Kosovo: il ponte sul fiume Ibar e la memoria del Paese

Di Marco Petrelli

MITROVICA.  Il 10 agosto scorso KFOR ha avviato il progressivo trasferimento della propria presenza permanente dal ponte principale sul fiume Ibar, a Mitrovica.

Carabinieri dell’MSU a Mitrovica

Il presidio fisso dei Carabinieri italiani sul lato settentrionale è stato rimosso, mentre la presenza di KFOR nell’area non è cessata e la Kosovo Police ha progressivamente assunto un ruolo maggiore nel dispositivo di sicurezza.

La riapertura del ponte al traffico veicolare, da anni auspicata dalle autorità di Pristina, resta tuttavia ancora senza una data ufficiale.

A quasi tre decenni dalla fine di un conflitto che in Europa occidentale abbiamo quasi rimosso dalla memoria, tensioni politiche, identitarie ed etniche continuano a emergere sotto la superficie. Già, perché nei Balcani il tempo sembra scorrere molto più lentamente, alimentato da una storia secolare di equilibri fragili, contrapposizioni nazionali e religiose e, non di rado, violenze di massa.

Nel giugno del 1989, durante la grande commemorazione del seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje, Slobodan Milošević evocò nel suo celebre discorso il tema della disunione e del tradimento, presentandoli come una tragedia che aveva segnato la storia serba per sei secoli. Kosovo Polje, la “Piana dei merli”, era il luogo nel quale, il 28 giugno 1389, le forze guidate dal principe Lazar erano state sconfitte dagli ottomani.

Agenti della Kosovo Police in addestramento

La battaglia del 1389 è però uno di quei momenti nei quali storia e memoria nazionale finiscono per sovrapporsi. Nella tradizione epica serba la sconfitta di Kosovo è stata associata al tema del tradimento e, nei secoli, questa narrazione ha assunto un peso enorme nella costruzione dell’identità nazionale.

La storiografia, tuttavia, non consente di trasformare il motivo del tradimento in una spiegazione documentata della sconfitta.

La composizione delle forze cristiane era inoltre più complessa di quanto suggerisca una contrapposizione semplicemente serbo-ottomana: vi parteciparono contingenti e nobili di diversa provenienza.

Anche l’idea di un generale “tradimento albanese” va quindi trattata con cautela. Alcuni nobili albanesi combatterono al fianco delle forze cristiane, mentre altri gruppi e signori ebbero rapporti differenti con il potere ottomano.

Non esiste, in ogni caso, una base storica sufficiente per attribuire la sconfitta del 1389 a un presunto tradimento collettivo degli albanesi.

Molto più tardi, nel XV secolo, Giorgio Castriota Skanderbeg sarebbe diventato il principale simbolo della resistenza albanese contro l’espansione ottomana. Skanderbeg è l’eroe nazionale dell’Albania ed è una figura celebrata anche nella memoria degli albanesi del Kosovo.

Ma il suo ruolo appartiene a una generazione successiva alla battaglia di Kosovo Polje: nato nel 1405, non ebbe infatti alcun rapporto diretto con gli eventi del 1389.

Un monumento equestre di Giorgio Castriota Skandeberg

La distinzione tra memoria e storia è fondamentale. Le comunità non ricordano necessariamente il passato per come è avvenuto: lo reinterpretano, lo trasformano in simbolo, lo trasmettono attraverso la letteratura, la religione, la politica e la memoria familiare.

Nel corso dei secoli, interpretazioni storiche, miti fondativi e narrazioni nazionali possono finire per sovrapporsi fino a diventare, agli occhi di chi le riceve, una realtà indiscutibile.

Sei secoli durante i quali la regione ha attraversato conquiste, imperi, rivolte, nazionalismi e guerre.

L’espansione e il dominio ottomano, protrattisi in larga parte dei Balcani fino agli inizi del Novecento, e la successiva affermazione dei nazionalismi contribuirono a mantenere profonde divisioni culturali, religiose e politiche tra popolazioni spesso costrette a vivere fianco a fianco.

Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi Regno di Jugoslavia, tentò di riunire sotto un’unica monarchia popolazioni e identità differenti. Il progetto non cancellò però le tensioni nazionali.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia costruì un nuovo equilibrio federale sotto la guida di Josip Broz Tito.

Josif Tito

La Jugoslavia socialista riuscì per alcuni decenni a mantenere insieme popolazioni e identità nazionali differenti, ma non eliminò le identità nazionali né le tensioni tra i diversi gruppi. La formula della “fratellanza e unità” contribuì a tenere insieme la federazione, ma le questioni nazionali e territoriali non scomparvero.

Il Kosovo occupava una posizione particolarmente delicata.

Durante la Seconda Guerra mondiale la regione era stata attraversata da violenze, persecuzioni, espulsioni e conflitti politici e nazionali.

Nel dopoguerra il nuovo Stato jugoslavo dovette affrontare anche la resistenza armata di gruppi albanesi contrari all’integrazione nella federazione.

Nel corso dei decenni successivi, il rapporto tra popolazione albanese, autorità serbe e istituzioni federali rimase una delle questioni più sensibili della Jugoslavia.

Nel 1974 la nuova Costituzione jugoslava attribuì al Kosovo e alla Vojvodina un livello molto elevato di autonomia.

Fu proprio questa autonomia a essere drasticamente ridotta da Slobodan Milošević alla fine degli anni Ottanta, mentre il leader serbo cercava di rafforzare il peso politico della Serbia all’interno della federazione e di modificare l’equilibrio istituzionale costruito negli anni di Tito.

La morte di Tito nel 1980 e, soprattutto, la crisi economica e politica degli anni successivi aprirono una fase di crescente instabilità. Alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta, il nazionalismo divenne una delle principali forze politiche nello spazio jugoslavo. La dissoluzione della federazione avrebbe poi prodotto una serie di conflitti, culminati anche nella guerra del Kosovo del 1998-1999.

Il conflitto del Kosovo fu preceduto da anni di crescente repressione, radicalizzazione politica e scontro tra le autorità serbe e il movimento indipendentista albanese.

Nel 1998 la situazione degenerò in una guerra aperta tra le forze della Repubblica Federale di Jugoslavia e della Serbia e l’Esercito di liberazione del Kosovo, l’UÇK.

Il conflitto provocò gravi violazioni dei diritti umani, uccisioni, espulsioni e un enorme movimento di profughi.

La campagna aerea della NATO iniziò nel marzo 1999. Il conflitto terminò nel giugno dello stesso anno, quando venne raggiunto un accordo che portò al ritiro delle forze jugoslave e serbe dal Kosovo.

La Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvata il 10 giugno 1999, istituì quindi il quadro internazionale per la presenza di sicurezza e l’amministrazione provvisoria del Kosovo.

La risoluzione riaffermava la sovranità e l’integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia, prevedendo contemporaneamente per il Kosovo una sostanziale autonomia e un’autogestione significativa.

Il futuro status della provincia rimase tuttavia irrisolto. Il 17 febbraio 2008 le istituzioni kosovare proclamarono unilateralmente l’indipendenza.

Molti Stati occidentali riconobbero il nuovo Stato, mentre la Serbia continuò a considerare il Kosovo parte del proprio territorio.

L’indipendenza non fu inoltre riconosciuta da tutti gli Stati dell’Unione europea: tra questi, ancora oggi, figurano Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia.

La Corte internazionale di giustizia, nel 2010, stabilì che la dichiarazione di indipendenza del Kosovo non aveva violato il diritto internazionale generale.

La decisione non impose tuttavia agli Stati di riconoscere il Kosovo come Stato indipendente, e la questione del suo status internazionale rimane ancora oggi fonte di contrapposizione tra Belgrado e Pristina.

Il Kosovo del 2026 non è più quello della guerra.

Ma questo non significa che tutte le tensioni siano scomparse. Nel Nord del Paese, dove la popolazione serba è particolarmente numerosa, la questione dei rapporti con le istituzioni di Pristina continua a essere una delle principali fonti di instabilità politica.

Murales serbo a Mitrovica Nord

Mitrovica è forse il luogo nel quale questa realtà appare con maggiore immediatezza. Attraversare il ponte sul fiume Ibar può dare quasi la sensazione di passare da una città all’altra.

La parte settentrionale, a prevalenza serba, e quella meridionale, a prevalenza albanese, sono fisicamente vicinissime ma appartengono a due realtà sociali e politiche ancora profondamente differenti.

Il ponte è diventato così molto più di un’infrastruttura. È un simbolo. Per anni ha rappresentato la divisione geografica e soprattutto politica ed etnica della città.

La sua eventuale riapertura al traffico veicolare avrebbe quindi un significato che va ben oltre la semplice circolazione automobilistica.

Ed è proprio qui che la vicenda contemporanea si ricongiunge con quella storica.

In occasione di un viaggio in Kosovo, chi scrive ebbe modo di visitare il cimitero serbo-ortodosso di Dečani, a poche centinaia di metri dallo storico monastero ortodosso di Visoki Dečani.

Un militare Italiano in servizio di vigilanza in Kosovo presso il Monastero di Decane

Le condizioni di degrado del camposanto restituivano un’immagine malinconica di una convivenza ancora lontana dall’essere pienamente realizzata.

A quasi trent’anni di distanza, quindi, non è corretto parlare di Kosovo in guerra.

È però altrettanto difficile però pensare che la questione etnica si sia di risolta da sola ed in modo definitivo.

La memoria degli scontri, le identità nazionali, lo status del Kosovo e i rapporti tra la maggioranza albanese e la minoranza serba continuano a influenzare la politica e la vita quotidiana.

In Occidente, intanto, gli echi della guerra del Kosovo si sono inevitabilmente affievoliti.

Per una parte delle nuove generazioni europee, il 1999 appartiene ormai alla storia contemporanea più che alla memoria personale.

Parole come Milošević, pulizia etnica, UÇK, NATO e guerra del Kosovo rischiano di diventare riferimenti lontani, privi del peso emotivo che ebbero per chi li visse direttamente.

Slobodan Milosevic

 

Nei Balcani, invece, il passato continua spesso a dialogare con il presente.

Non perché il tempo scorra davvero più lentamente, ma perché alcune ferite storiche non sono soltanto ricordi: continuano a influenzare identità, confini, politica e rapporti tra comunità.

Il ponte sull’Ibar, ancora oggi sospeso tra due parti di Mitrovica, ne è forse una delle immagini più efficaci.

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