Di Fabrizio Scarinci
TEHERAN. In Medio Oriente, malgrado l’entrata in vigore della tregua è stata, di fatto, un’altra giornata di guerra.
Sul fronte libanese, che i vertici israeliani hanno fatto sapere di non voler includere negli accordi sul cessate il fuoco, le forze di Tel Aviv hanno, infatti, continuato a condurre raid aerei, colpendo ripetutamente anche la stessa città di Beirut.

Nel Golfo, invece, gli iraniani avrebbero condotto attacchi, sin dalle prime ore del mattino, contro Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.
Nel pomeriggio, inoltre, sarebbero nuovamente tornati a bloccare lo Stretto di Hormuz adducendo come motivazione gli attacchi israeliani in territorio libanese.

Ovviamente, tutto questo non fa altro che confermare quanto la tregua siglata la notte scorsa si stagli su un contesto decisamente troppo instabile affinché possa durare senza alcun problema.
Tanto per cominciare, ai vertici israeliani (che pure ufficialmente si dichiarano soddisfatti) sembrerebbero non piacere più di tanto né i contenuti della proposta sulla base della quale inizieranno le trattative, decisamente meno costruttivi di quanto la loro accettazione da parte dell’Amministrazione Trump potesse lasciare immaginare, né il fatto di averli sostanzialmente dovuti subire.

Quanto ai Paesi arabi del Golfo, dopo i ripetuti attacchi delle ultime settimane essi sembrerebbero ancora piuttosto indisposti verso Teheran, a cui, peraltro, rischiano anche di dover pagare un pedaggio per l’attraversamento di Hormuz. Molte delle monarchie in questione avrebbero, peraltro, già manifestato la volontà di chiedere un risarcimento per i danni subiti e c’è da scommettere che, presto o tardi lo faranno praticamente tutte.
Venendo, infine, alla Repubblica Islamica, risulta francamente molto difficile immaginare che lo scontro tra politici e IRGC, definitivamente deflagrato in conseguenza dell’uccisione di Alì Khamenei, non finisca per condizionare anche l’approccio di Teheran ai suoi interlocutori.
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