Di Marco Petrelli
PRISTINA. EX YU RADIO è ancora attiva, ascoltabile in streaming o attraverso l’applicazione scaricabile da Google Play. Già dal nome e dal logo non c’è grande spazio per equivoci o dubbi: il richiamo è al passato, unito e nazionalista, della penisola balcanica.

Quella sottoposta al durissimo regime totalitario di Tito e alla breve, sciagurata parentesi della Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević.

Ma è più di una radio: è un aggregatore di stazioni letteralmente sintonizzate sui vecchi generi della musica balcanica, tra cui spicca il turbofolk.
E quando pensi al turbofolk non può che tornarti in mente Roki Vulović, con i suoi “successi” degli anni Novanta: Mauzer, Panteri, Generale, generale, Crni bombarder e Srpska Garda.
Brani che, tradotti in linguaggio storico, rimandano a Ljubiša Savić, detto Mauzer, comandante della formazione serbo-bosniaca Garda Panteri; al Generale Ratko Mladić, responsabile militare del genocidio di Srebrenica, morto da poco mentre scontava la condanna all’ergastolo; e, ancora, all’immaginario dei combattenti e delle formazioni nazionaliste serbe.

Vulović è una sorta di piccola star del Web, dentro e fuori i confini della Repubblica Srpska: da circa un quindicennio, infatti, Internet ironizza sulla propaganda serba degli anni Novanta, sui suoi personaggi e su quella strana musica a metà tra il pop e le melodie di un’altra epoca.
“Ima jedan junak Srpskoga roda,
Iznikao pravo iz svog naroda,
Ima jedan borac tih i mnogo fer,
To je Ljubo Mauzer“.
TRADUZIONE
“C’è un eroe di stirpe serba, nato proprio in seno al suo popolo; c’è un combattente, riservato e assai leale: è Ljubo Mauzer”.
Gli utenti più giovani, a Mitrovica, ad Amburgo o al di là dell’Oceano, non colgono necessariamente il significato storico e politico di quelle parole.
I ragazzi occidentali e le seconde generazioni di serbi nati nell’Europa occidentale trovano buffi i testi, l’uso massiccio della fisarmonica, il chroma key artigianale e il passaggio sullo sfondo di mezzi militari d’epoca sovietica.
Accanto a Vulović, personaggi come Željko Ražnatović, detto “Arkan”, comandante del gruppo paramilitare delle Tigri e incriminato dal Tribunale Penale internazionale per l’ex Jugoslavia per crimini di guerra, diventano virali anche tra chi non conosce la reale portata delle sue imprese. Arkan morì nel 2000, prima di essere processato a L’Aia.

Novislav Đajić, l’uomo identificato in alcuni racconti online come il protagonista del celebre video di Serbia Strong, è stato associato al soprannome “Kebab Remover”, diventando addirittura un personaggio di un videogioco nel quale viene «evocato» dal player per sconfiggere i nemici.
L’identificazione dell’uomo nel filmato, tuttavia, non è sufficientemente certa da essere trattata come un dato indiscutibile.
Eppure, il testo della canzone non lascia dubbi sul linguaggio nazionalista e disumanizzante rivolto contro croati e bosgnacchi, i musulmani bosniaci:
“Iz Krajine krenuli su vuci, krenuli su vuci,
Čuvajte se, ustaše i Turci, ustaše i Turci,
Karadžiću, vodi Srbe svoje, vodi Srbe svoje,
Nek’ se vidi: nikog se ne boje, nikog se ne boje!”,
TRADUZIONE
“Dalla Krajina sono partiti i lupi, sono partiti i lupi. Guardatevi, ustascia e turchi, ustascia e turchi. Karadžić, guida i tuoi serbi, guida i tuoi serbi. Che si veda: non temono nessuno, non temono nessuno!”.
Per chi non lo ricordasse, Radovan Karadžić era il Presidente della Repubblica Srpska, incriminato nel 1995 per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel 1996 fu oggetto di mandati internazionali di arresto.
Nel 2016 venne condannato per genocidio a Srebrenica, crimini contro l’umanità e crimini di guerra; nel 2019 la pena fu portata all’ergastolo in appello.
La strage di Srebrenica, compiuta nel luglio 1995, costò la vita a oltre 8 mila uomini e ragazzi bosgnacchi. Karadžić è stato uno dei principali protagonisti politici del carnaio balcanico.

Ascoltare EX YU significa dunque essere rimasti indietro nel tempo e ancora legati alla Serbia di Milošević? No, per due motivi.
Il primo, perché Milošević fu rovesciato nell’ottobre del 2000 dalle proteste di massa seguite alle contestate elezioni presidenziali; il secondo, perché il semplice ascolto non costituisce prova di una reale condivisione di determinati “ideali.
E anche se tale condivisione ci fosse, in uno Stato di diritto non sarebbe sufficiente a condannare una persona, in assenza di una condotta penalmente rilevante.
In un precedente articolo pubblicato da questo giornale abbiamo ricordato come, nei Balcani, il tempo sembri trascorrere molto più lentamente, lasciando aperte ferite malgrado dall’ultima guerra siano ormai passati quasi trent’anni.
I serbi del Kosovo non possono essere liquidati come nostalgici del tempo andato, di quando cioè il Kosovo era una provincia autonoma della Jugoslavia e non uno Stato indipendente.
Anche allora, infatti, i rapporti con la comunità albanese erano tutt’altro che idilliaci.
Allora, qual è il problema? La mancata integrazione nella nuova repubblica, nata nel 2008, e la sensazione di essere diventati esuli in patria.
La nascita del Kosovo indipendente, guidata dalla maggioranza albanese, ha alimentato in una parte della comunità serba un senso di insicurezza e di esclusione dalle decisioni importanti della nazione.
Una minoranza che rischia di essere percepita come un corpo estraneo in una realtà politica desiderosa di affermare la propria identità albanese, anche in reazione alla non edificante esperienza del Regno di Jugoslavia e del regime titino.
Oggi il problema non è soltanto culturale. È anche politico, istituzionale e sociale.
È necessario che la narrazione storica della giovane repubblica cessi di avere un orientamento univoco e riconosca le radici, la memoria e l’identità della comunità serba.
I serbi del Kosovo sono cittadini kosovari, con diritti e doveri, e le loro radici storiche e antropologiche sono profonde quanto quelle della comunità albanese.
Il Kosovo non può essere Kosovo senza gli uni e senza gli altri.
Il lavoro principale, dunque, non è della comunità internazionale, ma del Governo di Pristina: la Mitrovica oltre l’Ibar sembra ancora un altro mondo, chiuso nel proprio risentimento e nel proprio rancore, ben espresso dal grande murale che campeggia alle spalle della statua di Re Stefano: “Il Kosovo è Serbia, la Crimea è Russia“.
Non riuscire in questo intento, lasciare correre pensando “tanto sono serbi, non capiscono”, significherebbe confondere l’integrazione con l’assimilazione e la convivenza con la semplice assenza di conflitto. Le ferite della guerra non si rimarginano per decreto, né scompaiono perché una nuova bandiera sventola sopra gli edifici pubblici.
Il Governo di Pristina ha davanti a sé una responsabilità che va oltre la gestione dell’ordine pubblico: dimostrare che il Kosovo indipendente può appartenere anche a chi non si riconosce nella sua narrazione nazionale dominante.
Questo non significa giustificare il nazionalismo, rimuovere i crimini commessi durante le guerre jugoslave o concedere indulgenza a chi nega le responsabilità accertate dalla giustizia internazionale. Significa, al contrario, sottrarre la memoria alla propaganda e restituirla alla storia.
Una canzone degli anni Novanta può essere ascoltata per nostalgia, per appartenenza, per provocazione o per semplice curiosità musicale.
Ma quando diventa il simbolo di un’identità che si sente assediata, esclusa o privata del proprio passato, il problema non è più soltanto ciò che risuona dagli altoparlanti. È ciò che non si è riusciti a costruire fuori da essi.
Il Kosovo non può chiedere ai suoi cittadini serbi di dimenticare chi sono per riconoscersi nello Stato in cui vivono.
Può chiedere loro di rispettarne le istituzioni e le leggi, come a tutti gli altri cittadini; in cambio, deve garantire diritti, sicurezza, rappresentanza e rispetto della loro identità.
Perché una repubblica non dimostra la propria forza quando riesce a parlare soltanto con la voce della maggioranza, ma quando è capace di riconoscere anche quella di chi non si sente rappresentato.
Altrimenti, il passato continuerà a viaggiare in streaming, attraversando generazioni e confini, mentre il futuro resterà fermo sulle due sponde dell’Ibar.
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