Di Fabrizio Scarinci
NEW YORK. Tutti i Paesi che, negli ultimi giorni, hanno deciso di riconoscere lo Stato palestinese, tra cui Francia, Regno Unito, Canada, Australia ed altri ancora, non hanno fatto altro che premiare la strategia terroristica intrapresa da Hamas con l’attacco del 7 ottobre 2023.
È senza dubbio questo il concetto più forte espresso dal Premier israeliano Benjamin Netanyahu nel suo discorso di oggi di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Un discorso, trasmesso anche a Gaza, che alcuni hanno applaudito, altri hanno fischiato e altri ancora, inclusi i rappresentati di diversi Stati arabo-islamici e africani, nonché di alcuni Paesi europei, non hanno neanche voluto ascoltare, preferendo abbandonare l’aula.
Di fronte alla platea, Netanyahu ha spiegato come, nella Striscia, Israele intenda finire il più rapidamente possibile il “lavoro” intrapreso ormai quasi due anni orsono, sottolineando come gli ultimi resti di Hamas trincerati a Gaza City non esiterebbero a ripetere quanto fatto nel 2023.
Egli ha, quindi, esortato i leader del gruppo e i carcerieri degli ostaggi israeliani ancora imprigionati ad arrendersi e a deporre la armi. “Lasciate andare la mia gente – ha quindi esclamato – Liberate gli ostaggi, tutti, tutti e 48. Liberateli ora. Se lo farete, vivrete. Altrimenti, Israele vi darà la caccia”.

Il Premier ha, poi, sostenuto la falsità delle numerose accuse di genocidio mosse contro il suo governo.
“Per caso i nazisti chiedevano gentilmente agli ebrei di andarsene?” Ha osservato Netanyahu. “Un Paese che starebbe commettendo un genocidio implorerebbe la popolazione che dovrebbe essere il suo obiettivo di mettersi al riparo?” Ha quindi aggiunto, facendo riferimento ai continui avvertimenti diramati alla popolazione civile prima dei raid.
“Noi cerchiamo di far uscire i civili, Hamas cerca di tenerli dentro” ha poi sottolineato, evidenziando come le vittime civili rientrino in pieno nella strategia portata avanti dal gruppo terroristico.
Una strategia che sembrerebbe, peraltro, aver pagato, considerando, come accennato in apertura, che numerosi governi si sono convinti a riconoscere lo Stato di Palestina e minacciano sanzioni e battaglie legali nei confronti di Tel Aviv proprio in virtù di quanto accaduto nell’ultimo biennio.
Anche per questo motivo, il capo del governo israeliano ha ribadito la necessità di arrivare ad una vittoria totale, che, a suo dire, dovrebbe anche condurre ad una marcata espansione degli storici Accordi di Abramo.
Un’affermazione, quest’ultima, che sembrerebbe un chiaro appello alle monarchie del Golfo a non vanificare il lungo percorso fatto finora per ciò che concerne la normalizzazione delle relazioni e la creazione di un sistema di sicurezza regionale in funzione anti-iraniana, Ricordiamo, a tal proposito, come, nelle ultime settimane, gli Accordi di Abramo siano stati ripetutamente messi in discussione a seguito del raid di Tel Aviv in Qatar e della crescente volontà di alcune compagini del panorama politico israeliano di procedere con l’annessione definitiva della Cisgiordania (eventualità a cui, però, gli USA si sarebbero opposti con decisione, aiutando, forse, anche lo stesso Netanyahu a contenere la crescita di tali aspirazioni).
A quel punto il Premier ha ribadito la sua totale contrarietà alla formazione di uno Stato di Palestina, sottolineando come la sua posizione sia perfettamente in linea con quella del 90% degli israeliani, che, interpretando le sue parole, non potrebbero permettersi di sottovalutare la pericolosità di una popolazione composta, anche in questo caso, al 90%, da persone che avrebbero festeggiato l’attacco del 7 ottobre e, prima ancora, quello dell’11 settembre 2001 a New York e Washington.
Quanto ai risultati ottenuti contro gli altri nemici della regione (nemici anche delle monarchie del Golfo, come sottolineato pocanzi), Netanyahu ha, invece voluto mostrare quella che lui ha chiamato la “mappa aggiornata della maledizione”.
“Metà della leadership Houthi in Yemen, è andata – ha quindi ricordato – Yahya Sinwar a Gaza, è andato. Hassan Nasrallah in Libano, è andato. Il regime di Assad in Siria, è andato. Le milizie in Iraq, se attaccano Israele, se ne andranno anche loro. I comandanti militari iraniani, e i loro migliori scienziati nucleari, andati anche loro”.
Nel farlo ha, quindi, ringraziato gli USA e, in particolare, il Presidente Donald Trump, sia per il sostegno fornito, sia “per il coraggio e l’audacia” mostrate nell’azione d’attacco contro i siti nucleari iraniani.
Un’operazione grazie alla quale il programma nucleare iraniano sembrerebbe aver subìto enormi danni e sarebbe stato ritardarlo di moltissimo tempo, anche se, come il Premier ha voluto sottolineare, la vigilanza su di esso, di certo, non potrà interrompersi.
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