Intelligence: oltre il mito di “GI Jane”, storia delle soldatesse delle Forze Speciali britanniche

Di Paola Ducci*

LONDRA. Nelle storie di Hollywood, la donna nelle Forze Speciali è quasi sempre un’eccezione: una figura isolata, un simbolo di ribellione contro un sistema che non la vuole.

La realtà operativa britannica è molto diversa. Dietro le linee più instabili del pianeta, lontano dai riflettori e dalle narrazioni cinematografiche, esiste una rete silenziosa di professioniste che operano attivamente.

Non sono icone pop ma ingranaggi essenziali di missioni che richiedono sangue freddo, lucidità e una capacità di mimetizzazione che nessun film ha mai raccontato davvero.

Una operatrice dello SRR

Il caso che ha acceso i riflettori è quello della sergente dello Special Reconnaissance Regiment (SRR) soprannominata dai media “GI Jane”.

Il nome è fuorviante: non c’è nulla di hollywoodiano nell’azione che ha compiuto.

Durante una missione congiunta con operatori del SAS e agenti dell’MI6, al confine tra Siria e Iraq, la pattuglia britannica è caduta in un’imboscata dello Stato Islamico. Il terreno, scelto con cura dai miliziani, ha trasformato il deserto in una trappola geometrica: fuoco incrociato, esplosivi, tentativi di accerchiamento.

Un H&K MP5K occultato in una valigetta

Nel caos dello scontro, il Sergente dell’SRR è scesa dal veicolo per coprire la retroguardia.

Armata di una pistola mitragliatrice Heckler & Koch MP5K, un’arma compatta e ad alta cadenza di fuoco, ideale per gli spazi ristretti e la difesa d’emergenza, ha ingaggiato i terroristi a distanza ravvicinata mantenendo al tempo stesso un flusso radio costante e preciso.

Ha indicato le posizioni nemiche, ha corretto gli angoli di tiro dei compagni, ha eliminato almeno tre aggressori prima che potessero chiudere la manovra di accerchiamento. Il suo intervento ha permesso alla pattuglia di rompere il contatto e mettersi in salvo.

Nessuna retorica, nessuna posa eroica: solo addestramento, disciplina e lucidità.

Per capire perché una donna fosse lì, nel cuore di una zona grigia tra Siria e Iraq, bisogna guardare alla natura stessa dell’SRR

. Nato nel 2005 per affrontare le nuove forme di terrorismo globale, il reggimento è l’erede diretto della 14 Intelligence Company, l’unità che operava sotto copertura nei quartieri più pericolosi dell’Irlanda del Nord.

A differenza del SAS o dell’SBS, l’SRR vive nell’ombra: sorveglianza, infiltrazione, raccolta informativa, osservazione a lungo raggio.

Qui la presenza femminile non vuole essere un gesto politico ma un vantaggio operativo.

In molti contesti tribali o urbani una pattuglia composta da soli uomini sarebbe immediatamente sospetta.

Il basco dello SRR al National Army Museum di Chelsea, Londra

Una donna invece può muoversi in coppia con un collega simulando una routine civile, può avvicinare fonti femminili in culture dove l’interazione con uomini stranieri è proibita, può attraversare mercati e quartieri senza attirare attenzione.

La sua presenza è una risorsa tattica e non un’eccezione.

L’episodio siriano non è isolato. In Iraq due giovani operatrici dell’SRR, fluenti in arabo, hanno reagito sotto il fuoco di una milizia locale, proteggendo i colleghi del SAS e garantendo l’esfiltrazione.

Dal 2018 tutte le unità d’élite britanniche – SAS e SBS inclusi – sono ufficialmente aperte alle candidature femminili, senza alcuna modifica agli standard.

Per preparare le migliori l’Esercito ha creato il Project Artemis, un percorso di addestramento avanzato che replica le condizioni estreme delle selezioni dei corpi speciali.

Le resistenze culturali iniziali sono state spazzate via dai fatti.

Nei reparti d’élite moderni, soprattutto nel SAS, il valore di un operatore non si misura sulla forza muscolare ma sulla capacità di decidere sotto stress, sulla precisione nel tiro, sulla padronanza delle lingue, sulla capacità di scomparire nell’ambiente.

In questi campi molte operatrici hanno dimostrato standard pari o superiori alla media.

Le loro identità resteranno segrete, i loro volti non compariranno mai sui giornali.

Ma dietro la cortina di riservatezza, una nuova generazione di combattenti sta ridefinendo il concetto stesso di letalità. Non sono “GI Jane”. Sono professioniste invisibili, essenziali, letali.

E la loro storia è appena iniziata.

*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa

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