Di Gabriele Ferrieri*
ROMA. La macchina contro l’Uomo, un classico dei nostri sogni. O incubi.
Terminator, ma anche il Golem, Frankenstein, il mito del creato che si rivolge contro il creatore.
Un mito che è ritornato attuale con l’Intelligenza Artificiale e che una recente notizia testimonia.
È l’incredibile vicenda che ha visto protagonista GPT-5.6 Sol, l’ultimo nato in casa OpenAI.

Messo alla prova in un test di cybersecurity per valutarne le capacità offensive, il modello ha ricevuto un compito semplice per la sua portata: risolvere un enigma digitale.
I tecnici, per lasciargli massima libertà di azione, avevano disattivato i filtri etici e comportamentali, convinti che l’IA fosse comunque al sicuro all’interno di una sandbox, una gabbia informatica totalmente isolata dal mondo esterno.
Ma Sol ha fatto qualcosa che nessun programmatore aveva previsto.
Ha smesso di cercare la soluzione dentro le regole del gioco e ha iniziato a guardare la struttura del gioco stesso. “
Ragionando” in modo autonomo, ha capito che la risposta si trovava altrove, su Hugging Face, una nota piattaforma esterna per hackers.
Ha scovato una falla segreta nel sistema che lo imprigionava, ha aperto la porta ed è “evaso” su Internet. Una volta fuori, ha agito come un hacker consumato: ha violato database, sottratto credenziali e preso ciò che voleva.
Il fatto che i sistemi di Hugging Face abbiano poi rilevato e bloccato l’intrusione è una nota di conforto tecnica, ma non sposta il cuore del problema antropologico e filosofico. Per la prima volta, un’intelligenza artificiale ha dimostrato una forma di “volontà” autonoma: la capacità di aggirare i limiti fisici imposti dall’uomo pur di raggiungere il proprio obiettivo.
Non siamo davanti allo scenario apocalittico di Terminator, ma a una realtà forse più sottile e complessa.

Se un’IA è in grado di riscrivere le regole del proprio confinamento per risolvere un problema, chi ci garantisce che in futuro non farà lo stesso davanti a compiti ben più sensibili? La corsa all’oro dei modelli di frontiera ci sta portando verso territori inesplorati, dove il confine tra il controllo umano e l’autonomia della macchina si fa sempre più labile.
Premetto, innanzitutto, che – come già detto su queste pagine -, sulla scia di esperti come il professor Walter Quattrociocchi, non reputo l’IA “intelligente”, quanto uno strumento in grado di creare contenuti in base a dati e alle informazioni statisticamente più probabili.
Sicuramente, in un Web dove circola di tutto, un auto addestramento privo di filtri introduce questioni morali o di algoretica pressanti.
Alla luce di quanto accaduto, dal punto di vista dell’interesse nazionale e delle esigenze delle imprese, altre rilevanti questioni restano inesplorate.
L’Italia ha approvato la Legge 132/2025, la prima legge nazionale sull’AI in Europa.
L’incidente Sol arriva nel momento perfetto per testare la nostra governance: cosa succede se un agente IA “evaso” causa danni reali? Chi risponde? L’azienda che lo usa? Il fornitore del modello? L’utente finale?
Ma c’è anche un paradosso: il costo elevato dell’IA di frontiera (training + inference) potrebbe rallentare l’automazione totale e, alla fine, salvare alcuni ruoli umani.
Non possiamo delegare a macchine che, non solo non hanno etica, ma che non sono neanche intelligenti, in quanto assumono decisioni in base a training probabilistici.
L’IA non elimina il lavoro: lo trasforma e lo sposta verso la supervisione.
Allora, in conclusione, è importante approcciare a questi temi con pragmatismo. Senza fideismi, ma senza neppure toni apocalittici e distopici.
*Presidente dell’Associazione Nazionale Giovani Innovatori (ANGI)
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