Di Cristina Di Silvio*
WASHINGTON D.C. Il riconoscimento dello Stato di Palestina non è più una questione marginale per le cancellerie occidentali: sta diventando il termometro della credibilità diplomatica e della volontà politica di affrontare le radici strutturali di uno dei conflitti più lunghi e dolorosi della storia contemporanea.

Dopo le prime aperture di Londra e Ottawa, anche l’Europa comincia a muoversi con maggiore decisione.
Portogallo, Malta e Lussemburgo si sono aggiunti alla lista dei Paesi pronti a formalizzare il riconoscimento, accelerando un processo che per anni è rimasto sospeso tra buone intenzioni e prudenza strategica.
Non si tratta solo di un atto simbolico.
È una mossa che ridefinisce gli equilibri nel Mediterraneo, spinge le istituzioni internazionali a rivedere i paradigmi diplomatici post-Oslo e accresce la pressione su Israele, il cui isolamento sul piano della legittimazione politica comincia ad assumere carattere sistemico.
Nel frattempo, Gaza brucia.

Mentre nelle capitali si discute, sul terreno si muore. Centinaia di civili, intrappolati senza acqua, cibo né assistenza medica, cadono sotto i colpi di un’inerzia internazionale diventata complice.
Le immagini di fosse comuni, di bambini mutilati e di ospedali distrutti hanno superato le narrazioni ufficiali, riaccendendo una domanda etica che la geopolitica aveva cercato di tenere fuori dalla stanza dei bottoni: quanto vale la vita di un palestinese nell’algoritmo delle priorità strategiche globali? I numeri non mentono.
Secondo fonti ospedaliere, oltre 100 persone hanno perso la vita in un solo giorno mentre attendevano l’arrivo degli aiuti.
Le principali organizzazioni umanitarie parlano apertamente di una catastrofe senza precedenti, con Amnesty International e Human Rights Watch che accusano Israele di bloccare deliberatamente i soccorsi e violare il diritto internazionale umanitario.
Nel bel mezzo di questo scenario tragico, a Tel Aviv è giunto Steve Witkoff, uomo d’affari vicino a Donald Trump, ora investito del ruolo di inviato speciale.

Una figura priva di esperienza diplomatica tradizionale, ma con un’agenda ben definita: promuovere un cessate il fuoco temporaneo tra Israele e Hamas e convincere i leader militari di entrambe le parti che la prosecuzione della guerra è insostenibile. Ma qui non si tratta soltanto di mediazione.
Il suo arrivo segna l’inizio di una strategia americana più aggressiva, che torna a puntare sulla forza negoziale, affidandosi a figure atipiche, al di fuori dei canoni classici della diplomazia multilaterale. Witkoff incontra Netanyahu, ispeziona i meccanismi di distribuzione degli aiuti- spesso criticati per la loro militarizzazione e per la parzialità operativa – e riferisce direttamente a un Trump che, in piena campagna elettorale, torna a dettare i tempi e i toni della narrazione internazionale. Il Presidente non usa mezzi termini: la crisi umanitaria finirà solo quando Hamas si arrenderà.
Un’affermazione che esclude ogni opzione negoziale fondata sulla coesistenza e ripropone lo schema della resa incondizionata come precondizione per la pace. È il ritorno a un approccio binario: vincitori e vinti. Ma cosa accade, in questo schema, ai due milioni di civili palestinesi intrappolati in una striscia ridotta in macerie?
Dove finisce il loro diritto alla sopravvivenza? I Paesi che hanno annunciato il riconoscimento dello Stato palestinese non lo fanno per calcolo ideologico, ma per una lucida valutazione strategica. Intuiscono che la legittimazione di uno Stato palestinese è oggi l’unico strumento efficace per indebolire le milizie armate e restituire protagonismo a un’autorità civile legittimata a rappresentare democraticamente il proprio popolo. Malta, ad esempio, ha rinviato il riconoscimento solo per ragioni logistiche legate al rinvio di una conferenza ONU, ma ha confermato la piena volontà politica.
Il Lussemburgo sollecita l’Unione Europea a smettere di tergiversare. Il Portogallo ha già avviato i primi passaggi formali.
Questo avviene in un contesto in cui oltre 140 Stati membri delle Nazioni Unite hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina, mentre l’Occidente, storicamente più cauto, comincia solo ora ad allinearsi a una realtà già esistente, sebbene devastata e frammentata.
Sul piano strategico, si delinea una frattura sempre più netta: da un lato, gli Stati che puntano a una soluzione a due Stati, rafforzando politicamente e giuridicamente la Palestina; dall’altro, chi continua a vedere Hamas come unico volto del popolo palestinese, riducendo ogni opzione diplomatica a un conflitto permanente.
Nel mezzo, milioni di civili ostaggio di una guerra che non hanno scelto, la cui esistenza è ora prigioniera di un algoritmo diplomatico che privilegia la stabilità apparente alla giustizia sostanziale.
Non è più tempo di ambiguità. Il mondo si trova davanti a una scelta irrevocabile, che va ben oltre Gaza.
Riconoscere oggi lo Stato di Palestina non significa schierarsi contro Israele, ma scommettere sulla costruzione istituzionale contro il vuoto dell’anarchia.
Vuol dire offrire una via d’uscita politica, dove oggi esistono solo macerie e vendetta. Se la geopolitica vuole ancora avere un volto umano, questa è la sua prova definitiva.
Perché, in fondo, dietro ogni strategia, ogni alleanza, ogni esercito, restano le persone. E nessuna strategia che ignori questo principio potrà mai portare né pace, né sicurezza. Solo un altro, infinito ciclo di morte.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

