Di Paola Ducci*
KIEV. Nel cuore dell’Ucraina meridionale, tra le distese dorate dell’Oblast’ di Mykolaiv, si nascondeva uno dei luoghi più inquietanti della Guerra Fredda: la Base missilistica di Lukashivka, parte della 46ª Divisione Missilistica sovietica.

Per decenni questo villaggio, apparentemente anonimo, fu il custode di un potere capace di annientare intere città a migliaia di chilometri di distanza.
Oggi ciò che resta è un museo ma per lungo tempo Lukashivka è stata una delle chiavi dell’equilibrio nucleare globale.
La base non era una semplice installazione militare ma una fortezza invisibile, progettata per sopravvivere a un attacco atomico e continuare a colpire.
Il suo cuore era costituito da silos di lancio verticali, pozzi profondi protetti da portelloni d’acciaio da oltre 120 tonnellate, pronti ad aprirsi in pochi secondi per liberare missili intercontinentali.
Il vero gioiello tecnologico era però il Posto di Comando Unificato, un cilindro metallico di 12 piani, lungo 33 metri e pesante 125 tonnellate, sospeso su enormi ammortizzatori a più di 30 metri di profondità. Qui vivevano gli ufficiali di turno, isolati dal mondo, pronti a ricevere l’ordine che avrebbe potuto cambiare la storia dell’umanità.

Nei silos di Lukashivka erano custoditi due tra i più temibili missili della Guerra Fredda cioè l’ R‑36M / SS‑18 “Satan” , alto 34 metri e pesante oltre 210 tonnellate, progettato per il “primo colpo” cioè distruggere i silos americani prima che potessero reagire.
Trasportava fino a 10 testate MIRV da centinaia di kiloton, accompagnate da esche e contromisure per saturare ogni difesa; e l’ RT‑23UTTh / SS‑24 “Scalpel”, più leggero ma altrettanto letale poiché, grazie al propellente solido, poteva essere lanciato immediatamente.

La sua guida inerziale stellare garantiva una precisione impressionante, con un errore inferiore ai 200 metri dopo 10 mila chilometri di volo.
Entrambi questi vettori rappresentavano la spina dorsale della capacità di deterrenza sovietica.
Nel cilindro sotterraneo la vita era scandita da turni rigidi e da una tensione costante.
Due ufficiali sedevano davanti alla console di lancio, pronti a inserire simultaneamente le chiavi e premere i pulsanti che avrebbero avviato la sequenza di fuoco.
Nessuno di loro conosceva i bersagli: erano pre-programmati da Mosca in un sistema pensato per evitare decisioni autonome.
Con la dissoluzione dell’URSS, l’Ucraina si ritrovò improvvisamente custode del terzo arsenale nucleare più grande del mondo.
Lukashivka divenne improvvisamente un nodo geopolitico delicatissimo: non era più solo un luogo, ma una vera e propria una responsabilità planetaria.
Con il Memorandum di Budapest del 1994, Kiev accettò di rinunciare alle armi nucleari in cambio di garanzie sulla propria sicurezza e così, tra quello stesso anno e il 1997, le testate furono rimosse e trasferite in Russia mentre i silos vennero fatti esplodere e riempiti di terra.
L’Apocalisse, almeno qui, venne sepolta.
Con il programma Nunn‑Lugar venne finanziata la messa in sicurezza e la neutralizzazione delle strutture.
Oggi il posto di comando e un silo sono visitabili nel Museo delle Forze Missilistiche Strategiche.
Chi scende nel vecchio posto di comando sente ancora l’eco di ciò che è stato in un passato non molto remoto: l’ascensore originale vibra leggermente, le pareti metalliche sembrano respirare.
Nella sala di controllo i tasti grigi sono ancora lì, immobili, come reliquie di un culto oscuro. All’esterno, tra i sentieri dove un tempo pattuglie armate sorvegliavano ogni movimento, riposano motori di razzi, camion militari e repliche dei missili disarmati.
Lukashivka non è più una minaccia. È un monito.
E’ un luogo che ricorda quanto sia fragile l’equilibrio tra potere tecnologico e responsabilità geopolitica ma anche quanto vicino al baratro sia arrivata l’umanità e quanto fragile sia la pace quando dipende da chiavi, pulsanti e silos nascosti sotto i campi di grano.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
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