Di Giuseppe Gagliano*
BEIRUT. La guerra in Libano non nasce mai soltanto dal Libano. È questa la prima verità che bisognerebbe ricordare ogni volta che il confine meridionale del Paese dei Cedri torna a incendiarsi.

L’avanzata terrestre israeliana nel Sud del Libano, presentata come una serie di incursioni mirate contro le infrastrutture militari di Hezbollah, assume ormai un significato più vasto.
Non si tratta più soltanto di neutralizzare depositi d’armi, centri di comando o postazioni di lancio di droni.
Si intravede una strategia territoriale, una volontà di profondità, forse persino il ritorno di una vecchia tentazione israeliana: trasformare il Sud del Libano in una fascia di sicurezza permanente.
La formula è nota. Israele afferma di voler proteggere le proprie città settentrionali dai razzi, dai missili anticarro, dai droni e dalle infiltrazioni di Hezbollah.
Dal punto di vista militare, la logica è chiara: allontanare la minaccia dalla linea di frontiera, costringere il movimento sciita a arretrare, colpire le sue catene di comando e spezzare il legame operativo tra villaggi, postazioni armate e rete logistica.
Ma la storia insegna che in Libano le operazioni limitate tendono spesso a diventare occupazioni prolungate.
L’operazione Litani del 1978 e l’occupazione israeliana del Sud Libano dal 1982 al 2000 non sono ricordi d’archivio: sono precedenti strategici che pesano ancora sulla memoria politica della regione.

Il Sud come zona cuscinetto
Il punto decisivo è il fiume Litani. Da decenni, nel pensiero strategico israeliano, esso rappresenta più di un corso d’acqua: è una linea mentale, una profondità difensiva, il limite oltre il quale si vorrebbe spingere Hezbollah per ridurre la pressione sulle comunità israeliane del Nord.
Oggi diversi ambienti vicini alla sicurezza israeliana tornano a evocare l’idea di una fascia militarizzata, svuotata della presenza armata sciita e controllata direttamente o indirettamente da Israele.
Per il Libano, questo scenario equivale a una mutilazione della sovranità. Beirut denuncia infatti una trasformazione progressiva del Sud in una zona cuscinetto, con distruzioni diffuse, villaggi colpiti, popolazione civile in fuga e abitazioni ridotte in macerie.
Se le stime sulle case distrutte o gravemente danneggiate superano le diecimila unità, il danno non è soltanto umanitario. È economico, sociale, demografico.
Ogni villaggio svuotato diventa una ferita nella geografia politica libanese. Ogni famiglia sfollata alimenta la crisi di uno Stato già quasi paralizzato.
Hezbollah indebolito ma non sconfitto
Hezbollah appare oggi più vulnerabile rispetto al passato.
I bombardamenti israeliani del 2024 e del 2025 hanno colpito quadri, depositi, infrastrutture e reti operative. Tuttavia, indebolire Hezbollah non significa necessariamente eliminarlo.
Il movimento sciita resta radicato nel tessuto sociale del Libano meridionale, dispone ancora di capacità missilistiche, droni, unità anticarro e una struttura militare adattata alla guerra d’usura.
La scelta di non cercare uno scontro frontale massiccio ma di moltiplicare attacchi selettivi contro le posizioni israeliane risponde a una logica precisa. Hezbollah vuole logorare l’avversario, aumentare il costo politico e militare dell’operazione, evitare una battaglia campale che favorirebbe la superiorità tecnologica e aerea israeliana.
È una guerra di nervi, di tempi lunghi, di pressione costante.
La domanda centrale è fino a che punto Teheran intenda spingere il suo alleato libanese. L’Iran non ha interesse a perdere Hezbollah, che rimane una delle sue principali leve strategiche nel Levante, ma potrebbe considerare utile mantenere aperto un fronte di pressione contro Israele mentre la regione resta attraversata da tensioni multiple.

La superiorità israeliana e il rischio del pantano
Sul piano strettamente militare, Israele dispone di un vantaggio evidente: aviazione, intelligence, sorveglianza elettronica, capacità di fuoco, mobilità terrestre e coordinamento operativo.
Ma il Libano non è uno spazio neutro.
È un terreno difficile, politicamente ostile, pieno di memorie di resistenza e di reti locali. La superiorità tecnologica consente di colpire, distruggere, avanzare. Non garantisce però il controllo politico del territorio.
È qui che emerge il rischio strategico per Israele.
Una fascia di sicurezza può sembrare razionale sulla carta, ma richiede presenza, pattugliamento, intelligence permanente, gestione dei civili, protezione delle linee logistiche, risposta agli attacchi di guerriglia. In altre parole, può trasformarsi in un pantano.
Proprio ciò che l’esperienza libanese aveva già mostrato: l’occupazione produce sicurezza nell’immediato, ma nel lungo periodo genera resistenza, delegittimazione internazionale e costi militari crescenti.
Il Libano davanti al collasso
Per Beirut, l’allargamento della guerra arriva nel momento peggiore.
Il Libano è già un Paese in frantumi: economia devastata, moneta erosa, sistema bancario screditato, istituzioni deboli, servizi pubblici al limite, classe politica incapace di produrre un vero compromesso nazionale.
Una nuova guerra nel Sud non colpisce soltanto Hezbollah. Colpisce l’intero equilibrio libanese.
Le infrastrutture civili distrutte significano meno abitazioni, meno scuole, meno reti elettriche, meno ospedali, meno capacità dello Stato di restare presente. Gli sfollati interni aggravano una crisi sociale già profonda.
La ricostruzione richiederà risorse che Beirut non possiede. E qui entra la dimensione geoeconomica: chi finanzierà il Libano dopo questa nuova devastazione?
I Paesi del Golfo, diffidenti verso Hezbollah? L’Iran, sotto pressione e con risorse limitate?
L’Europa, già divisa e stanca? Gli Stati Uniti, alleati di Israele ma preoccupati dal collasso libanese?
Il Libano rischia di diventare ancora una volta il luogo in cui altri combattono, negoziano e misurano la propria influenza.
Washington, Teheran e la diplomazia impossibile
Le trattative indirette tra Israele e Libano a Washington mostrano tutta la fragilità del quadro. Beirut chiede cessate il fuoco e ritiro israeliano.
Israele condiziona la de-escalation al disarmo di Hezbollah. Ma questo obiettivo, per quanto comprensibile dal punto di vista israeliano, è politicamente irrealistico nelle condizioni attuali.
Lo Stato libanese non ha la forza per disarmare Hezbollah. E Hezbollah non può accettare di deporre le armi senza perdere la propria ragione d’essere, la propria funzione regionale e il proprio peso interno.
Si crea così un circolo chiuso: Israele non si ritira senza garanzie; il Libano non può fornire garanzie.
Hezbollah non si disarma. L’Iran conserva la leva.
Washington tenta di contenere l’incendio senza rompere con Tel Aviv.
Il risultato è una guerra sospesa tra operazione militare, occupazione strisciante e negoziato impossibile.
Il precedente di Gaza
Il timore più forte, nella regione, è che il Libano diventi una seconda Gaza: una guerra lunga, un territorio devastato, una popolazione civile intrappolata, una giustificazione permanente fondata sulla sicurezza.

Naturalmente il Libano non è Gaza.
È uno Stato, sebbene fragile; ha una struttura confessionale complessa; ospita attori politici molteplici; conserva legami internazionali diversi. Ma proprio questa complessità rende il conflitto ancora più pericoloso.
Una guerra prolungata nel Sud potrebbe riaccendere fratture interne, alimentare tensioni confessionali, indebolire ulteriormente l’esercito libanese e consegnare a Hezbollah nuovi argomenti per presentarsi come unico difensore del territorio nazionale.
Paradossalmente, un’operazione pensata per ridurre la minaccia sciita potrebbe rafforzarne la legittimazione politica nel lungo periodo.
La guerra che nessuno riesce a chiudere
La questione libanese dimostra ancora una volta il limite della forza militare quando manca una soluzione politica. Israele può colpire Hezbollah, ma non può cancellare il problema libanese. Hezbollah può logorare Israele, ma non può proteggere il Libano dal collasso.
L’Iran può usare il movimento sciita come leva regionale, ma non può garantire stabilità al Paese. Gli Stati Uniti possono mediare, ma non riescono a imporre una formula accettabile a tutti.
Il Sud del Libano torna così a essere ciò che è stato troppe volte: non una periferia, ma un centro nevralgico della crisi mediorientale.
Una terra piccola, carica di simboli, dove la sicurezza di Israele, la sopravvivenza di Hezbollah, l’influenza iraniana, la debolezza araba e l’impotenza occidentale si incontrano in modo esplosivo.
La guerra, ancora una volta, viene presentata come necessaria per ottenere sicurezza.
Ma in Libano la sicurezza imposta con l’occupazione ha spesso prodotto il suo contrario: più resistenza, più radicalizzazione, più instabilità.
Ed è questo il nodo strategico che il Governo israeliano dovrà affrontare.
Vincere una battaglia nel Sud del Libano è possibile. Governarne le conseguenze è tutt’altra cosa.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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