Medio Oriente: Il dilemma del nucleare

Di Raffaele De Bartolo

Ankara. Lo scorso marzo Turchia e Russia hanno annunciato la creazione di un nuovo reattore nella prima centrale nucleare turca Akkuyu che dovrebbe diventare parzialmente operativa nel 2023, centenario della Repubblica di Turchia.

Stretta di mano tra Erdogan e Putin. Via libera al nuovo reattore nella prima centrale nucleare turca Akkuyu

Il progetto è co-finanziato dalla Russia e, una volta completato, garantirebbe la produzione di 35 miliardi di chilowattora di elettricità, circa il 10% del fabbisogno elettrico del Paese.

Non poco, per uno Stato che dipende fortemente dalle importazioni energetiche estere [1].

Aldilà delle conseguenze che una tale mossa possa avere sulla sua politica estera, Erdogan ha affermato che la cooperazione con la Russia “sta giocando un ruolo chiave non solo nelle relazioni bilaterali, ma anche nel preservare la pace e la stabilità regionale[2].

Ma mantenere la pace in questa parte del mondo non è così scontato.

È una regione ostica: ci sono la Siria, l’Iran, il Libano, Israele e molti altri vicini “pericolosi”.

Ciò rende difficile creare un rapporto di fiducia e quando si parla di energia nucleare non bisogna dimenticare le attività segrete condotte da alcuni Paesi (basti ricordare come Siria e Iraq stessero portando avanti programmi nucleari, o che lo stesso Israele ancora oggi rifiuta di confermare il possesso di tali armamenti).

Nonostante l’impianto nucleare turco avrà fini civili, come quello degli Emirati Arabi Uniti, e nonostante nessuna arma nucleare sia mai stata utilizzata nella regione, una tale mossa potrebbe accelerare il cosiddetto “assymetric nuclear order” qualora non venisse trovata una soluzione tra i principali attori internazionali.

NWFZ in Medio Oriente

Una soluzione esiste già dagli inizi del 1970 e mira alla creazione di una zona di non proliferazione nucleare nella regione (o “Nuclear Weapons Free-Zone – NWFZ”).

Il cartello di una zona di non proliferazione nucleare

La NWFZ in Medio Oriente fu proposta per la prima volta nel 1974 da due Paesi firmatari del “Trattato di Non Proliferazione Nucleare” (NPT) del 1968, nonché Iran ed Egitto, dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che adottò la risoluzione 3362 (XXIX) il 9 dicembre dello stesso anno [3].

Tuttavia, la complessa situazione della sicurezza in Medio Oriente non ha mai permesso la creazione di una tale zona di non proliferazione: dai conflitti arabo-palestinesi si è passati al suddetto “ordine asimmetrico nucleare” (alcuni Stati arabi possedevano arme chimiche e biologiche, altri non possedevano nulla, mentre Israele si pensava possedesse già il nucleare).

Durante la Guerra del Golfo, anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decise di supportare la creazione di una free-zone in Medio Oriente con l’adozione della risoluzione 687 (1991) [4] a cui seguì l’adozione della risoluzione sul Medio Oriente (1995) da parte degli Stati parte del NPT [5].

Una riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU

Da allora, non sono stati compiuti molti progressi e la risoluzione del 1995 non è mai stata effettivamente implementata.

Ad esempio, durante la 2010 RevCon (conferenza di revisione del NPT che si tiene ogni 5 anni), venne deciso che una conferenza ad hoc avrebbe dovuto affrontare i temi per la creazione della NWFZ in Medio Oriente (mai tenuta), mentre la stessa proposta presentata durante la 2015 RevCon venne categoricamente respinta [6].

La decima conferenza di revisione avrebbe dovuto aver luogo nel 2020 ma a causa di problematiche legate al Covid-19, è stata spostata al prossimo agosto [7].

E’  davvero preoccupante il nucleare in Medio Oriente?

Possedere l’energia nucleare per fini civili è un diritto di tutti gli Stati.

Ma garantire la sicurezza all’interno di una regione instabile come il Medio Oriente dovrebbe essere una prerogativa non meno trascurabile.

La Turchia è impegnata militarmente in Siria e in Libia e se riuscisse effettivamente a sviluppare un’arma nucleare, ciò potrebbe portare ad una nuova “gara” all’acquisizione di tali armamenti (ricordiamo che questi Paesi stavano sviluppando programmi nucleari segreti).

Oppure immaginiamo che il JCPOA non venisse sostituito da un nuovo accordo: ciò potrebbe portare l’Iran a sviluppare l’arma nucleare, che a sua volta spingerebbe Israele a dichiararsi come potenza nucleare, il che inciterebbe altri Stati rivali come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Inoltre, questa è una regione soggetta ad attacchi terroristici.

Basti ricordare quello del 2019 da parte degli Houti contro gli impianti petroliferi in Abqaiq.

Cosa sarebbe successo se ad essere attaccata da droni fosse stata una centrale nucleare?

C’è un vecchio detto che dice: “Una centrale nucleare in un Paese è come un’arma nucleare pre-schierata per il nemico”.

La prudenza, in Medio Oriente, non è mai abbastanza.

NOTE

[1] https://www.aljazeera.com/news/2021/3/10/turkeys-nuclear-dilemma

[2] https://www.themoscowtimes.com/2021/03/10/putin-erdogan-launch-new-phase-of-turkish-nuclear-power-plant-a73204

[3] https://undocs.org/pdf?symbol=en/A/RES/3263(XXIX)

[4] https://unispal.un.org/UNISPAL.NSF/0/FAB11BBFEA7E0B6585256C3F0065AEAE

[5] https://www.auswaertiges-amt.de/blob/207366/c34fd8a3b834d1fd9d0d7f4c8e71b0df/nvv-abschlussdokument-data.pdf

[6] https://www.sipri.org/sites/default/files/2019-01/sipriinsight1901.pdf

[7] https://www.un.org/en/conferences/npt2020

 

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