Medio Oriente: lo scrittore israeliano David Grossman, Gaza e il peso della parola “genocidio”

Di Bruno Di Gioacchino

TEL AVIV. David Grossman rompe il silenzio.

David Grossman, scrittore israeliano

Lo scrittore israeliano, voce tra le più autorevoli della coscienza critica del Paese, ha dichiarato che “lo Stato ebraico sta commettendo un genocidio contro gli abitanti della Striscia di Gaza”.

Un’affermazione dirompente, destinata a segnare uno spartiacque nel dibattito politico e morale in Israele – e non solo.

Le parole di Grossman non arrivano da un attivista di opposizione qualunque.

Parliamo di un intellettuale che, per decenni, ha accompagnato il dibattito israeliano sul conflitto israelo-palestinese con lucidità, dolore e misura.

In passato, pur criticando duramente le politiche dello Stato d’Israele, Grossman ha sempre evitato l’uso di termini assoluti e definitivi come “genocidio”, ritenendo che mancasse l’intento sistematico e programmato che definisce giuridicamente il crimine secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948.

La proclamazione dello Stato di Israele

 

Questa volta, però, è andato oltre. Ha parlato non da giurista, ma da essere umano e cittadino.

Il suo è un grido morale, non una sentenza. E proprio per questo fa rumore.

Sul piano del diritto internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) non ha mai affermato che a Gaza si stia commettendo un genocidio.

Ha però giudicato “plausibile” l’accusa mossa dal Sudafrica, e ha ordinato misure cautelari per prevenire possibili violazioni della Convenzione sul Genocidio.

È un punto delicatissimo, dove diritto, media e morale si incrociano e spesso si fraintendono.

Grossman, tuttavia, non si rifugia nella terminologia legale.

La sua è una denuncia contro l’erosione dell’etica pubblica israeliana, contro un linguaggio disumanizzante da parte della leadership, e contro l’accettazione passiva di bombardamenti, fame e sfollamenti di massa come inevitabili “danni collaterali”.

Le sue parole gettano luce sulla spaccatura crescente tra società civile e potere politico in Israele.

Mentre il Governo continua a invocare la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo, una parte sempre più ampia del Paese – inclusi ex militari, accademici, scrittori, medici e giuristi – si interroga sulla perdita di umanità e sull’isolamento internazionale in cui Israele rischia di scivolare.

In questo contesto, dichiarazioni come quelle di Grossman:

  • Ridefiniscono i confini morali interni al dibattito pubblico
  • Rafforzano il lavoro di organizzazioni come B’Tselem e PHR-Israel, che denunciano da tempo pratiche assimilabili a crimini contro l’umanità
  • Spingono i Tribunali e le diplomazie internazionali a confrontarsi con una narrazione che non arriva solo dai nemici di Israele, ma anche dai suoi figli più coscienziosi.

A questa dinamica si aggiunge un rischio ulteriore, spesso sottovalutato: il riutilizzo distorto di queste dichiarazioni da parte di ambienti antisemiti.

Le parole di Grossman, nate da un’esigenza morale interna, vengono spesso decontestualizzate o brandite da chi non riconosce né la legittimità dello Stato d’Israele né la complessità del conflitto.

In tal modo, una critica che nasce dal dolore e dall’amore per il proprio Paese viene trasformata in arma ideologica contro gli ebrei tout court, alimentando una retorica d’odio che non distingue più tra Stato, popolo e religione.

È un cortocircuito che danneggia sia il dibattito internazionale, sia la causa dei diritti umani che Grossman intende difendere.

Lo scontro semantico e morale sulla parola “genocidio” rischia però di polarizzare ulteriormente il dibattito globale.

I sostenitori incondizionati di Israele bollano le parole di Grossman come tradimento. I detrattori del sionismo le brandiscono come prova definitiva.

Ma nessuna delle due reazioni coglie il cuore della questione.

Grossman chiede un risveglio, non una condanna. Una riflessione sul futuro del progetto sionista, non la sua delegittimazione.

È il dilemma di una democrazia che rischia di perdere sé stessa proprio mentre tenta di difendersi.

Non si tratta, in definitiva, di stabilire se ciò che accade a Gaza sia tecnicamente un genocidio.

Si tratta di ascoltare una voce che ci chiede di guardare in faccia la nostra umanità, prima che sia troppo tardi. La parola “genocidio”, usata da Grossman, non è un verdetto legale. È un allarme etico, lanciato da dentro le mura di una casa in fiamme.

E quando a lanciare l’allarme è proprio uno dei padroni di casa, il mondo ha il dovere di ascoltare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto