Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. Lo Stretto di Hormuz non è stato chiuso da una grande battaglia navale, ma da qualcosa di molto più umiliante per l’Occidente: dalla combinazione tra minaccia militare, rischio assicurativo e paura commerciale. I numeri bastano a chiarire la portata del colpo.

Reuters ha documentato che, dopo l’inizio della guerra, i transiti giornalieri di petroliere attraverso Hormuz sono crollati fino a zero rispetto ai 37 del 27 febbraio scorso, mentre le esportazioni di greggio dei principali produttori del Golfo sono precipitate di almeno il 60% nella settimana conclusa il 15 marzo.
Eppure, da quello Stretto passa normalmente circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio e una quota analoga del gas naturale liquefatto; per l’EIA (Energy Information Administration), nel 2024 e nel primo trimestre 2025 Hormuz valeva addirittura oltre un quarto del commercio petrolifero mondiale via mare.
Il punto politico e strategico è devastante soprattutto per l’Europa.
Bruxelles continua a presidiare il Mar Rosso con l’Operazione “Aspides”, ma non è riuscita neppure a riportare Bab el-Mandeb ai livelli di traffico precedenti alla crisi Houthi; figurarsi se oggi può garantire la libertà di navigazione in Hormuz, cioè nel più delicato choke point energetico del pianeta.

La verità è che l’Europa non dispone né di una massa navale autonoma sufficiente né di una vera architettura militare integrata capace di assicurare scorte, difesa antimissile, guerra di mine, sorveglianza persistente e copertura aerea in uno spazio così ristretto e saturo di minacce.
Questa è un’inferenza strategica, ma poggia su un fatto concreto: persino l’Agenzia di stampa Reuters osserva che vi sono seri dubbi sul fatto che semplici navi da guerra possano garantire il passaggio in un corridoio tanto stretto, senza un coinvolgimento terrestre e una superiorità militare molto più ampia.
Il paradosso più grave è che Teheran non ha avuto bisogno di distruggere fisicamente Hormuz per paralizzare il mercato mondiale.
È bastato rendere il passaggio commercialmente tossico. Anche con mezzi relativamente limitati, l’Iran e i Pasdaran hanno dimostrato che nel XXI secolo la potenza non coincide più solo con la capacità di occupare uno spazio, ma con quella di renderlo economicamente inutilizzabile.
Il risultato si è visto subito: il Brent è salito oltre i 100 dollari al barile, toccando area 103 dollari il 13 marzo e restando poco sopra i 102 , ieri, mentre il WTI ha anch’esso accelerato bruscamente.
Intanto solo transiti eccezionali, come quello della petroliera Karachi segnalato ieri sono riusciti a forzare il blocco di fatto.
Qui emerge il fallimento americano.

Non è credibile sostenere che Washington e gli alleati europei non conoscessero gli strumenti iraniani per bloccare o svuotare commercialmente Hormuz: da anni analisti energetici e apparati di sicurezza considerano quello stretto il principale punto di vulnerabilità del sistema petrolifero globale, e l’EIA indicava già prima della crisi sia la centralità dello Stretto sia la limitata capacità alternativa di bypass offerta dalle infrastrutture saudite ed emiratine, pari a circa 2,6 milioni di barili al giorno disponibili, del tutto insufficiente a compensare uno shock prolungato.
Dunque il problema non è stato informativo, ma politico-strategico: Washington ha probabilmente pensato che l’Iran avrebbe calibrato la risposta senza arrivare a compromettere davvero il traffico energetico globale.
È stata una lettura sbagliata.
Teheran ha invece scelto l’opzione più dolorosa per il sistema occidentale: colpire il mercato, non solo il nemico.
In questo senso, Hormuz rappresenta una lezione brutale.
L’Occidente possiede flotte, satelliti, intelligence, droni e capacità di sorveglianza senza precedenti, ma non è stato in grado di impedire che una potenza regionale trasformasse un collo di bottiglia marittimo in un’arma geoeconomica globale.
Ed è questo il dato più allarmante: non soltanto l’Europa appare militarmente irrilevante, ma anche la superpotenza americana ha mostrato di non aver previsto, o di aver gravemente sottovalutato, la disponibilità iraniana a imporre al mondo il prezzo della guerra.
La superiorità tecnologica occidentale resta intatta; la sua capacità di garantire l’ordine marittimo, molto meno.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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