Libia: basta una valvola per mettere in ginocchio lo Stato. La crisi di Sharara non è un incidente tecnico, ma l’ennesima dimostrazione che il petrolio libico resta ostaggio delle armi

Di Giuseppe Gagliano*

TRIPOLI. La notizia è ormai confermata, ma richiede una correzione importante. Non è stata chiusa la società Akakus: un gruppo armato ha serrato la valvola numero 7 dell’oleodotto che trasporta il greggio dal giacimento di Sharara al porto e alla raffineria di Zawiya. Akakus Oil Operations è invece la società che gestisce il giacimento per conto della Compagnia nazionale petrolifera libica insieme con Repsol, TotalEnergies, OMV ed Equinor.

La Compagnia nazionale ha comunicato che la chiusura ha provocato un aumento della pressione nell’oleodotto e una forte diminuzione della produzione. Le squadre tecniche non sono riuscite a raggiungere la zona delle valvole 6 e 7, mentre le richieste rivolte alla Guardia delle installazioni petrolifere del sud-ovest non hanno prodotto risultati. Se la chiusura dovesse continuare, Sharara potrebbe fermarsi completamente e la compagnia potrebbe dichiarare lo stato di forza maggiore.

Un pozzo petrolifero libico

 

Il petrolio come strumento di ricatto

Sharara può produrre tra 300.000 e 320.000 barili al giorno e rappresenta oltre un quinto della produzione libica, recentemente attestata intorno a 1,4 milioni di barili quotidiani. Non è quindi un giacimento marginale, ma una delle colonne finanziarie dello Stato.

Alcune fonti locali indicano una caduta della produzione da circa 335.000 a 105.000 barili giornalieri; altre valutazioni parlano di circa 127.000 barili. La Compagnia nazionale ha confermato soltanto una riduzione significativa, senza indicarne l’entità esatta. Il dato più prudente è dunque questo: la perdita è già consistente, ma il giacimento non risulta ancora completamente fermo.

Con il greggio Brent intorno ai 102 dollari al barile, una perdita compresa tra 200.000 e 230.000 barili significa rinunciare, in termini lordi, a circa 20-23 milioni di dollari al giorno. Un blocco totale di Sharara porterebbe il valore teorico del petrolio non prodotto oltre i 30 milioni quotidiani, quasi un miliardo in un mese. Sono calcoli indicativi, poiché il prezzo effettivo del greggio libico e i ricavi netti dipendono dai contratti e dai costi, ma restituiscono la dimensione del danno.

 

Meno esportazioni, più importazioni

La conseguenza più grave potrebbe manifestarsi a Zawiya. La raffineria, collegata direttamente a Sharara, ha una capacità di circa 120.000 barili al giorno. Se il flusso di greggio venisse interrotto, anche l’impianto costiero rischierebbe di fermarsi, costringendo la Libia ad aumentare ulteriormente le importazioni di benzina e gasolio. È lo stesso avvertimento formulato dalla Compagnia nazionale.

Il paradosso è evidente: il Paese con le maggiori riserve petrolifere accertate dell’Africa esporta greggio, ma importa gran parte dei carburanti raffinati. Già oggi spende circa un miliardo di dollari al mese per queste importazioni, mentre contrabbando, mercato nero, vecchi impianti e interruzioni elettriche aggravano la crisi interna.

Il blocco di Sharara può quindi produrre una doppia perdita: meno valuta proveniente dalle esportazioni e maggiori spese per acquistare carburanti dall’estero. A pagarne il prezzo sarebbero le finanze pubbliche, il valore del dinaro, le imprese e i cittadini, mentre i gruppi armati utilizzano una valvola come strumento di contrattazione.

 

La sicurezza affidata a chi può fermare gli impianti

La crisi si inserisce nelle proteste della Guardia delle installazioni petrolifere, che chiede aumenti retributivi e il trasferimento amministrativo e finanziario dal ministero della Difesa alla Compagnia nazionale. Nei giorni precedenti erano già stati bloccati l’oleodotto Hamada-Zawiya e la produzione dei campi di Hamada, Tahara e NC5. La Guardia aveva minacciato di estendere le interruzioni ad altri giacimenti.

Non è ancora dimostrato che gli stessi uomini abbiano chiuso la valvola di Sharara. Ma il problema politico resta: le forze incaricate di proteggere le infrastrutture possono trasformarsi nei soggetti capaci di paralizzarle. È una privatizzazione armata della sovranità.

Non servono divisioni corazzate per condizionare lo Stato libico. È sufficiente controllare un nodo dell’oleodotto, impedire ai tecnici di raggiungerlo e aspettare che Tripoli accetti la trattativa.

 

Sabotaggio e accuse ancora da verificare

Il governo di unità nazionale ha annunciato il 6 settembre l’arresto di cinque persone, libiche e straniere, accusate di avere partecipato ad attacchi con velivoli esplosivi senza pilota contro depositi petroliferi a Tripoli e Zawiya e contro la centrale elettrica di Zawiya. L’esistenza dell’operazione è confermata dalle autorità libiche. Non risultano invece conferme pubbliche sufficienti sulla nazionalità spagnola degli arrestati.

Non esistono nemmeno elementi per collegare direttamente quella presunta rete alla chiusura della valvola di Sharara. Unire automaticamente i due episodi significherebbe confondere una rivendicazione economica o politica con un’operazione clandestina di sabotaggio.

 

Tre scenari, uno più probabile

Lo scenario più probabile è una crisi negoziale limitata. La produzione resta ridotta per alcuni giorni, il governo offre garanzie economiche o amministrative e la valvola viene riaperta. È il copione già visto numerose volte in Libia: il petrolio viene usato per costringere le istituzioni a distribuire stipendi, incarichi e risorse.

Il secondo scenario è l’estensione coordinata delle chiusure. Se le proteste coinvolgessero Sharara, El Feel, Wafa, Hamada e altri impianti, la produzione nazionale potrebbe diminuire di centinaia di migliaia di barili al giorno. La dichiarazione di forza maggiore libererebbe la Compagnia nazionale da alcuni obblighi contrattuali, ma danneggerebbe ulteriormente l’affidabilità della Libia come fornitore.

Il terzo, più pericoloso ma meno probabile, è la trasformazione della crisi in uno scontro tra gruppi armati per il controllo degli oleodotti e di Zawiya. Gli attacchi compiuti in agosto contro depositi e impianti elettrici dimostrano che le infrastrutture energetiche sono già diventate bersagli militari.

Per il mercato mondiale, la perdita di Sharara sarebbe assorbibile in condizioni normali. Ma queste non sono condizioni normali: il conflitto con l’Iran, la precarietà di Hormuz e le minacce nel Mar Rosso hanno riportato il petrolio sopra i cento dollari. La Libia, da sola, non determina il prezzo. Può però aggiungere un altro elemento di scarsità e paura.

Il vero significato della vicenda è politico: in Libia lo Stato possiede formalmente il petrolio, ma non controlla sempre gli uomini, le armi e le valvole necessari per esportarlo. E finché una rivendicazione salariale o una disputa tra fazioni potrà interrompere la principale fonte di reddito nazionale, ogni progetto di stabilizzazione resterà scritto sulla sabbia.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto