Libia: la guerra invisibile contro il petrolio. Gli attacchi alle infrastrutture rivelano la fragilità dello Stato e la vera posta in gioco delle future elezioni

Di Giuseppe Gagliano*

TRIPOLI.  L’arresto di una presunta cellula composta da cittadini libici e stranieri, accusata di preparare attacchi contro depositi petroliferi e centrali elettriche, non è un episodio ordinario di lotta al terrorismo.

In Libia, colpire un serbatoio di carburante significa colpire contemporaneamente l’economia, il potere politico e la precaria architettura dello Stato.

La mappa della Libia

Secondo il Ministero della Difesa del Governo di unità nazionale di Tripoli, il gruppo sarebbe coinvolto negli attacchi condotti mediante velivoli senza pilota carichi di esplosivo contro impianti situati nella capitale e a Zawiya.

Uno degli episodi avrebbe provocato un incendio nel complesso petrolifero della città, sede di una delle principali raffinerie del Paese.

Le autorità parlano di un piano più ampio contro altre infrastrutture essenziali. Ma la versione ufficiale, in una Libia divisa tra governi, apparati militari, milizie e interessi stranieri, non può essere accolta senza prudenza.

Libia, l’Eden del petrolio

Resta da accertare chi abbia organizzato la cellula, chi l’abbia finanziata e soprattutto quale obiettivo politico perseguisse.

Il petrolio come arma politica

Dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, determinata dall’intervento dell’Alleanza Atlantica, il petrolio libico ha cessato di essere soltanto una risorsa economica. È diventato un’arma politica, una garanzia finanziaria e uno strumento di pressione nelle mani delle diverse fazioni.

Muammar Gheddafi

Chi controlla pozzi, raffinerie, oleodotti e terminali dispone della capacità di influenzare la distribuzione delle entrate pubbliche e, quindi, il pagamento degli stipendi, il funzionamento delle amministrazioni e la sopravvivenza dei governi.

Non occorre conquistare Tripoli quando è possibile paralizzarne le casse chiudendo un terminale o incendiando un deposito.

La geografia energetica coincide così con quella del potere.

L’area occidentale, formalmente amministrata dal governo di Tripoli, deve convivere con formazioni armate dotate di una propria autonomia. La parte orientale rimane legata alle strutture politiche e militari che fanno riferimento al Generale Khalifa Haftar.

Il Generale Khalifa Haftar

Nel mezzo si trovano le istituzioni economiche nazionali, costrette a operare come apparati formalmente unitari all’interno di un Paese sostanzialmente frammentato.

Gli attacchi assumono quindi un preciso significato strategico: dimostrano che anche piccoli nuclei, senza affrontare direttamente forze regolari, possono produrre conseguenze nazionali colpendo obiettivi scarsamente difesi ma economicamente decisivi.

È una forma di guerra indiretta, relativamente poco costosa e capace di generare danni sproporzionati rispetto ai mezzi impiegati.

Elezioni sotto ricatto

Gli arresti arrivano mentre le Nazioni Unite tentano di rilanciare il processo elettorale attraverso l’intesa raggiunta dal comitato di dialogo composto da quattro rappresentanti per ciascuna delle parti. L’accordo dovrebbe affrontare la riorganizzazione dell’Alta Commissione elettorale e la definizione delle norme necessarie per convocare il voto.

La Camera dei rappresentanti e l’Alto Consiglio di Stato hanno ricevuto un mese per approvarlo. Ma il problema libico non è soltanto stabilire quando votare. La questione decisiva è chi controllerà le risorse economiche e gli strumenti della forza dopo le elezioni.

Un nuovo governo potrebbe ottenere una legittimità formale senza disporre dell’autorità necessaria per governare. Se depositi, centrali, raffinerie e terminali resteranno esposti alle milizie, ai sabotaggi e alle pressioni territoriali, anche un esecutivo eletto dipenderà dai gruppi capaci di aprire o chiudere i rubinetti dell’economia nazionale.

La coincidenza temporale tra l’accordo politico e gli attacchi non dimostra automaticamente un collegamento.

Tuttavia, indica che ogni tentativo di modificare gli equilibri istituzionali può provocare la reazione di coloro che traggono vantaggio dalla frammentazione. La pace minaccia rendite, traffici e sistemi di potere costruiti durante quindici anni di disordine.

Il costo economico dell’instabilità

Il petrolio finanzia la maggior parte delle entrate pubbliche e delle esportazioni libiche.

Ogni interruzione della produzione riduce la disponibilità di valuta, compromette la spesa statale e aumenta il rischio di tensioni tra le regioni per la distribuzione delle risorse.

Le proteste che hanno minacciato il complesso petrolifero e del gas di Mellitah mostrano come le infrastrutture energetiche siano diventate il punto di convergenza tra rivendicazioni sociali, rivalità locali e competizione politica. Mellitah è particolarmente importante anche per l’Italia, poiché alimenta il collegamento sottomarino attraverso il quale il gas libico raggiunge la Sicilia.

In uno scenario di stabilizzazione, l’aumento della produzione potrebbe fornire le risorse necessarie per ricostruire le istituzioni, migliorare la rete elettrica e attirare investimenti. Nello scenario opposto, gli attacchi farebbero crescere i costi assicurativi e di protezione, scoraggiando le imprese straniere e rendendo ancora più dipendente il Paese dagli accordi con le potenze capaci di offrire sicurezza, armi e sostegno politico.

La posta in gioco è dunque anche geoeconomica. Italia, Turchia, Russia, Egitto, Francia e monarchie del Golfo considerano la Libia un nodo energetico e strategico del Mediterraneo.

Proteggere o condizionare le sue infrastrutture significa esercitare influenza sulle esportazioni, sui contratti, sui collegamenti marittimi e sugli equilibri dell’Africa settentrionale.

Uno Stato ancora da costruire

L’inserimento delle centrali elettriche tra i possibili obiettivi conferma che la destabilizzazione non riguarda soltanto il petrolio. Interrompere l’energia significa aggravare le difficoltà quotidiane della popolazione, alimentare le proteste e dimostrare l’impotenza del governo.

La Libia procede così lungo due strade che non possono essere separate.

Da una parte vi è il percorso politico sostenuto dalle Nazioni Unite; dall’altra vi è la necessità di unificare le strutture militari, proteggere gli impianti e sottrarre le entrate energetiche al ricatto delle armi.

Le elezioni potrebbero cambiare i nomi dei governanti, ma non necessariamente la natura del potere.

Finché lo Stato non controllerà stabilmente le proprie risorse e le forze armate non risponderanno a un’unica autorità, ogni accordo resterà esposto al rumore di un’esplosione sopra una raffineria.

In Libia, infatti, la vera urna elettorale continua a essere il barile di petrolio.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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