Di Fabrizio Scarinci
ANKARA/BEIRUT/TEHERAN. Se c’è qualcosa di ormai chiaro riguardo al Medio Oriente è che la firma di qualche documento non è affatto sufficiente a superare la complessità delle dinamiche che lo caratterizzano.
A dimostrare in pieno quanto appena detto anche i concitati accadimenti degli ultimi giorni, tra cui, come ormai noto, figurano una temporanea ripresa dello scontro militare tra USA e Iran nell’area del Golfo, un forte ritorno della tensione nello Yemen e una nuova escalation nel territorio di quel martoriato Libano che solo venerdì scorso aveva firmato un accordo di pace con Israele.

Per quanto riguarda, in particolare, la ripresa dello scontro nel Golfo, ad innescare il tutto sarebbe stato un attacco con droni ai danni di una petroliera battente bandiera panamense.
Un attacco che gli USA hanno immediatamente attribuito agli iraniani (anche se, a dire il vero, da parte del loro regime non sarebbe arrivata alcuna rivendicazione), decidendo di punirli bombardando diversi obiettivi sul territorio della Repubblica Islamica.

Naturalmente, tale azione non ha mancato di scatenare una forte reazione da parte di Teheran, che ha subito lanciato attacchi con missili e droni contro alcune installazioni militari statunitensi presenti nei territori di Kuwait e Bahrain ed è nuovamente tornata a minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Il tutto mentre Donald Trump, con il suo consueto stile comunicativo, tornava a ventilare su Truth la possibilità di un intervento militare risolutivo mirante al totale smantellamento della Repubblica Islamica; cosa che, come ben sappiamo, appare, nelle attuali condizioni, decisamente poco credibile (a meno che, ovviamente, il capo della Casa Bianca non si riferisse alla già più volte paventata ipotesi di effettuare una massiccia campagna di bombardamenti sulle infrastrutture civili ed energetiche del Paese, che, tuttavia, potrebbe apparire non solo poco praticabile dal punto di vista politico ma anche verosimilmente inutile nell’ottica di far cadere un regime già sopravvissuto alla morte della sua Guida Suprema).

Alla fine, le due parti hanno convenuto di sospendere gli attacchi reciproci e di riprendere i negoziati, fissando per oggi, a Doha, quell’incontro che, come si è avuto modo apprendere poco fa, sarebbe saltato per lasciar spazio, nella giornata di domani, a un colloquio indiretto (ossia a un colloquio in cui le due parti si parleranno tramite mediatori) incentrato sullo sblocco dei beni iraniani congelati e sulla già menzionata questione di Hormuz, che, oltre a mantenere sotto il suo controllo per trenta giorni, Teheran intende gestire anche in futuro insieme all’Oman.
Una prospettiva, quest’ultima, già più volte ventilata nelle scorse settimane che sembrerebbe, ovviamente, suonare come una pesante messa in discussione del potere globale degli USA, derivante, in buona parte, proprio dalla capacità di controllare gli oceani e di garantire la libera navigazione attraverso gli stretti.
A questa difficile situazione sembrerebbe, poi, in procinto di aggiungersi anche una nuova escalation militare nello Yemen, dove le milizie filo-iraniane degli Houthi e i loro avversari filo-sauditi hanno entrambi dato il via alla mobilitazione generale.
In tale contesto, dove la guerra civile protrattasi negli scorsi decenni non è mai davvero finita, i maggiori rischi risiedono nel possibile ritorno di una minaccia da sud per l’Arabia Saudita e, per quanto riguarda noi europei, ed italiani in particolare, in una nuova intensificazione degli attacchi al naviglio mercatile in transito (neanche a farlo apposta) nelle acque di un altro Stretto, ossia quello di Bab-el-Mandeb.
Quanto al fronte libanese, invece, non diversamente da quanto ci si potesse aspettare, l’accordo siglato a Washington tra Beirut e Tel Aviv (che prevede sì un parziale ritiro israeliano dal Paese ma anche il disarmo delle milizie non statali) non è stato accettato da Hezbollah, che, chiaramente, non intende rinunciare al suo ruolo di “attore combattente”.
Nello specifico, il leader del “Partito di Dio”, Naim Qassem, lo avrebbe definito un’umiliante e vergognosa rinuncia alla sovranità tesa a legittimare il protrarsi dell’occupazione israeliana, proclamando, in ragione di ciò, la continuazione della lotta contro le forze di Tel Aviv; cosa che, se vogliamo, rappresenta una bella “gatta da pelare”, anche per i governi di Italia e Francia, che durante l’ultimo bilaterale tra Meloni e Macron hanno lanciato il progetto di una nuova missione di pace nel Paese per il dopo UNIFIL.
L’adozione di tale linea avrebbe quindi spinto gli israeliani a proseguire con le loro operazioni miranti a neutralizzare le capacità di Hezbollah di colpire da nord il territorio dello Stato Ebraico.

Nell’ambito del loro svolgimento si sarebbe, avuta, in particolare, la distruzione di una vasta struttura sotterranea nell’area di Majal Zoun, in cui erano presenti grandi quantitativi di armi e droni e quattro postazioni di lancio puntate verso il territorio israeliano.
Sullo sfondo di tutto ciò inizia, poi, a stagliarsi in maniera sempre più minacciosa anche il progressivo inasprimento delle relazioni tra Israele e Turchia.
Da tempo, infatti, il governo di Recep Tayyip Erdogan, sempre più ostile allo Stato Ebraico, cerca di sfruttare la situazione di conflitto generatasi in seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023 e alla risposta militare di Israele al fine di consolidare la propria influenza nell’area.
A tal proposito, non è affatto un caso che si parli sempre più insistentemente di una nuova alleanza tra Ankara e le monarchie del Golfo; un’alleanza che i vertici turchi hanno verosimilmente perseguito allo scopo di proporre uno visione alternativa a quella degli accordi di Abramo.
Gran parte della partita tra Israele e Turchia si gioca, come noto, in Siria, dove, in seguito alla caduta di Bashar Assad e all’arrivo al potere dell’ex qaedista Ahmed al Sharaa, la sfera di influenza turca e quella israeliana si sono avvicinate fino ad entrare in contatto l’una con l’altra.
In tale contesto, se la Turchia auspica il compattamento di un forte Stato unitario all’interno della sua sfera di influenza, Israele sembrerebbe puntare all’affermazione di una realtà più frammentata; cosa che, in prospettiva appare, senz’altro, l’opzione migliore per la propria sicurezza.
Nel corso degli ultimi giorni, il forte innalzamento della tensione registratosi nella regione si è fatto pesantemente sentire anche con riferimento a questo intricatissimo scacchiere, dove le IDF hanno fatto il loro ingresso nell’area di Daraa.
Un’azione che, secondo quanto riportato da alcune fonti locali, farebbe parte di una più ampia strategia volta ad incrementare in maniera progressiva la presenza delle forze israeliane nel Paese.
Il tutto mentre i vertici di Tel Aviv parlano sempre più apertamente della Turchia come di un nuovo Iran e riconoscono ufficialmente il genocidio armeno della Prima guerra mondiale (una mossa politica dall’elevato valore simbolico che mette, peraltro, in crisi i loro proficui rapporti con l’Azerbaijan, Paese di “stirpe” turca finora alleato sia di Ankara che dello Stato Ebraico, il cui governo ha, non a caso, chiesto agli israeliani di rivedere tale posizione).
In tale contesto, il nodo più critico per Tel Aviv risiede proprio nella progressiva erosione dell’appoggio di USA e Occidente.
Sebbene, per anni, Washington e i suoi alleati europei abbiano guardato con profonda diffidenza alle velleità egemoniche regionali della Turchia, oggi il fatto che gli occidentali siano naturalmente predisposti a prediligere Tel Aviv rispetto ad Ankara, che, malgrado tutto, rimane anche un’importante membro dell’Alleanza Atlantica, appare sempre meno scontato.
Infatti, se in Europa la condotta militare israeliana successiva agli eventi del 7 ottobre è stata ampiamente disapprovata, negli Stati Uniti, indispensabili fornitori di armi e munizioni per le IDF, la dispendiosa e controversa operazione militare contro l’Iran, lanciata secondo una visione volta ad assecondare le priorità di Tel Aviv nella regione, sembrerebbe aver provocato, anche tra le file dello stesso elettorato repubblicano, una forte ondata di ostilità nei confronti dello Stato Ebraico.
Uno scenario, questo, che, al netto dei legami ideologici del governo turco con Hamas e gli altri movimenti affini alla Fratellanza Musulmana, sembrerebbe aver gradualmente indotto Washington a rivalutare il ruolo regionale della Turchia, con la possibilità che alla Casa Bianca si decida presto di puntare su di essa (o anche su di essa) allo scopo di favorire la nascita di uno “schema” strategico capace di evitare la crescita dell’influenza dell’Iran, nonché di Russia e Cina, nell’ambito della regione mediorientale.
A tal proposito, non dimentichiamo come, proprio negli ultimi giorni, si sia tornati a discutere della possibilità che la Turchia ottenga dagli USA i tanto agognati caccia F-35 Lightning II.
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