Libano del Sud:, la nuova frontiera dell’occupazione israeliana. L’IDF Israele punta al Litani e riscrive la geografia del conflitto

Di Giuseppe Gagliano*

BEIRUT. La guerra tra Israele e Hezbollah sta ormai assumendo un volto diverso da quello di una semplice operazione militare di rappresaglia.

Le parole del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz segnano infatti un salto di qualità politico e strategico: il controllo militare israeliano non verrebbe meno neppure a guerra conclusa, ma si trasformerebbe in una presenza stabile fino al fiume Litani.

Il ministro della Difesa, Israel Katz

Non più dunque una campagna finalizzata a colpire Hezbollah e poi ritirarsi, ma la prospettiva di una fascia permanente di dominio armato dentro il territorio libanese.

Siamo davanti a una logica già vista altrove: trasformare l’argomento della sicurezza in una giustificazione per ridisegnare sul terreno i rapporti di forza.

Il Libano meridionale rischia così di diventare una zona svuotata, militarizzata, separata dal resto del Paese e sottoposta a una sovranità di fatto israeliana.

Il riferimento esplicito ai modelli già applicati a Gaza chiarisce che non si tratta solo di difesa, ma di una strategia territoriale fondata su demolizioni, interdizione del ritorno dei civili e annientamento del tessuto urbano.

Gli attacchi israeliani su Gaza City

Punizione collettiva e frattura regionale

L’aspetto più grave non è soltanto la volontà di occupare una parte del Libano, ma l’idea di vietare il ritorno di centinaia di migliaia di sfollati e di radere al suolo i villaggi prossimi al confine.

In questo quadro, la guerra esce dalla dimensione strettamente militare e diventa una pratica di trasformazione demografica e territoriale.

È qui che la denuncia libanese di una punizione collettiva assume un peso preciso: non si colpisce soltanto Hezbollah, ma una popolazione intera, privata delle sue case, dei suoi servizi, della sua continuità sociale.

Dal punto di vista geopolitico, il progetto israeliano rischia di incendiare ulteriormente un Levante già devastato dalla guerra contro l’Iran e dai suoi effetti a catena.

Il Libano, Stato fragile e già vicino al collasso economico, non ha la capacità di assorbire una nuova ondata di distruzione strutturale.

Ogni chilometro di territorio sottratto al controllo di Beirut significa anche una nuova ferita alla già fragile sovranità libanese, con l’inevitabile rafforzamento delle pulsioni radicali che proprio Israele afferma di voler neutralizzare.

Il calcolo militare israeliano

Sul piano strategico-militare, Israele persegue un obiettivo chiaro: allontanare Hezbollah dalla frontiera e creare una profondità difensiva tale da mettere al riparo il Nord del Paese dai missili anticarro e dai lanci di razzi. In termini tattici, la fascia fino al Litani rappresenta un cuscinetto ritenuto essenziale per impedire infiltrazioni e attacchi ravvicinati.

Milizie Kataib Hezbollah – Credit Twitter

Ma il problema è che una simile scelta, se può offrire un vantaggio militare immediato, apre una fase molto più insidiosa nel medio periodo.

Occupare e presidiare stabilmente un territorio ostile significa infatti esporsi a una lunga guerra di logoramento. Hezbollah, anche se colpito, conserverebbe quasi certamente la capacità di adattarsi, frammentarsi e continuare la pressione con azioni asimmetriche.

Israele si troverebbe allora a dover mantenere una presenza permanente in un’area devastata, tra costi militari crescenti, isolamento diplomatico e deterioramento della propria posizione internazionale.

L’economia della devastazione

C’è poi un aspetto geoeconomico spesso sottovalutato.

Il Sud del Libano non è solo uno spazio di guerra: è anche un territorio agricolo, commerciale, umano. Distruggerlo significa aggravare il dissesto economico del Libano, accrescere la dipendenza dagli aiuti esterni e trasferire sull’intera regione il costo della destabilizzazione.

Uno dei raid israeliani in risposta agli attacchi di Hezbollah

Ospedali chiusi, strutture sanitarie colpite, sfollati in massa, villaggi cancellati: tutto questo produce una pressione finanziaria e sociale enorme su Beirut e sui Paesi vicini.

Anche per Israele, del resto, il prezzo non è irrilevante.

Una guerra lunga, una presenza prolungata e la necessità di presidiare una nuova linea avanzata comportano spese militari, usura politica e tensioni con partner occidentali che già mostrano crescente insofferenza.

Le critiche europee, canadesi e delle Nazioni Unite indicano che la scelta israeliana rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di isolamento diplomatico proprio mentre la regione è attraversata da una crisi più ampia che tocca energia, commerci e stabilità marittima.

Una vittoria tattica che può trasformarsi in sconfitta strategica

Il punto decisivo è questo: Israele può forse conquistare terreno, ma non è affatto certo che riesca a conquistare sicurezza.

La storia del Libano insegna che ogni occupazione genera resistenza, ogni devastazione alimenta nuove ostilità, ogni tentativo di imporre con la forza un nuovo equilibrio prepara spesso il conflitto successivo.

La fascia fino al Litani può apparire a Tel Aviv come una soluzione militare, ma rischia di diventare una trappola politica e strategica.

Così il conflitto con Hezbollah cambia natura. Non è più soltanto una guerra di confine, ma il tentativo di imporre con la forza una nuova architettura territoriale nel Levante.

E quando una guerra assume questo carattere, il problema non è più come finirla, ma quante altre guerre preparerà.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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