Nuova Guerra del Golfo: Duecento miliardi per il conflitto. Washington scopre il prezzo reale dello scontro con l’Iran

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. La guerra contro l’Iran entra in una nuova fase, e non è soltanto quella dei bombardamenti, delle navi nello Stretto di Hormuz o delle milizie sciite colpite in Iraq.

La mappa delo Stretto di Hormuz

È la fase in cui il conflitto presenta il conto.

Il Pentagono, secondo quanto riferito dal Washington Post, ha chiesto altri 200 miliardi di dollari per sostenere un’operazione militare che l’Amministrazione Trump continua a descrivere come necessaria, ma di cui ancora non chiarisce né il traguardo politico né il perimetro strategico.

È questo il dato più inquietante: gli Stati Uniti stanno combattendo una guerra dai costi giganteschi senza dire con precisione quale pace intendano costruire.

A rendere ancora più pesante il quadro c’è il fatto che questa richiesta si somma ai 150 miliardi già approvati dal Congresso e a un bilancio ordinario del Pentagono che supera gli 800 miliardi.

In altre parole, la guerra iraniana non è un’appendice del dispositivo militare americano: ne sta diventando uno dei principali assi finanziari.

E quando una guerra assorbe una tale massa di risorse, smette di essere una semplice emergenza operativa e diventa una scelta strutturale di politica imperiale.

Una guerra senza termine dichiarato

Le parole del segretario alla Guerra USA, Pete Hegseth sono state, da questo punto di vista, illuminanti più di quanto forse lui stesso intendesse. Nessun limite temporale definito, nessuna scadenza, nessun punto d’arrivo esplicito.

Il segretario si Stato alla Guerra Pete Hegseth

Sarà il Presidente a decidere quando gli obiettivi saranno stati raggiunti. Ma quali obiettivi?

Fermare i missili iraniani? Ridurre le capacità navali di Teheran? Spezzare la rete delle milizie alleate? Colpire il regime fino a provocarne il cedimento? L’ambiguità non è secondaria: è il cuore del problema.

Perché una guerra senza obiettivi politici chiaramente definiti tende fatalmente ad allargarsi. Ogni raid genera una rappresaglia, ogni rappresaglia giustifica nuovi stanziamenti, ogni nuovo stanziamento consolida la logica della guerra permanente.

È il meccanismo classico dell’interventismo americano, già visto in Iraq e Afghanistan: si entra in nome della deterrenza e si resta per inerzia strategica, mentre il costo economico e politico cresce fino a diventare ingestibile.

Il fronte militare tra superiorità tecnologica, vulnerabilità strategica

Sul piano operativo, Washington mostra una macchina bellica ancora formidabile.

Oltre 7 mila obiettivi colpiti in Iran, pacchetti di raid sempre più pesanti, impiego coordinato di velivoli da supporto ravvicinato nello Stretto di Hormuz e di elicotteri d’attacco in Iraq contro le milizie filo-iraniane.

L’apparato americano conserva una superiorità di fuoco schiacciante.

Ma la superiorità tattica non coincide con il controllo strategico.

Colpire migliaia di bersagli non significa piegare un avversario che dispone di profondità territoriale, capacità missilistiche, reti irregolari regionali e soprattutto di un vantaggio asimmetrico essenziale: può trasformare il conflitto in una guerra di logoramento.

L’Iran non ha bisogno di vincere sul piano convenzionale; gli basta prolungare lo scontro, moltiplicare i punti di attrito e far salire il prezzo economico, energetico e politico della campagna americana.

Lo Stretto di Hormuz resta il simbolo di questa vulnerabilità.

Gli Stati Uniti possono proteggere le rotte, ma non sterilizzare del tutto la minaccia di attacchi rapidi, droni, missili, sabotaggi e pressione assicurativa sui traffici.

La guerra, insomma, non si misura soltanto nei bersagli distrutti, ma nella capacità di garantire la normalità economica. Ed è proprio lì che Teheran conserva ancora una leva formidabile.

Il nodo politico americano. Il Congresso teme un assegno in bianco

La richiesta del Pentagono si scontra con un Congresso inquieto. I democratici chiedono spiegazioni su strategia e finalità. Una parte dei repubblicani, pur tradizionalmente favorevole alla spesa militare, comincia a temere l’esplosione dei costi.

La sede del Pentagono

È un passaggio cruciale: quando una guerra perde chiarezza politica, anche il consenso interno si incrina.

Trump prova a tenere insieme tutto: sicurezza nazionale, ricostituzione degli arsenali, conflitto con l’Iran, messaggio di forza globale.

Ma proprio questa sovrapposizione di giustificazioni rivela il rischio di fondo.

I 200 miliardi richiesti non servono solo alla guerra in corso: servono a rifinanziare una postura militare mondiale che l’America sente minacciata dalla contemporanea pressione su più teatri, dall’Ucraina al Medio Oriente fino all’Indo-Pacifico.

La dimensione geoeconomica Il costo della potenza in un mondo saturo di crisi

Qui appare la vera posta in gioco.

La guerra contro l’Iran non è soltanto uno scontro militare: è una guerra geoeconomica. Significa protezione delle rotte energetiche, difesa del primato del dollaro, sicurezza degli alleati del Golfo, controllo del sistema logistico regionale e riaffermazione della credibilità americana.

Ma tutto questo ha un prezzo crescente in un momento in cui gli Stati Uniti devono già finanziare il riarmo interno, sostenere alleati, gestire debito pubblico e ricostruire scorte strategiche ridotte.

Per Teheran il conflitto è l’occasione per infliggere all’Occidente un danno indiretto: non battere militarmente gli Stati Uniti, ma alzare il costo globale della loro presenza.

Per Washington, invece, il problema non è solo vincere, ma vincere senza dissanguarsi.

Ed è esattamente qui che la vicenda iraniana diventa un test storico: una superpotenza può ancora imporre ordine in un’area decisiva senza precipitare in una spirale di spesa, incertezza politica e usura strategica?

L’America davanti al suo limite

La verità è che questi 200 miliardi raccontano molto più di una semplice richiesta di bilancio.

Raccontano una potenza che può ancora colpire ovunque, ma fatica sempre più a trasformare la forza in risultato politico stabile.

Raccontano una leadership che parla di nemici da eliminare ma non spiega quale equilibrio voglia costruire dopo i bombardamenti.

Raccontano infine una guerra che, nata come dimostrazione di forza, rischia di diventare la prova del limite americano.

Perché la domanda decisiva non è quanti obiettivi siano già stati colpiti.

La domanda è se Washington stia entrando in un altro conflitto senza fine, costoso, opaco e politicamente corrosivo.

E se la risposta è sì, allora quei 200 miliardi non sono il prezzo della vittoria. Sono soltanto l’anticipo di una crisi molto più grande.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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