Medio Oriente: un’estate di conflitti e di fughe disperate. La responsabilità e l’incapacità europea a risolvere i problemi geopolitici

Di Alfredo Carlaccini

ROMA. E’ arrivato il caldo torrido, molte persone sono in vacanza nelle località di montagna o al mare a godersi il loro meritato riposo e per far respirare l’aria pulita ai propri figli, ma non è così in tutte le parti del mondo, non è così in Medio Oriente dove il fumo acre rende irrespirabile l’aria e dove i conflitti non conoscono tregua e  esodo umano, fatto di gente in cerca di rifugio ha assunto proporzioni epocali.

Mentre i tavoli della diplomazia internazionale si affollano di dichiarazioni e di promesse, la realtà sul terreno, documentata da vari inviati di guerra, racconta una storia di sofferenza quotidiana e di speranze ridotte al lumicino.

Attualmente si contano almeno tre grandi fronti di guerra aperti e attivi, ciascuno con le sue tragiche specificità, ma tutti uniti da un filo rosso di violenza e instabilità.

Il conflitto più devastante e forse fuori da ogni limite rimane quello tra Israele e Palestina, che nella Striscia di Gaza ha ormai superato la soglia dei 60.000 morti, secondo le stime delle Nazioni Unite. La crisi umanitaria ha raggiunto un punto di non ritorno. Le ONG presenti lanciano un allarme drammatico: un quarto dei bambini di Gaza è in stato di malnutrizione acuta.

Soldari israeliani a Gaza (Foto IDF)

Le “pause tattiche” per gli aiuti, si rivelano spesso insufficienti e tragicamente ironiche, con civili uccisi mentre sono in fila per un tozzo di pane.

La guerra, oltretutto esce dai confini di Gaza e da Israele estendendo le sue metastasi, alimentando le tensioni con l’Iran, dove si è aperto un altro fronte e verso le rotte commerciali del Mar Rosso a causa degli attacchi provenienti dallo Yemen.

Azioni di guerra in Yemen

 

Proprio lo Yemen rappresenta il secondo, grande girone di un inferno dimenticato.

Dilaniato da una guerra civile che dura da oltre un decennio, il paese è al collasso.

Le recenti proteste a Mukalla, scatenate da blackout elettrici continui e da un caldo insopportabile, non sono che l’ultimo sintomo di una nazione stremata, dove la lotta per la sopravvivenza è diventata la forma più crudele del conflitto stesso.

Il terzo fronte si combatte tra le pieghe della Siria, un paese ancora frammentato e instabile.

Soccorso ad alcuni civili colpiti in Siria.

Recenti scontri nella regione di Sweida tra comunità locali e forze governative, come documentato dai media di tutto il mondo, hanno causato centinaia di morti, dimostrando come, anche lontano dai riflettori principali, la violenza continui a essere una costante mortifera.

Un’immagine del bombardamento di Sweida

 

Questa geografia di guerra ha generato un esodo inarrestabile.

Secondo l’ultimo rapporto globale dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il numero di sfollati forzati nel mondo ha superato la cifra record di 120 milioni di persone.

Una porzione enorme di questa marea umana proviene dal Medio Oriente.

Milioni di siriani continuano a vivere da rifugiati in Turchia, Libano e Giordania, Paesi a loro volta gravati da profonde crisi economiche.

I palestinesi di Gaza rappresentano la quintessenza del popolo profugo, sradicato e intrappolato nella propria terra.

A questi si aggiungono yemeniti, afghani e iracheni, in un movimento perpetuo che cerca salvezza prima nei paesi vicini e poi, per chi ne ha la forza e i mezzi, verso un’Europa percepita come un’ultima speranza.

L’Europa, terra di speranza per tanti rifugiati…dove è?

Il vecchio continente si trova stretto in una morsa di contraddizioni.

Da un lato, si moltiplicano le dichiarazioni di intenti, non ultima la Spagna che ha dichiarato che fornirà al più presto aiuti umanitari ai palestinesi di Gaza, oppure il Presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina.

La condanna per la catastrofe umanitaria a Gaza è unanime.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

 

Il Presidente Sergio Mattarella ha definito “intollerabile” la situazione, sottolineando il mancato rispetto del diritto umanitario.

Dall’altro lato, però, l’azione concreta appare incerta e frammentata.

L’Unione Europea ha varato un nuovo “Patto sulla Migrazione e l’Asilo” per gestire i flussi, ma i sistemi di accoglienza nazionali restano sotto enorme pressione. I dati del Ministero dell’Interno italiano mostrano un flusso costante di sbarchi, con migliaia di persone provenienti da Siria, Egitto e altre nazioni in crisi che approdano sulle nostre coste.

L’Europa potrebbe e dovrebbe fare di più.

È necessario un impegno diplomatico coeso e potente per imporre un cessate il fuoco reale e duraturo a Gaza, per promuovere attivamente una soluzione a due Stati che non sia più solo uno slogan, ma un progetto politico concreto, che dopo anni ed anni di conflitto trovi una soluzione definitiva.

Quale soluzione? Forse esercitando pressioni economiche e politiche su tutti gli attori in campo, interni ed esterni alla regione, che soffiano sul fuoco dei conflitti per i propri interessi geopolitici.

Bisogna guardare ai volti dietro i numeri statistici dei conflitti, perché dietro ogni fatto, raccontato in un articolo di giornale, da una notizia al telegiornale c’è una vita spezzata, una famiglia divisa, un futuro cancellato.

L’umanizzazione di questa crisi non è un esercizio di retorica, ma il primo, indispensabile passo per capire che la pace in Medio Oriente non è una questione regionale, ma una responsabilità globale e, per vicinanza geografica e storica, profondamente europea.

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