Di Giuseppe Gagliano*
A Pechino osservano l’Iran con un’attenzione che va ben oltre la solidarietà diplomatica. Non si tratta solo di proteggere un alleato, ma di studiare il volto reale della guerra contemporanea. Perché ciò che è accaduto in Iran negli ultimi anni – infiltrazioni, sabotaggi informatici, neutralizzazione preventiva delle difese – rappresenta una mutazione profonda: la guerra non comincia più con i missili, ma con l’accesso ai sistemi.
Gli analisti militari cinesi parlano apertamente di una nuova sequenza operativa: prima si penetra, poi si paralizza, infine si colpisce. Le operazioni attribuite al Mossad e ai suoi partner hanno dimostrato che un sistema di difesa può essere svuotato dall’interno, reso cieco e impotente prima ancora che inizi il confronto cinetico. Non è solo una questione tecnologica, ma strutturale. È il passaggio dalla guerra industriale alla guerra sistemica.
Per Pechino, la lezione è chiara: la vulnerabilità non nasce sul campo di battaglia, ma nella rete che sostiene lo Stato.

L’Iran come nodo strategico della sicurezza cinese
La reazione cinese non è motivata da affinità ideologica, ma da interesse strategico. L’Iran occupa una posizione geografica centrale nelle rotte energetiche e commerciali che collegano l’Asia all’Europa. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale, rappresenta una linea vitale per la sicurezza energetica cinese.
Se l’Iran diventasse instabile o vulnerabile a una penetrazione sistemica, l’intera architettura commerciale costruita da Pechino attraverso la Belt and Road Initiative verrebbe esposta a rischi diretti. La sicurezza iraniana è quindi parte integrante della sicurezza economica cinese.
Per questo motivo, la risposta di Pechino si articola su più livelli: tecnologico, militare, economico e istituzionale.
La costruzione di una sovranità digitale alternativa
Il cuore della strategia cinese è la costruzione di una vera e propria “Grande Muraglia digitale”. L’obiettivo non è solo difendere l’Iran, ma renderlo impermeabile alle infrastrutture tecnologiche occidentali, considerate un potenziale vettore di penetrazione.
Questo significa sostituire software, sistemi di navigazione, infrastrutture di comunicazione e componenti critiche con equivalenti cinesi. Il sistema satellitare BeiDou viene promosso come alternativa al GPS, riducendo la dipendenza da piattaforme controllate dagli Stati Uniti. I radar, i sistemi di difesa aerea e le capacità di sorveglianza spaziale vengono integrati in un ecosistema tecnologico più autonomo.
Non è solo una questione di sicurezza. È una questione di sovranità. Chi controlla le reti, controlla la guerra prima che inizi.
La guerra invisibile come nuovo paradigma
Per gli strateghi cinesi, l’Iran rappresenta un caso di studio. Le infiltrazioni hanno dimostrato che anche uno Stato dotato di apparati di sicurezza estesi può essere vulnerabile se le sue infrastrutture digitali non sono completamente sotto controllo.
La guerra moderna non distrugge necessariamente infrastrutture. Le disattiva. Non elimina la capacità militare. La rende inutilizzabile. Non conquista territori. Conquista sistemi.
È una guerra che si combatte nei database, nei codici, nelle reti amministrative. Una guerra che precede la guerra.

Economia e sicurezza come un unico sistema
Parallelamente alla cooperazione tecnologica e di sicurezza, la Cina rafforza la propria presenza economica. L’accordo di cooperazione venticinquennale tra Pechino e Teheran, con investimenti stimati nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari, non è solo un progetto economico. È uno strumento di stabilizzazione strategica.
Il commercio energetico, i progetti infrastrutturali e i meccanismi finanziari alternativi consentono all’Iran di resistere alla pressione delle sanzioni e riducono l’efficacia degli strumenti di coercizione economica occidentali.
La sicurezza, in questo contesto, non è separata dall’economia. È la sua estensione.
La prudenza strategica di Pechino
Nonostante il rafforzamento della cooperazione, la Cina evita accuratamente il confronto diretto con Israele o con gli Stati Uniti. Pechino non cerca l’escalation. Cerca la resilienza.
La sua strategia non consiste nel rispondere agli attacchi, ma nel rendere inefficaci gli strumenti che li rendono possibili. Non è una logica di confronto, ma di trasformazione dell’ambiente strategico. È la differenza tra reagire e prevenire.
Il vero obiettivo: prepararsi alla guerra che verrà
Ciò che accade in Iran ha un significato che va oltre il Medio Oriente. Per la Cina, è una prova generale. Le tecniche utilizzate contro Teheran potrebbero essere impiegate un giorno contro Pechino stessa.
Costruire una “Grande Muraglia digitale” in Iran significa anticipare quel futuro, testare strumenti, rafforzare architetture, costruire autonomia tecnologica.
La lezione che la Cina trae da questa crisi è semplice e radicale: nel XXI secolo, la sopravvivenza di uno Stato non dipende solo dai suoi eserciti, ma dalla sicurezza delle sue reti.
Chi controlla l’infrastruttura invisibile, controlla il campo di battaglia. E la Cina ha deciso di non lasciare questo controllo ad altri.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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