Kurdistan iracheno: diario di Report Difesa. In addestramento con i peshmerga

Di Marco Petrelli

ERBIL (Kurdistan iracheno) – nostro servizio particolare.
Ecco chi sono i peshmerga, quelli veri.
Lo scopriamo visitando i Fob (Forward operating base) “Cobra” e “Lupo”, basi italiane a Dohuk e Sulaymaniyah che addestrano i guerrieri “pronti a morire”.

Addestramento di peshmerga

Bunkers, bunkers
Dovremmo esserci abituati: ogni mezzodì di ogni giorno della settimana, la vecchia “La Sonora” montata sulla torre della Camera di Commercio segnala il mezzogiorno, a Terni, con il fischio di sirena.

Memoria della città operaia e del centro industriale pesantemente bombardato durante la Seconda Guerra mondiale.

Sentirla a oltre 4 mila chilometri non è però la stessa cosa, specie se sono le due di notte.

Soprattutto se il fischio di sirena è accompagnato da “bunkers “, “bunkers! ” (ai bunker ai bunker).

Abbiamo appena preso sonno quando saltiamo giù dalla branda, primi panni disponibili al volo.

GAP (giubbotto anti proiettile, ndr) ed elmetto.

E giù nel rifugio, dove trascorriamo un’ora d’ attesa.

Sirena e “Bunkers! Bunkers!” continuano fino ad un silenzio di pochi minuti, breve ma che pare eterno.

Poi l’atteso “all clear”. Allarme passato, si torna ai letti seppure la notte sarà in bianco.

Sul palco della tragedia mediorientale uno degli attori ha mantenuto fede alla sua promessa, l’attacco missilistico che arriva alle prime ore del 26 ottobre.

Probabilmente, uno dei missili ha tagliato un tratto dello spazio aereo iracheno, facendo attivare le procedure di sicurezza.

È stata la nostra “prima volta”, augurandoci vanamente resti l’ unica.

Ma il destino ci riserverà ancora “bunkers! bunkers!”.

Addestramento sugli ordign

Nel primo caso è l’attacco di Israele all’Iran, cui segue la momentanea chiusura dello spazio aereo iracheno.

Nell’altro, un allarme per fortuna subito rientrato, seppure volare giù dal mezzo con il GAP e correre verso il rifugio regali ” belle” emozioni.

Nella tana del “Cobra

Due ore di viaggio fra gloria e miseria, fra una natura brulla, selvaggia, bellissima e le immagini che corrono lungo i finestrini della povertà che contrasta con i grattacieli di Erbil e Sulaymaniyah, con i villaggi residenziali che spuntano come funghi fra palmeti e guardie private.

FOB Cobra

Due ore che ci portano al Dohuk Training Centre, grande Poligono addestrativo a 100  chilometri a Nord-Est di Erbil dove si formano i peshmerga nello scacchiere settentrionale.

Le reclute del “Cobra”, il Forward Operating Base (FOB)  italiano che le prepara alla guerra in montagna ed alle tecniche da sniper.

Pochi uomini e donne al FOB, per la maggior parte Granatieri del 2′ Reggimento “Cengio” di Spoleto che si avvale di una squadra di alpieri (specialità alpina) del 2′ Alpini e di un team della Scuola di Fanteria di Cesano.

E un’autentica tana: pochi comfort, clima non proprio mite (siamo in montagna!), un refettorio quasi monastico, una palestra più per il corpo libero che per gli attrezzi, ed una infermeria.

Se tana rende poco, “buco” è un’immagine inequivocabile.

Eppure è proprio nel “buco” di Dohuk che i peshmerga impareranno tecniche di combattimento mai sperimentate prima in Kurdistan.

Una è il “Mountain warfare”, di cui gli alpini italiani sono maestri.

Chi, come noi, ha seguito le esercitazioni delle Penne Nere ricorda la visita di Reparti stranieri alle caserme alpine per apprendere le nozioni del combattimento in quota, che fosse su terreni innevati come su Alpi e Gran Sasso o sulla nuda roccia coperta da arida vegetazione come qui, sulle cime curde.

L’età media dei peshmerga non sempre permette di attingere a forze giovani e fresche: si va dai 30 in su e agli istruttori italiani non resta che applicare dure selezioni.

Per battersi dove ci sono poco ossigeno, condizioni climatiche avverse, visibilità talvolta azzerata la motivazione è infatti importante quanto lo è la prestanza fisica.

E un primo screening, fisico, deciderà chi far tornare al Reparto e chi invece trasformare in uno sniper esperto di “mountain warfare”.

Nel suo buco, il “Cobra” non ha infatti il tempo di scindere i due addestramenti: l’attività è combinata anche perché, il futuro sniper, potrebbe trovarsi ad operare in contesti diversi, compreso il contesto montano.

I Lupi di Sulaymaniyha

Una città spettrale.

Interi condomini nuovi di pacca, altri completati a metà altri ancora solo scheletri.

La cittadina residenziale alle porte di Sulaymaniyah (150 chilometri a Sud di Erbil) mette i brividi: realizzata in cima ad una collina è un inno allo spreco di denaro come tanti, purtroppo, si trovano anche in Europa.

Cosa farne? Niente.

Così la proprietà è declinata all’addestramento CQB (Close Quarters Battle), cioè combattimento ravvicinato nei centri urbani.

Pure qui, nella “ghost town”, gli istruttori hanno il Tricolore su un braccio, il patch della Prima Parthica
sull’altro e, alcuni, il fregio dei Granatieri sul basco con ben in vista il “2”.

Sembrano soddisfatti, malgrado l’anzianità della “truppa” sia piuttosto alta: cosa evidente a qualunque occhio, seppure la cosa pare non li scoraggi.

Infatti, se peshmerga vuol dire “combattere fino alla morte”, alcuni tengono a ricordare che sarebbero lieti di morire sul campo di battaglia.

Cultura asiatica

Da Israele al Giappone, dal Vietnam all’Afghanistan il bene della Nazione/gruppo etnico è superiore a tutto.

Per spiegarla con il Bushido “di fronte all’assolvimento del proprio dovere la vita ha il peso di una piuma”.

Questi sono i peshmerga, quelli veri, quelli di cui si conosce poco, che non sono virali sui social perché cantano “BC”, né protagonisti di graphic novel.

Combattenti silenziosi ed umili, sempre al servizio della Patria curda.

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