L’Egitto difende Riad, ma teme la trappola dello Yemen

Di Giuseppe Gagliano*
IL CAIRO. Al-Sisi offre sostegno militare ai sauditi: in gioco ci sono la sicurezza del Mar Rosso, gli equilibri finanziari del Cairo e il rischio di una missione senza uscita.
Il Parlamento egiziano ha autorizzato Abdel Fattah al-Sisi a sostenere militarmente l’Arabia Saudita contro gli attacchi degli Houthi. La formula è quella della solidarietà araba, ma dietro la dichiarazione di principio si riconosce un intreccio assai concreto di interessi: proteggere un alleato finanziario, difendere le comunicazioni marittime e impedire che l’instabilità del Mar Rosso continui a consumare risorse egiziane. L’autorizzazione apre una possibilità d’intervento: non equivale, da sola, all’annuncio di un dispiegamento già eseguito. Riad dovrà richiedere l’assistenza e concordarne le modalità con il Cairo.
La distinzione conta. Al-Sisi vuole dimostrare che l’Egitto resta una potenza indispensabile alla sicurezza regionale, ma deve evitare che questa ambizione produca un impegno superiore alle sue possibilità. Difendere il territorio saudita appare un obiettivo circoscritto. Restare estranei alla guerra da cui provengono gli attacchi potrebbe rivelarsi molto più difficile.
Una nave della Marina militare egiziana
La difesa aerea e il confine mobile della guerra
Secondo un funzionario regionale citato dall’Associated Press, il contributo egiziano potrebbe comprendere sistemi di difesa aerea e velivoli, senza truppe terrestri nello Yemen. Si tratta però di un’indicazione attribuita a una fonte anonima, non di un quadro operativo pubblico e completo.
Sul piano militare, una missione del genere avrebbe una sua logica: aggiungere capacità di scoperta, intercettazione e protezione delle infrastrutture. Aeroporti, impianti petroliferi e centri abitati sono obiettivi che un sistema difensivo deve proteggere contemporaneamente. Il numero dei mezzi disponibili conta, ma contano altrettanto il collegamento tra i radar, la trasmissione delle informazioni e la chiarezza della catena di comando.
Una coalizione può disporre di molti armamenti e reagire male se i suoi apparati non comunicano abbastanza rapidamente. Prima ancora di inviare batterie e aerei, occorre quindi stabilire chi identifica la minaccia, chi autorizza il fuoco e quali responsabilità assumono i diversi contingenti.
Esiste poi un problema di sostenibilità. Contro attacchi ripetuti, la difesa deve amministrare munizioni, manutenzione e disponibilità degli equipaggi. L’impiego di intercettori costosi contro apparecchi relativamente economici può trasformare la protezione delle infrastrutture in una prova di resistenza finanziaria.
Il passaggio più delicato arriverebbe qualora le intercettazioni non bastassero. La pressione a colpire depositi e rampe nello Yemen potrebbe crescere. È qui che una missione dichiarata difensiva rischierebbe di cambiare natura: per proteggere meglio il territorio saudita, qualcuno potrebbe chiedere di attaccare oltre confine. Il limite politico deve essere definito prima che l’emergenza lo renda negoziabile.
Missili yemeniti contro l’Arabia saudita
Il prezzo economico della solidarietà
L’Arabia Saudita è un importante sostenitore finanziario dell’Egitto, mentre l’insicurezza della navigazione nel Mar Rosso colpisce gli interessi del canale di Suez. Questi due elementi aiutano a comprendere perché il Cairo consideri la crisi una questione nazionale.
Il legame economico con Riad restringe lo spazio dell’indifferenza, ma non dimostra l’esistenza di uno scambio esplicito tra finanziamenti e assistenza militare. La convergenza nasce anche dalla geografia: il traffico diretto a Suez attraversa un sistema di rotte nel quale lo stretto di Bab el-Mandeb costituisce un passaggio essenziale. Proteggere il canale significa preoccuparsi di ciò che accade molto più a sud delle sue imboccature.
Da questa prospettiva emergono tre scenari. Una missione limitata, accompagnata da una riduzione degli attacchi, potrebbe rafforzare la fiducia nella navigazione e consolidare i rapporti con Riad. Un dispositivo permanente, costretto a respingere offensive ricorrenti, aggiungerebbe invece spese militari senza risolvere l’instabilità. Un allargamento della guerra potrebbe infine aggravare proprio i danni economici che l’intervento dovrebbe contenere: trasporti più cari, maggiore incertezza energetica e nuove pressioni sulle entrate egiziane.
La convenienza dell’operazione dipenderà dunque dalla sua capacità di produrre sicurezza con un impegno sostenibile. La disponibilità a intervenire, da sola, non costituisce un risultato.
Un’operazione delle Forze armate egiziane
Il precedente di Nasser e la necessità di un’uscita
Il ricordo dello Yemen pesa perché mostra quanto facilmente un obiettivo politico possa dilatarsi. Occorre però correggere la cronologia: la guerra civile nordyemenita durò dal 1962 al 1970, mentre il grande intervento egiziano si concluse nel 1967. Non fu quindi una spedizione egiziana durata un decennio.
Anche lo schieramento va precisato: l’Arabia Saudita sosteneva i monarchici dello Yemen del Nord, non una monarchia dello Yemen meridionale. Oggi Cairo e Riad si trovano dalla stessa parte, ma il precedente conserva una lezione: la superiorità dei mezzi non garantisce il controllo politico di un conflitto.
Le obiezioni dell’opposizione egiziana su durata, costi e obiettivi della missione toccano perciò il centro del problema strategico. Un’autorizzazione ampia può facilitare le decisioni iniziali e rendere più difficile stabilire quando l’impegno debba finire.
Per il Cairo, la scelta più solida sarebbe collegare l’assistenza a compiti verificabili, revisioni periodiche e un percorso diplomatico. Il rapporto degli Houthi con l’Iran rende necessario il confronto con Teheran, senza autorizzare l’illusione che ogni decisione del movimento yemenita sia automaticamente dettata dall’esterno.
Al-Sisi può ottenere un beneficio politico dimostrando che la sicurezza saudita richiede anche il contributo egiziano. Ma la prova decisiva sarà conservare il controllo della missione. Entrare in un dispositivo militare richiede una decisione; uscirne richiede condizioni politiche che le armi, da sole, raramente sanno creare.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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