrastrutturali in Israele, colpendo anche una base americana in Qatar.
Nonostante le vittime siano state limitate, l’impatto simbolico e strategico dello scontro ha riacceso i timori di una guerra regionale a tutto campo, simile a quella del 2006 contro Hezbollah, ma con implicazioni nucleari potenzialmente devastanti.
Questo breve ma intenso conflitto si inserisce in una dinamica globale più ampia: la competizione tra regimi autoritari e democrazie liberali.
L’Iran, sostenuto da milizie sciite e da un’agenda rivoluzionaria, rappresenta un polo di sfida all’ordine occidentale.
Israele, invece, è il baluardo democratico nella regione, protetto da un avanzato scudo antimissile e dall’ombrello strategico statunitense.
L’attacco alle centrali iraniane segna il ritorno dell’interdizione preventiva israeliana contro la proliferazione nucleare.
La risposta iraniana, calibrata ma simbolica, ha incluso missili diretti anche verso obiettivi USA, segnalando la volontà di Teheran di sostenere la propria deterrenza senza precipitare in un conflitto totale.
L’intervento diretto di Trump, avvenuto al di fuori di qualsiasi quadro multilaterale, conferma l’approccio unilaterale e transazionale che ha caratterizzato fin dal suo primo mandato la sua politica estera.
Nessun coinvolgimento dell’ONU o di conferenze internazionali: la tregua è stata imposta bilateralmente, con telefonate riservate e pressioni mirate – una diplomazia muscolare che privilegia la forza negoziale americana rispetto al consenso globale.
La tregua si basa su un equilibrio instabile: basta un incidente o un attacco di milizie non statali per far ripartire le ostilità.
L’assenza di un meccanismo multilaterale (come i colloqui di Vienna) evidenzia l’indebolimento del sistema internazionale nella gestione delle crisi complesse.
Gli USA sono tornati centrali, ma operano da soli.
Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita stanno cercando di assumere un ruolo attivo nella mediazione regionale, per proteggere stabilità e interessi economici. Una nuova centralità araba è in emersione.
Il confronto conferma l’ulteriore frammentazione dell’ordine internazionale: le autocrazie agiscono in modo asimmetrico, le democrazie rispondono, ma senza una strategia condivisa.
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