Taiwan: L’isola si prepara alla guerra che Pechino potrebbe non annunciare. Trasformato l’addestramento in prova generale di sopravvivenza strategica

Di Giuseppe Gagliano*

TAIPEI.  Taiwan non sta semplicemente organizzando cinque giorni di esercitazioni militari.

Sta cercando di abituare il proprio apparato difensivo a una verità ormai evidente: una crisi nello Stretto potrebbe non cominciare con una dichiarazione formale di guerra, ma con la trasformazione improvvisa di una normale pressione militare cinese in un’operazione reale.

Soldati di Taiwan in esercitazione

È questo il senso politico e strategico dell’esercitazione di prontezza immediata al combattimento avviata ieri e destinata a concludersi venerdì.

Il Ministero della Difesa di Taipei la presenta come parte del programma annuale di addestramento congiunto.

Ma dietro la formula tecnica si intravede un salto di qualità.

Taiwan vuole passare da manovre prevedibili, costruite su scenari già scritti, a esercitazioni capaci di simulare l’incertezza, la sorpresa, la confusione delle prime ore di un conflitto.

In altre parole, l’isola si prepara non soltanto a combattere, ma a non essere paralizzata nel momento in cui dovesse capire che la pace è finita.

Dal tempo di pace al tempo di guerra

La questione decisiva è la rapidità della transizione.

Taiwan vive da anni sotto una pressione militare costante: aerei cinesi, navi, pattugliamenti, manovre navali, incursioni nella zona di identificazione della difesa aerea. Pechino ha costruito una normalità della minaccia.

La mappa di Taiwan

 

Ogni settimana misura le reazioni taiwanesi, affatica le sue forze armate, consuma risorse, raccoglie informazioni e manda un messaggio politico: l’isola è circondata, osservata, vulnerabile.

Per questo Taipei teme lo scenario più insidioso: non un’invasione annunciata, ma un’esercitazione cinese che diventa blocco navale, interdizione aerea, attacco missilistico, sbarco limitato o operazione contro infrastrutture critiche.

Il confine fra coercizione e guerra, nello Stretto di Taiwan, si è fatto sottile.

E proprio su questo confine si concentra l’addestramento taiwanese.

Quando il Ministero parla di truppe reali, terreno reale, tempo reale ed equipaggiamento reale, non usa una formula casuale.

Vuole dire che le unità devono imparare a muoversi nel caos concreto del campo di battaglia: schierarsi rapidamente, proteggere i centri di comando, garantire la logistica, mantenere le comunicazioni, distribuire munizioni, assicurare la continuità operativa anche sotto pressione missilistica e aerea.

La risposta militare: resistere abbastanza a lungo

Dal punto di vista strategico, Taiwan sa di non poter competere simmetricamente con la potenza militare cinese.

La Repubblica Popolare cinese  dispone di profondità territoriale, superiorità numerica, capacità missilistiche, Marina in espansione, Aviazione sempre più moderna e strumenti di guerra cibernetica e informativa.

Taipei non può pensare di vincere una guerra lunga da sola. Può però rendere altissimo il costo dell’aggressione.

Qui si colloca il valore delle esercitazioni

. La difesa taiwanese punta a complicare i piani di Pechino: disperdere le forze, proteggere gli aeroporti, mantenere aperte le linee di rifornimento interne, usare sistemi mobili, rafforzare il comando congiunto e creare le condizioni affinché un eventuale intervento esterno, anzitutto statunitense e giapponese, abbia il tempo politico e militare per maturare.

HIMARS in azione

Il recente impiego del sistema lanciarazzi statunitense HIMARS nello Stretto conferma questa logica. Non è solo un acquisto d’arma. È un messaggio.

Taiwan vuole disporre di strumenti mobili, difficili da individuare, capaci di colpire rapidamente obiettivi navali, postazioni avanzate, concentrazioni anfibie e nodi logistici.

La guerra d’Ucraina ha insegnato che la sopravvivenza non dipende soltanto dalla quantità degli armamenti, ma dalla capacità di usarli in modo flessibile, disperso, integrato con informazioni in tempo reale.

Pechino stringe il cerchio

L’annuncio delle manovre taiwanesi è arrivato mentre la Cina inviava 21 velivoli militari nei cieli intorno all’isola, tra cui caccia J-16, aerei KJ-500 per l’allerta e il comando aviotrasportato e velivoli Y-20 per il rifornimento in volo.

Un caccia multiruolo J 16, notare la somiglianza con i velivoli russi della “famiglia Flankers”

 

Secondo Taipei, 19 aerei sono entrati nell’area sud-occidentale e nel Pacifico occidentale per addestramento a lungo raggio sul mare aperto.

Il dettaglio è importante. L’impiego di aerei di rifornimento e comando indica una capacità operativa più ampia della semplice dimostrazione di forza.

Pechino mostra di poter sostenere missioni prolungate, coordinare gruppi aerei complessi, operare oltre il perimetro immediato dell’isola e condizionare le vie marittime e aeree verso il Pacifico. È una pressione militare, ma anche una costruzione progressiva di familiarità operativa.

Più la Cina vola e naviga intorno a Taiwan, più riduce l’eccezionalità della propria presenza.

L’obiettivo politico resta chiaro: spingere Taiwan ad accettare l’inevitabilità della sovranità cinese, oppure dimostrare che il rifiuto dell’unificazione ha un prezzo crescente. Pechino non ha bisogno di invadere domani per modificare gli equilibri.

Può logorare, intimidire, isolare, testare la determinazione americana e presentare l’isola come una questione interna sulla quale nessuno dovrebbe interferire.

Lo scenario economico: semiconduttori e rotte mondiali

Il nodo taiwanese non è solo militare.

È economico e geoeconomico. Taiwan è una delle chiavi dell’industria mondiale dei semiconduttori, cioè del cuore invisibile dell’economia digitale, dell’intelligenza artificiale, della produzione automobilistica, delle telecomunicazioni e dei sistemi d’arma moderni.

Una crisi nello Stretto colpirebbe le borse, le catene di approvvigionamento, i prezzi dell’elettronica, la produzione industriale in Asia, Europa e Stati Uniti.

A questo si aggiunge il valore delle rotte.

Le acque intorno a Taiwan sono un passaggio vitale per il commercio tra Asia orientale, Pacifico e mercati occidentali.

Un blocco navale, anche limitato, avrebbe conseguenze immediate sui costi assicurativi, sui trasporti marittimi, sulle forniture energetiche e sulle strategie delle grandi imprese. La guerra, in questo caso, non inizierebbe soltanto sulle spiagge o nei cieli dell’isola: comincerebbe nei porti, nei mercati, nei prezzi delle merci, nelle fabbriche che attendono componenti essenziali.

Per questo Washington, Tokyo e Seul osservano ogni esercitazione taiwanese e ogni movimento cinese con attenzione estrema. Taiwan è una frontiera militare, ma anche il centro di una dipendenza industriale globale.

Chi controlla o paralizza Taiwan non controlla solo un’isola. Condiziona una parte decisiva dell’economia mondiale.

Una prova generale del nuovo ordine asiatico

Le esercitazioni Han Kuang previste ad agosto completeranno questo quadro.

Taipei sta costruendo un calendario di preparazione permanente, quasi una mobilitazione intermittente. È il segno di una normalità inquietante: la pace nello Stretto non è più un dato, ma una condizione da difendere ogni giorno.

Dal punto di vista geopolitico, Taiwan resta il punto in cui si incrociano tre crisi: l’ascesa cinese, la credibilità strategica americana e la vulnerabilità delle democrazie asiatiche.

Se Pechino riuscisse a imporre la propria volontà sull’isola senza pagare un costo insostenibile, l’intero sistema di alleanze nel Pacifico verrebbe scosso. Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia dovrebbero ricalcolare la propria sicurezza.

Gli Stati Uniti vedrebbero messa in discussione la loro funzione di garante dell’equilibrio regionale.

Per questo i cinque giorni di esercitazioni taiwanesi valgono più di una normale manovra militare.

Sono il tentativo di trasformare una società sotto pressione in un sistema capace di resistere. Taiwan sa che la prima battaglia potrebbe essere quella contro il panico, la disorganizzazione e l’illusione che Pechino non osi mai andare oltre la minaccia.

La verità è che nello Stretto la guerra potrebbe nascere proprio dalla ripetizione della minaccia.

E Taipei si prepara perché, quando l’esercitazione dell’altro diventa attacco, il tempo per capire è già quasi finito.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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