Di Giuseppe Gagliano*
BAMAKO. Il Mali entra in una fase che non può più essere descritta soltanto come “crisi di sicurezza”. Quando un gruppo jihadista riesce a installare posti di blocco sulle principali arterie che conducono alla capitale, minaccia un blocco totale di Bamako, rivendica attacchi simultanei contro basi militari e conquista città strategiche nel Nord, il problema non è più periferico. È il cuore dello Stato che viene messo alla prova.
Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, la coalizione jihadista legata ad Al Qaeda, non si limita più alla guerra rurale, all’imboscata, alla pressione sulle comunità locali. Cerca il salto politico. La dichiarazione diffusa in francese, lingua dell’amministrazione e della vita pubblica maliana, non è un dettaglio secondario. È un messaggio rivolto non soltanto ai militanti o alle reti islamiste, ma ai partiti, ai soldati, ai religiosi, ai capi tradizionali e alla società civile. Il gruppo tenta di presentarsi come alternativa alla giunta militare, mescolando propaganda religiosa, appello patriottico e promessa di una transizione “inclusiva”. Dietro quelle parole, però, resta l’obiettivo dichiarato: l’imposizione della sharia secondo la propria interpretazione.

La crisi della giunta militare
Il governo guidato dai militari aveva costruito buona parte della propria legittimità sulla promessa di ristabilire ordine, sovranità e sicurezza. L’espulsione dell’influenza francese, la rottura con alcuni dispositivi occidentali e l’avvicinamento alla Russia erano stati presentati come il recupero della piena autonomia nazionale. Ma la realtà del terreno mostra un quadro molto più duro.
Se gli attacchi del 25 aprile hanno davvero colpito basi militari in diverse aree del Paese e se tra le vittime figura persino il ministro della Difesa, allora il messaggio è devastante: l’apparato statale può essere colpito non soltanto ai margini, ma nei suoi centri nevralgici. La caduta o la contestata conquista di località simboliche come Kidal e Tessalit aggiunge un ulteriore elemento di gravità. Il Nord del Mali non è soltanto spazio geografico: è memoria politica, identità ribelle, frontiera commerciale, corridoio militare e retrovia strategica.
In questo senso, la giunta si trova davanti a un dilemma classico dei regimi militari in crisi: più promette sicurezza, più ogni avanzata degli insorti diventa una delegittimazione politica. E più risponde con la forza, più rischia di alimentare il risentimento locale, soprattutto nelle zone in cui lo Stato è percepito come distante, predatorio o incapace di garantire servizi essenziali.
Valutazione militare: la guerra delle strade e dei vuoti
Dal punto di vista strategico, i posti di blocco intorno a Bamako sono più importanti di quanto sembri. Non servono soltanto a fermare mezzi, controllare persone o imporre tributi. Servono a dimostrare che lo Stato non controlla più pienamente le vie di accesso alla capitale. In una guerra di insurrezione, il controllo delle strade vale spesso quanto il controllo delle città.
JNIM sta applicando una logica militare precisa: colpire simultaneamente, creare insicurezza sulle rotte, isolare i centri urbani, logorare l’esercito, presentarsi come amministratore alternativo nelle zone dove l’autorità statale arretra. Non ha necessariamente bisogno di conquistare Bamako. Gli basta far percepire che Bamako è vulnerabile.
Il coordinamento, almeno tattico, con il Fronte di Liberazione dell’Azawad conferma un altro elemento: nel Sahel le alleanze non seguono sempre una purezza ideologica. Gruppi jihadisti, ribelli identitari, reti criminali e milizie locali possono convergere quando l’obiettivo comune è indebolire lo Stato centrale. È una geometria mobile, instabile, ma molto efficace contro eserciti spesso rigidi, scarsamente equipaggiati, dipendenti da appoggi esterni e vulnerabili sul piano dell’intelligence territoriale.
Economia di guerra e risorse sotto minaccia
Il Mali è un Paese senza sbocco sul mare. Questo significa che le rotte terrestri sono la sua linfa vitale. Ogni blocco, ogni imboscata, ogni interruzione dei collegamenti con Senegal, Costa d’Avorio, Guinea, Burkina Faso o Niger si trasforma rapidamente in aumento dei prezzi, scarsità di merci, difficoltà nei rifornimenti e pressione sulla popolazione urbana.
Qui lo scenario economico diventa immediatamente politico. Una capitale che teme l’interruzione delle forniture è una capitale più fragile. Il carburante, i generi alimentari, i medicinali, i materiali per l’edilizia, le importazioni industriali: tutto dipende dalla sicurezza dei corridoi. Se JNIM riesce a trasformare la minaccia di blocco in pressione costante, può logorare il governo senza occupare i ministeri.
Poi c’è il capitolo minerario. Oro, litio, uranio e altre risorse strategiche fanno del Sahel una regione essenziale per le catene globali del valore. L’oro è già da anni un fattore di finanziamento, corruzione, contrabbando e competizione armata. Il litio aggiunge una dimensione nuova, legata alla transizione energetica e alle batterie. L’uranio interessa non solo il Mali ma l’intero spazio saheliano, con ricadute dirette sui rapporti tra Africa occidentale, Europa, Russia, Cina e Stati del Golfo.
Quando l’instabilità minaccia miniere, vie di trasporto e frontiere, il conflitto locale diventa questione geoeconomica. Non si tratta più soltanto di sicurezza africana: si tratta di approvvigionamenti, prezzi, investimenti, controllo delle infrastrutture e influenza internazionale.
Il fallimento delle ricette esterne
Dal 2013 in poi, il Mali ha visto passare missioni francesi, sostegno statunitense, interventi delle Nazioni Unite, cooperazione regionale e più recentemente appoggio russo. Eppure la minaccia non è stata sconfitta. Anzi, si è adattata. Questo è il punto centrale.
Gli interventi esterni hanno spesso trattato il Sahel come un problema militare. Ma il jihadismo saheliano vive di molte cose: assenza dello Stato, conflitti tra comunità, traffici, rivalità etniche, crisi pastorali, corruzione, contrabbando, marginalizzazione delle periferie, abusi delle forze armate, fallimento della giustizia ordinaria. Dove lo Stato non amministra, JNIM amministra. Dove lo Stato non giudica, JNIM giudica. Dove lo Stato non protegge, JNIM tassa e protegge a modo suo.
È questa la sua forza più pericolosa: non solo la capacità di combattere, ma quella di sostituirsi allo Stato nei vuoti lasciati dallo Stato.

Geopolitica del contagio
Il Mali non è un’isola. La saldatura tra Mali, Burkina Faso e Niger ha creato una fascia di instabilità che attraversa il Sahel centrale e spinge verso i Paesi del Golfo di Guinea. Benin, Togo e Costa d’Avorio osservano con crescente preoccupazione. Il rischio non è soltanto l’arrivo di cellule armate, ma la riproduzione del metodo: penetrazione discreta, reclutamento locale, sfruttamento dei conflitti sociali, attacchi mirati, erosione progressiva dell’autorità statale.
La distanza evocata tra Mali occidentale, Nigeria e Ciad mostra la dimensione del problema: una continuità di crisi che attraversa migliaia di chilometri e collega Africa occidentale, Africa centrale, rotte migratorie, traffici illegali e interessi minerari. In questa fascia si gioca anche una competizione tra potenze. La Francia arretra, la Russia avanza, la Cina investe, la Turchia osserva e propone strumenti militari, gli Stati Uniti cercano di mantenere capacità d’influenza, mentre gli Stati regionali tentano di sopravvivere.
Il rischio della sovraestensione jihadista
L’avanzata di JNIM, tuttavia, non è priva di rischi per lo stesso movimento. Più un gruppo si espande, più deve amministrare territori, disciplinare comandanti locali, controllare reclute nuove, evitare rivalità interne, mantenere linee di rifornimento e difendere fronti sempre più vasti. La crescita può diventare forza, ma anche fragilità.
Il confronto con lo Stato Islamico nel Sahel aggiunge ulteriore pressione. JNIM deve dimostrare efficacia, attrarre combattenti, garantire risorse e mantenere autorità religiosa e militare. Ma un’espansione troppo rapida può produrre frammentazione. Le nuove cellule potrebbero perseguire interessi propri, alimentare tensioni con le comunità locali o rompere la disciplina centrale.
Uno Stato al bivio
La vera domanda, oggi, non è se Bamako cadrà domani. È se lo Stato maliano abbia ancora la capacità di ricostruire un patto politico con il Paese reale. Senza questo patto, nessuna alleanza militare esterna basterà. Né quella francese di ieri, né quella russa di oggi, né eventuali formule ibride di domani.
Il Mali è diventato il laboratorio più duro del nuovo disordine africano: guerre locali con effetti globali, risorse strategiche in territori instabili, Stati militari che promettono sovranità, ma faticano a governare, movimenti jihadisti che si presentano come potere alternativo e popolazioni intrappolate tra violenza, povertà e assenza di futuro.
La battaglia per Bamako, prima ancora che militare, è politica. Se la capitale resta formalmente nelle mani del governo, ma le strade, le campagne, le miniere e le periferie sfuggono allo Stato, allora la vittoria sarà soltanto apparente. E nel Sahel le vittorie apparenti durano poco.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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