Di Giuseppe Gagliano*
BEIRUT. La guerra nel Sud del Libano si misura ormai in metri di roccia, cunicoli, alture e villaggi contesi.

La collina di Ali Taher, vicino a Nabatieh, è diventata molto più di un punto geografico.
Secondo le Forze di Difesa israeliane, sotto quel rilievo si troverebbe una struttura sotterranea strategica di Hezbollah, considerata il centro nevralgico della divisione regionale Badr. Non un semplice deposito, dunque, ma un nodo di comando, protezione, comunicazione e sopravvivenza operativa.
La notizia va letta per quello che significa sul piano militare. Israele non sta soltanto colpendo postazioni di lancio o cellule armate.
Sta tentando di smontare l’architettura profonda della presenza di Hezbollah nel Sud del Libano.
Il punto decisivo non è solo distruggere un tunnel o neutralizzare alcuni combattenti asserragliati sottoterra. Il punto è ridisegnare la geografia della sicurezza israeliana oltre la linea formale del confine.
La collina che entra nella zona di sicurezza
Ali Taher, inizialmente esclusa dalla zona israeliana di sicurezza nel Libano meridionale, è stata poi inserita nella nuova area di difesa avanzata insieme alla zona di Majdal Zoun. Questo passaggio è politicamente rilevante.

Quando una collina entra in una mappa militare aggiornata, non entra solo nella cartografia. Entra in una nuova logica di occupazione, controllo e interdizione.
Israele presenta l’operazione come una necessità difensiva: impedire a Hezbollah di conservare un’infrastruttura sotterranea capace di minacciare il Nord di Israele e di coordinare azioni armate nel Sud del Libano.
Hezbollah, dal canto suo, interpreta l’avanzata israeliana come un tentativo di ampliare la presenza militare su territorio libanese, trasformando una zona di sicurezza provvisoria in una fascia permanente di pressione.
La battaglia sopra e sotto terra mostra la natura reale del conflitto. Non siamo davanti a una guerra lineare, fatta soltanto di truppe, artiglieria e aviazione. Siamo davanti a una guerra stratificata, dove il terreno visibile è solo una parte del campo di battaglia.

Il sottosuolo consente a Hezbollah di resistere alla superiorità tecnologica israeliana; l’aviazione e le forze speciali consentono a Israele di cercare il punto debole nella rete sotterranea del movimento sciita.
La dimensione militare
La struttura attribuita a Hezbollah sotto Ali Taher, se confermata nella sua importanza, avrebbe un valore militare notevole. Un impianto sotterraneo in quell’area può servire a proteggere uomini, armi, sistemi di comunicazione e capacità di comando.
Può permettere il movimento di combattenti durante i bombardamenti.
Può rendere più difficile la neutralizzazione completa della catena operativa. Può soprattutto garantire continuità a un’organizzazione che fonda la propria forza sulla capacità di assorbire colpi e restare sul terreno.
Per Israele, quindi, Ali Taher non è una collina come le altre. È una posizione da conquistare perché domina un’area sensibile e perché, secondo la valutazione militare israeliana, ospita un’infrastruttura capace di prolungare la guerra.
L’obiettivo non è soltanto tattico. È psicologico e strategico: dimostrare che nessun santuario sotterraneo è invulnerabile.
Ma qui nasce il problema.
Ogni passo israeliano oltre la precedente delimitazione della zona di sicurezza può essere letto da Hezbollah come una conferma che il cessate il fuoco non è una tregua, ma una copertura per consolidare nuove posizioni.
Di conseguenza, ogni operazione israeliana produce la giustificazione per una risposta armata. E ogni risposta armata consente a Israele di sostenere che la minaccia non è stata eliminata.
La spirale è evidente.
La partita geopolitica
Ali Taher è anche un tassello della partita più ampia tra Israele, Iran, Stati Uniti e Libano. Hezbollah non è solo una milizia locale.
È il principale strumento di pressione iraniana nel Levante, una forza politica e militare capace di condizionare l’equilibrio interno libanese e di aprire un fronte permanente contro Israele.
Colpire la divisione Badr significa colpire una componente essenziale della profondità strategica iraniana.
Per Teheran, il Sud del Libano è una leva di deterrenza.
Se Israele minaccia l’Iran, Hezbollah può minacciare Israele. Se Israele colpisce Hezbollah, l’Iran può presentare la crisi come prova dell’aggressività israeliana e della debolezza americana nel far rispettare gli accordi. In questo senso, la collina di Ali Taher parla anche al Golfo Persico, allo Stretto di Hormuz, ai negoziati diplomatici e alla credibilità degli Stati Uniti.
Washington si trova nel mezzo. Deve sostenere Israele, ma deve anche impedire che il Libano diventi il detonatore di una crisi regionale più vasta.
Deve garantire la sicurezza israeliana, ma non può permettere che ogni avanzata nel Sud del Libano distrugga la possibilità di un’intesa più ampia con l’Iran. Il risultato è una diplomazia costretta a inseguire il campo di battaglia.
Gli scenari economici e geoeconomici
Il Libano, già devastato da anni di crisi finanziaria, paralisi istituzionale e crollo dei servizi pubblici, non può reggere una nuova guerra lunga nel Sud. Ogni bombardamento, ogni villaggio evacuato, ogni infrastruttura colpita aumenta il costo della ricostruzione e allontana investimenti, turismo e stabilità monetaria.
Il Paese rischia di restare prigioniero di una doppia rovina: quella interna, prodotta dal fallimento dello Stato, e quella esterna, prodotta dal confronto tra Israele e Hezbollah.
Per Israele, invece, il costo economico è legato alla sicurezza del Nord. Una fascia settentrionale instabile significa evacuazioni, spese militari crescenti, pressione sulle comunità di confine, riduzione dell’attività produttiva e aumento del peso fiscale della guerra.
La sicurezza assoluta, perseguita attraverso il controllo avanzato del territorio, rischia così di diventare un costo permanente.
Sul piano geoeconomico, il Sud del Libano è una piccola area, ma inserita in una grande rete di conseguenze.
Se il fronte libanese resta acceso, l’intero Mediterraneo orientale diventa più fragile. Energia, rotte marittime, investimenti infrastrutturali, stabilità politica e rapporti tra potenze regionali vengono influenzati da ciò che accade su una collina vicino a Nabatieh.
Il confine che non torna confine
La vicenda di Ali Taher dimostra che il problema libanese non è soltanto la presenza di Hezbollah né soltanto la sicurezza di Israele. Il problema è l’assenza di un vero confine politico riconosciuto come definitivo da tutti gli attori armati.
Dove il confine non viene accettato, la sicurezza diventa profondità territoriale.
Dove la sicurezza diventa profondità territoriale, l’occupazione viene presentata come difesa.
Dove l’occupazione viene presentata come difesa, la resistenza armata trova nuova legittimazione.
È questo il circolo vizioso del Sud del Libano. Israele dice di non poter vivere con tunnel e basi sotterranee a ridosso del proprio territorio. Hezbollah dice di non poter accettare truppe israeliane su suolo libanese.
Lo Stato libanese non ha la forza per imporre davvero la propria sovranità. Gli Stati Uniti cercano di contenere la crisi. L’Iran la utilizza come strumento di pressione regionale.
Ali Taher, dunque, non è solo una collina. È il simbolo di una guerra che non finisce perché nessuno dei protagonisti considera sufficiente la tregua. Israele vuole sicurezza prima della politica. Hezbollah vuole resistenza prima del disarmo.
L’Iran vuole deterrenza prima della normalizzazione. Il Libano vorrebbe sovranità, ma non dispone degli strumenti per imporla.
La guerra, allora, scende sottoterra. E quando una guerra scende sottoterra, significa che nessuna pace è ancora riuscita a mettere radici in superficie.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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