Di Bruno Di Gioacchino
DOHA. Con la mediazione dell’Egitto e del Qatar, e il sostegno delle intelligence americana e qatariota, si è discusso un nuovo accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas.
L’intesa, che prevede una tregua temporanea accompagnata da uno scambio tra ostaggi israeliani e detenuti palestinesi, si inserisce però in un quadro più ampio: quello di un conflitto sempre meno locale e sempre più condizionato da interessi geopolitici esterni. È in questo contesto che emerge il concetto di “tregua telecomandata”.

Il termine allude a una dinamica complessa in cui i veri decisori non sono solo le parti direttamente coinvolte, ma attori esterni che influenzano tempi, modalità e contenuti degli accordi.
Hamas, sostenuto militarmente e finanziariamente dall’Iran, agisce come estensione strategica di Teheran nel Levante.
Israele, a sua volta, si muove in un equilibrio delicato tra esigenze di sicurezza e vincoli internazionali, sotto la pressione costante degli alleati occidentali, in particolare degli Stati Uniti.
Le tregue, in questo scenario, non rappresentano una volontà genuina di pace, ma pause tattiche strumentali a fini strategici: Hamas per riorganizzarsi militarmente, Israele per contenere l’isolamento diplomatic.
Il conflitto viene così gestito come uno strumento funzionale al consenso interno e alla pressione esterna.
L’Egitto e il Qatar, pur figurando come mediatori, non sono attori neutrali.
Il Cairo ha un interesse diretto alla stabilità della Striscia di Gaza: un collasso totale significherebbe instabilità al confine orientale e una crisi umanitaria ingestibile.

Doha, invece, da anni si propone come intermediario tra Washington e Teheran, coltivando relazioni con tutti gli attori regionali nel tentativo di consolidare il proprio ruolo di potenza negoziale.
Gli Stati Uniti esercitano un pressing crescente sul Governo israeliano, soprattutto dopo i mandati della Corte Penale Internazionale.
In un anno elettorale come il 2024, la Casa Bianca guarda alla tregua anche come strumento per raffreddare un fronte potenzialmente destabilizzante per la politica estera americana.
La tregua non è un primo passo verso la risoluzione del conflitto, ma una parentesi temporanea funzionale agli interessi di parte.
Nessuno dei due attori principali – né Israele né Hamas – appare oggi realmente orientato a una pace duratura.
Al contrario, il conflitto serve a consolidare leadership politiche, gestire pressioni interne e posizionarsi nello scacchiere regionale.
L’accordo discusso a Doha è quindi il simbolo di una nuova fase storica in cui i conflitti regionali sono sempre più utilizzati come leve strategiche dalle grandi potenze.
L’Iran rafforza la propria influenza attraverso attori non statali come Hamas e Hezbollah.

Gli Stati Uniti cercano di mantenere una fragile stabilità regionale.
Il Qatar si accredita come interlocutore trasversale.
L’Egitto difende i propri equilibri interni. In questo scenario, nessuna tregua è davvero autonoma.
Ogni pausa nei combattimenti è calibrata su logiche esterne di deterrenza, consenso e pressione diplomatica.
Il rischio concreto è che si consolidi una stabilità solo apparente: un equilibrio fragile in cui le ostilità vengono interrotte a comando, ma pronte a riaccendersi al primo mutamento degli equilibri geopolitici.
Il conflitto israelo-palestinese, da nodo locale, diventa così componente strutturale dell’ordine regionale mediorientale post-Accordi di Abramo.

La tregua dIi lunedì, per quanto necessaria sul piano umanitario, non rappresenta una via d’uscita dal conflitto.
Al contrario, mostra quanto profondamente la guerra sia ormai inserita in una rete globale di interessi incrociati.
E quanto lontana resti, ancora oggi, una pace autentica.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

