Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. Il lancio di missili balistici iraniani contro il Nord di Israele, ieri sera, non è soltanto un episodio militare.
È il segnale che il cessate il fuoco dell’8 aprile, più che una pace, era una pausa armata.
Una sospensione tattica, fragile, continuamente minacciata dalla logica delle rappresaglie incrociate. Teheran ha colpito dopo i bombardamenti israeliani sulla periferia meridionale di Beirut, cuore politico e simbolico dell’influenza di Hezbollah. Israele, a sua volta, considera il Libano meridionale e la cintura sciita della capitale libanese parte integrante del dispositivo militare iraniano nel Levante.
Il risultato è un meccanismo perfettamente noto: Israele colpisce Hezbollah in Libano, l’Iran risponde colpendo Israele, Israele minaccia una nuova rappresaglia,
Washington tenta di frenare l’alleato, mentre l’intera regione resta sospesa tra guerra limitata e guerra generale.
La novità è che questa volta l’Iran non si è limitato alla minaccia o alla risposta indiretta tramite milizie alleate.
Ha rivendicato l’attacco attraverso le Guardie Rivoluzionarie, indicando come bersaglio la base aerea di Ramat David, nel Nord di Israele, accusata di essere una delle piattaforme operative delle aggressioni contro il Libano.

Trump frena Netanyahu per salvare il negoziato con Teheran
La reazione americana è il punto politico più rilevante.
Donald Trump ha chiesto a Benjamin Netanyahu di non rispondere.
Non per simpatia verso l’Iran, naturalmente, ma perché Washington vede nell’escalation un rischio diretto per il negoziato con Teheran.
Gli Stati Uniti, secondo le dichiarazioni riportate, ritengono di essere vicini a un’intesa più ampia, destinata a chiudere almeno formalmente la fase più pericolosa del conflitto.
Un nuovo attacco israeliano contro l’Iran potrebbe distruggere questo percorso e riportare la crisi al punto di partenza.
La formula usata da Trump è brutale, quasi cinica: Israele ha attaccato, l’Iran ha attaccato, ora basta.
Dietro questa apparente semplificazione c’è un calcolo strategico preciso.
Gli Stati Uniti non vogliono essere trascinati in una guerra regionale aperta mentre cercano di negoziare con Teheran.
E soprattutto non vogliono che Netanyahu imponga all’America il calendario della guerra.
Per questo la richiesta di non reagire è insolita e politicamente pesante. Misura il grado reale di controllo che Washington esercita ancora su Israele.
Senza appoggio americano, un’operazione israeliana profonda contro l’Iran diventerebbe più complessa.
Non impossibile, ma molto più rischiosa.
Servirebbero coordinamento, rifornimento in volo, intelligence, copertura diplomatica e capacità di gestione dell’eventuale risposta iraniana contro basi e alleati statunitensi nel Golfo.
È qui che si vede la differenza tra autonomia militare e autonomia strategica.
Israele può colpire, ma non può sostenere da solo tutte le conseguenze politiche e regionali di una guerra lunga contro l’Iran.

La valutazione militare: deterrenza, non guerra
Dal punto di vista militare, l’attacco iraniano sembra calibrato. Non vi sono vittime immediate e Trump stesso ha minimizzato l’impatto dei missili. Questo non significa che l’operazione sia irrilevante.
Al contrario, il messaggio è chiaro: se Israele colpisce Beirut sud e il Libano meridionale, l’Iran può colpire direttamente il territorio israeliano.
La deterrenza iraniana non passa più soltanto attraverso Hezbollah, gli Houthi o le milizie sciite irachene. Passa anche attraverso la capacità di usare missili balistici come strumento politico.
Teheran cerca di fissare una soglia.
Israele può condurre omicidi mirati, può colpire depositi, comandanti e infrastrutture, ma non può trasformare Dahiyeh e il Libano meridionale in un teatro di bombardamenti permanenti senza pagare un prezzo. La minaccia iraniana di estendere la risposta agli obiettivi statunitensi e israeliani in Medio Oriente deve essere letta in questa logica: non annuncia necessariamente una guerra totale, ma serve a dissuadere Israele da una nuova escalation.
La questione è se Netanyahu accetterà questa soglia.
Il capo di Stato Maggiore israeliano, secondo le dichiarazioni riportate, stava già approvando piani militari.
Il governo israeliano non può apparire passivo davanti a un lancio missilistico iraniano.
Ma una risposta sproporzionata rischierebbe di trasformare una rappresaglia simbolica in una nuova guerra regionale.
Il Libano come detonatore della crisi
Ancora una volta il Libano è il punto debole dell’intero equilibrio mediorientale. Hezbollah resta per Israele una minaccia militare diretta lungo il confine settentrionale, ma per l’Iran è anche uno dei pilastri della propria profondità strategica. Colpire Hezbollah significa colpire il sistema di deterrenza iraniano.
Colpire Dahiyeh significa inviare un messaggio non soltanto a Beirut, ma a Teheran.
Il problema è che il Libano non è un semplice campo di battaglia.
È uno Stato fragile, economicamente devastato, politicamente paralizzato e socialmente logorato.
Ogni bombardamento israeliano contro Beirut sud può produrre effetti militari limitati, ma conseguenze politiche enormi.
Rafforza l’argomento di Hezbollah, indebolisce le forze libanesi che vorrebbero sottrarre il Paese alla logica delle milizie, e offre all’Iran una giustificazione per presentarsi come difensore del fronte anti-israeliano.
Israele pensa spesso in termini di superiorità tattica.
Ma il Medio Oriente punisce chi confonde la vittoria tattica con la stabilità strategica.
Bombardare un quartiere, eliminare un comandante, colpire una base può produrre un vantaggio immediato.
Ma se il prezzo è l’allargamento del fronte, allora il risultato diventa ambiguo.

Il nodo economico: beni iraniani, sanzioni e ricostruzione
Accanto alla dimensione militare emerge quella geoeconomica.
La questione dei beni iraniani congelati è centrale.
Teheran chiede lo sblocco di miliardi di dollari come parte dell’accordo per chiudere la guerra.
Washington, secondo le notizie riportate, valuta invece la possibilità di utilizzare risorse iraniane per risarcire alleati regionali colpiti dal conflitto. È un punto esplosivo.
Per l’Iran, l’uso dei propri beni senza consenso rappresenterebbe un atto ostile, una forma di confisca politica mascherata da riparazione.
Per gli Stati Uniti, quei fondi possono diventare una leva negoziale: sbloccarli in cambio di concessioni iraniane oppure destinarli agli alleati del Golfo come compensazione per i danni.
In entrambi i casi, il denaro diventa parte della guerra.
Non solo missili, basi e droni, ma riserve finanziarie, sanzioni, risarcimenti, ricostruzione.
Il dato sui possibili costi di riparazione, fino a 58 miliardi di dollari per le sole infrastrutture energetiche regionali, spiega perché la crisi non sia soltanto militare.
Una guerra più ampia metterebbe sotto pressione terminali petroliferi, gasdotti, raffinerie, impianti di desalinizzazione, porti e rotte marittime.
Il Golfo vive di sicurezza energetica e assicurativa.
Ogni missile aumenta i premi, riduce la prevedibilità degli investimenti e rende più fragile il commercio mondiale dell’energia.
Hormuz e la partita geoeconomica
Le richieste iraniane includono anche il riconoscimento della propria influenza sullo Stretto di Hormuz.
È il cuore della partita. Hormuz non è soltanto un passaggio marittimo: è una leva di potere globale.
Chi può minacciare Hormuz può influenzare il prezzo del petrolio, la sicurezza energetica asiatica, le economie europee e la stabilità degli alleati americani nel Golfo.
Teheran sa di non poter competere con gli Stati Uniti sul piano convenzionale. Ma sa anche che il proprio potere risiede nella capacità di rendere costosa qualsiasi aggressione.
Missili, milizie, droni, strettoie marittime, sanzioni e beni congelati compongono un’unica architettura di pressione.
È guerra ibrida nel senso più concreto: militare, economica, diplomatica, energetica e psicologica.
La domanda decisiva non è se Israele possa rispondere.
Può farlo. La domanda è se gli convenga. Una risposta limitata salverebbe la faccia ma lascerebbe intatta la deterrenza iraniana. Una risposta massiccia potrebbe innescare una catena di attacchi su Libano, Siria, Iraq, Golfo e forse sullo stesso Stretto di Hormuz. In quel caso, Trump si troverebbe davanti al dilemma che voleva evitare: sostenere Israele in una guerra regionale oppure imporre un limite politico all’alleato più importante del Medio Oriente.
L’Iran, da parte sua, ha voluto mostrare che il cessate il fuoco non equivale alla rinuncia. Israele ha voluto mostrare che continuerà a colpire Hezbollah ovunque lo ritenga necessario. Gli Stati Uniti cercano di trasformare la crisi in un accordo, ma ogni attore regionale lavora per migliorare la propria posizione prima che il tavolo negoziale si chiuda.
È questa la fragilità del momento. Tutti dicono di volere evitare la guerra totale, ma tutti agiscono per non apparire deboli. E in Medio Oriente, quando la reputazione diventa più importante della prudenza, la pace smette di essere un obiettivo e diventa solo l’intervallo tra due esplosioni.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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