Di Gerardo Severino*
LONDRA. Il 30 marzo del 1861, a pochi giorni dalla proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo), il Governo inglese, guidato da Lord Palmerston, anticipando di fatto le altre grandi Potenze Europee, così come gli Stati Uniti d’America, riconobbe il nuovo Stato Continentale, sorto grazie alla Guerre d’Indipendenza e alla vittoriosa spedizione Garibaldina, alla quale il Regno Unito non era stato del tutto estraneo, ricordando il ruolo avuto dalla stessa Royal Navy.

Ciò anche grazie all’opera di Camillo Benso, Conte di Cavour, il quale aveva avviato immediatamente le comunicazioni diplomatiche tramite il Marchese Emmanuel D’Azeglio, Ambasciatore del Regno di Sardegna a Londra, onde assicurarsi l’avallo della diplomazia d’oltre Manica.
Londra, dal canto suo, vedeva con favore l’unificazione italiana, soprattutto al fine di limitare l’influenza della Francia nel Mar Mediterraneo, potendo così favorire un equilibrio tra l’Europa liberale in opposizione alle Potenze assolutiste, contro le quali il Regno Unito s’era sempre battuto, tra la fine del Settecento e l’Ottocento, così come avverrà prima e dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale.
Gli inglesi, in verità, s’erano sempre interessati alla Penisola italiana, e l’avevano fatto in varie circostanze, soprattutto in chiave anti-Napoleonica o comunque anti-francese, così come avrebbero esteso una sorta di protezione nei riguardi dei propugnatori del Risorgimento italiano, pur dovendo così rinunciare per sempre all’amicizia con la Corte Borbonica, da loro appoggiata sia durante la Repubblica Partenopea, sia durante il “Decennio Francese” che dopo il restauratore “Congresso di Vienna”.
Gli inglesi avrebbero, quindi, continuato a solcare i mari d’Italia anche dopo il 17 marzo 1861, per poi tornarci, purtroppo per combattere l’Italia di Mussolini, all’indomani della insensata dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940.
Quello che segue è, quindi, un breve ricordo di quanto la Royal Navy fece per l’Italia, ricevendone da questa gratitudine e, soprattutto, una grande amicizia, in virtù della quale entrambe le Flotte si sarebbero scambiate commesse e, soprattutto, esperienze operative.
Dal 1861 alla Seconda Guerra mondiale (1861 – 1946)
All’indomani della citata proclamazione del Regno d’Italia, il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Francia, la Russia, ma anche Danimarca, costituivano ancora le grandi, vere potenze marittime del XIX secolo.
Secondo lo studio di Hans Busk, docente al “Trinity College” di Cambridge, dal titolo The navies of the world, pubblicato a Londra nel 1859, la Marina da guerra britannica era ancora la prima al mondo, sia per quantità dei mezzi che per qualità degli equipaggi, conservando di fatto un vero e proprio primato, che s’era guadagnato già da qualche secolo e che manterrà sino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, quindi da metà Seicento circa sino al 1939-1940.

Durante la prima metà dell’Ottocento, in particolare, la politica navale inglese era stata caratterizzata dal “Two power standard”, applicato informalmente per poi essere “codificato” solo sul finire dello stesso Ottocento [1].
La flotta britannica, dovendo essere in grado, da sola, di risultare più forte della seconda e della terza marina mondiali riunite, attorno al 1858 contava su ben 464 unità, 8.246 cannoni, 105.962 cavalli vapore, 457.881 tonnellate.
Pertanto, la stessa Marina britannica era superiore di oltre dieci volte a quella del Regno delle Due Sicilie, che sino all’epilogo di Gaeta (febbraio 1861) era sicuramente la più importante, fra quelle Armate dai singoli Stati italiani.
Ebbene, dal 1861 in avanti le navi da guerra inglesi avrebbero navigato in lungo e in largo, toccando i porti italiani, sia nella parte del Mediterraneo che in quella Adriatica, ove maggiori erano i rischi, attesa l’influenza Asburgica e ricordando che l’Italia otterrà Venezia solo nel 1866 e Trieste nel 1918.
Crociere, spesso motivate anche da esigenze istruttive per gli allievi ufficiali, furono, quindi, reiterate nel corso dei decenni, epoca nella quale l’amicizia fra i due Paesi Europei era stata ulteriormente “consacrata” grazie al nuovo “Trattato di commercio e navigazione”, siglato a Roma il 15 giugno del 1883, ma anche dal reciproco appoggio dei rispettivi Governi riguardo alla politica coloniale di entrambi, ovvero alle problematiche inglesi in Sudan, soprattutto dopo la rivolta dei Mahdisti, ai primi del 1885.

La Gran Bretagna, del resto, non faceva certo mistero riguardo alla necessità di garantire lo status quo nel Mediterraneo, per il quale si ebbe uno “scambio di note” anche con Austria e Italia, volendo salvaguardare l’integrità territoriale dell’impero Turco da iniziative che la Russia avrebbe potuto prendere, onde contrastare il peso crescente della stessa Austria nell’ambito della questione Bulgara, alla quale l’Italia aveva espresso la sua amicizia.
Erano, quelli, anche gli anni nei quali le navi di Sua Maestà Britannica si sarebbero rese protagoniste, grazie al valore dei rispettivi equipaggi, di straordinarie operazioni di soccorso, pur ricevendo, talvolta, esse stesse aiuti da parte delle Marinerie nostrane.
È il caso – tanto per dirne una – di quanto accadde a Trapani il 5 dicembre del 1892, allorquando la guardia di finanza Pasquale Foti riuscì a salvare un marinaio inglese che stava per annegare nelle fredde acque di quel porto. Il Finanziere si tuffò prontamente nelle melmose acque, riuscendo appena in tempo ad afferrarlo per i vestiti.
Alla prode fiamma gialla il Console inglese di Palermo fece pervenire la Medaglia d’Argento al Valore che la Regina Vittoria volle generosamente conferirgli [2].
Analoga ricompensa, la Medaglia d’Argento al Valor di Marina fu, invece, conferita allo stesso Foti da parte di Re Umberto I [3].
Decine furono, quindi, le decorazioni al Valor di Marina che avrebbero coronato i petti di ufficiali, sottufficiali e marinai della Royal Navy dal 1861 in poi, così come fu sempre grande la considerazione che la stessa Marina avrebbe riscosso, sia da parte della Corte Sabauda che dei Governi nazionali, sia da parte del Santo Padre.
A testimoniarlo fu anche l’udienza che il Papa, Leone XIII, concesse agli equipaggi della flotta inglese ancorata a Civitavecchia, al comando dell’Ammiraglio Seymour, seguita da una Santa Messa all’interno della Cappella Paolina, il 14 giugno del 1896, poi immortalata anche da una copertina della rivista settimanale La Tribuna Illustrata [4].
La Regina Vittoria, a cui nel 1876 era stato aggiunto dal Parlamento il titolo di Imperatrice delle Indie, moriva nel 1901, lasciando il trono al figlio, Edoardo VII, il cui Regno, conclusa nel 1902 la pace coi Boeri, non fu più turbato per un buon periodo dal rumore delle armi, tanto che la sua politica mirò sopratutto alla pace interna, oltre che ad accrescere, all’esterno, mediante accordi con le varie Potenze straniere, l’autorità, il credito e la prosperità inglesi.
Ciò nonostante il fatto che s’iniziasse già a sentire la minaccia derivata dall’enorme sviluppo conseguito dalla Germania nelle industrie, nel commercio, così come nella stessa forza navale, ovvero nell’espansione coloniale.
Tali “pericoli” indussero il Sovrano a mantenere in grande efficienza la Royal Navy, la quale continuerà a girovagare anche in tutto il Mediterraneo, oltre ovviamente che negli altri mari del Pianeta, spesso chiamata a difendere gli interessi, sia politici che economici, della Nazione nei luoghi più disparati, dall’Asia all’America Latina.
Il suo ruolo di Forza Armata amica dell’Italia e degli italiana, la Royal Navy l’avrebbe avuto anche all’indomani del tristemente noto terremoto di Messina, del 28 dicembre 1908, allorquando tra i soccorritori provenienti da vari Paesi d’Europa troviamo anche i bravi marinai inglesi, membri degli equipaggi delle navi da guerra Sutlej, Minerva, Lancaster, Exmouth, Duncan, Euryalus.
Alcuni di loro riceveranno, successivamente, la Medaglia di Benemerenza a ricordo dell’evento.
E giunsero, poi, gli anni della “Grande Guerra”. Re Giorgio V, succeduto al padre nel 1910, continuò l’opera di Edoardo VII.
Fin dai primordi del suo Regno, la Gran Bretagna si trovò, quindi, coinvolta nelle crisi internazionali, che nel 1914 avrebbero innescato la tragica guerra mondiale, alla fine della quale, tuttavia, il Regno Unito ebbe l’acquisto di .gran parte delle colonie tedesche dell’Africa, oltre al mandato della Palestina e della Mesopotamia.
In quel frangente storico, tra le fila della Royal Navy si sarebbe distinto l’Ammiraglio Sir David Beatty (1871 – 1936), il quale operò attivamente anche nel Mediterraneo e fu molto vicino all’Italia, tanto da meritarsi, l’11 agosto del 1917, il conferimento della la croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia [5].
Durante la Prima Guerra Mondiale, la Royal Navy e la Regia Marina italiana avevano collaborato attivamente, sia nel Mar Mediterraneo che nell’Adriatico.

Gli inglesi inviarono nelle basi di Venezia, Brindisi e Taranto unità leggere e cacciatorpediniere, con le quali, oltre a bloccare le uscite nemiche dai porti di Pola e Cattaro, si ebbe modo di contrastare la flotta austro-ungarica, ma soprattutto la micidiale minaccia rappresentata dai sommergibili tedeschi (U-boot), proteggendo, infine, anche le rotte dei rifornimenti e il traffico mercantile Alleato [6].
Nei primi anni Venti, la flotta da guerra della Gran Bretagna comprendeva ben 20 grandi navi da battaglia, di cui 4 incrociatori e 16 corazzate, con tonnellaggi varianti da 26.250 a 42.100 tonnellate e cannoni da 343 a 406 mm.; navi minori nella misura seguente: 4 navi porta-aerei, 2 incrociatori posamine, 6 navi porta-aerei, 55 incrociatori, protetti e leggeri, 17 conduttori di flottiglia, 140 cacciatorpediniere, 60 sommergibili, oltre a numerose cannoniere, posamine, dragamine, vedette e altre unità.
Le navi da guerra inglesi continuarono così a “visitare” l’Italia, nel frattempo trasformata in una dittatura, con varie missioni, almeno sino al 1933, allorquando troviamo la flotta in visita al porto di Trieste.
I rapporti fra Italia e Gran Bretagna, si ricorderà, iniziarono ad incrinarsi all’indomani dello scoppio della guerra “Italo-Etiopica”, tra il 1935 e il 1936. In quel contesto, l’aggressione italiana all’Etiopia spinse la Società delle Nazioni, sotto la forte spinta di Londra, a varare sanzioni economiche contro l’Italia, incrinando profondamente l’asse politico e spingendo così il fascismo verso la Germania di Hitler.
I rapporti peggiorarono ulteriormente a seguito dello schieramento di Mussolini a favore di Francisco Franco, nel corso dell’assurda guerra civile che avrebbe dilaniato la Spagna. L’appoggio militare italiano ai franchisti aumentò la tensione nel mar Mediterraneo contro gli interessi strategici britannici.
In tale ambito a nulla avrebbe portato all’Accordo di Pasqua, firmato a Roma il 16 aprile del 1938, con il quale l’Italia si impegnava a ritirare dalla Spagna i reparti di volontari, appena finita la guerra civile.
La Gran Bretagna, invece, acconsentì al riconoscimento dell’annessione italiana dell’Etiopia. Si tratterà, in effetti, di un tentativo di riconciliazione effimero, volto a distendere i rapporti sulle questioni coloniali e mediterranee, rivelatosi presto inefficace, tanto da indurre il Duce a firmare il famoso “Asse”.
L’interruzione definitiva dei rapporti tra l’Italia fascista e la Gran Bretagna avvenne, come avevamo già scritto, il 10 giugno 1940, giorno in cui Benito Mussolini annunciò l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, contro gli Alleati Francia e Inghilterra.
La Royal Navy, che dal 1815 in avanti, quasi ininterrottamente, aveva solcato i Mari d’Italia per scopi tutto sommato pacifici, a parte la “Grande Guerra”, ove operò a difesa dell’Italia, faceva echeggiare nuovamente i propri cannoni, partecipando al tutte le fasi belliche che avrebbero, infine, portato alla liberazione del Paese e alla proclamazione della Repubblica italiana, esattamente ottanta anni orsono.
NOTE
[1] Il “Naval Defence Act 1889” fu una legge approvata dal Parlamento del Regno Unito il 31 maggio 1889 che adottava formalmente il “Two power standard“, aumentando quindi considerevolmente la potenza navale britannica. Questo criterio riteneva necessario mantenere in servizio con la Royal Navy, al tempo la più grande marina militare del mondo, un numero di navi che fosse perlomeno uguale alle forze combinate delle marine militari in seconda e terza posizione per grandezza, al momento Francia e Russia. La legge prevedeva anche un finanziamento di 20 milioni di sterline per i quattro anni successivi da utilizzare per la costruzione di 10 nuove navi da battaglia, 38 incrociatori, 18 torpediniere e quattro cannoniere veloci.
[2] Dal Libro d’Oro della Guardia di Finanza, Edizione 1965, Roma, Museo Storico della Guardia di Finanza, 1965, pag. 419.
[3] Ivi, pag. 304.
[4] Cfr. corrispondenza dal titolo “L’arrivo dell’Ammiraglio. 500 marinai in Vaticano”, in <<Il Messaggero>>, 11 giugno 1896, pag. 3.
[5] Il Beaty fu Comandante in capo della Grand Fleet nella Prima guerra mondiale e protagonista nella battaglia dello Jutland (1916).
[6] Sull’argomento vgs. Gerardo Severino – Anna Carmina Barone, “Le Fiamme Gialle in Puglia nel turbinio della Grande Guerra (1915 – 1918)”, Centro Tipografico Fiamme Gialle, Roma, 2020.
*Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza – Storico Militare. Membro del Comitato di Redazione di Report Difesa
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