Di Giuseppe Gagliano*
ROMA. La dichiarazione secondo cui viene portato al massimo il livello di protezione della difesa aerea e antibalistica nazionale non è un semplice atto di prudenza burocratica.
È un messaggio politico e militare di soglia.
Significa che, nella valutazione del Governo e dello Stato Maggiore, il conflitto innescato in Medio Oriente ha smesso di essere percepito come crisi distante ed è entrato nella categoria dei rischi con possibili effetti indiretti o collaterali anche sul fianco europeo e mediterraneo.

La formulazione usata da Guido Crosetto alla Camera dei Deputati oggi, collega esplicitamente questa decisione a quanto accaduto “in Turchia e a Cipro” e al timore che “può succedere di tutto”, con un coordinamento stretto con alleati e NATO,
Sul piano politico, il primo significato è chiaro: lo Stato vuole mostrare deterrenza, presenza e continuità di comando.
In momenti di crisi regionale allargata, il rischio più pericoloso non è solo l’attacco diretto, ma l’effetto domino psicologico: panico, percezione di vulnerabilità, pressione sugli alleati, incertezza nei mercati e nella popolazione.
Alzare al massimo la postura difensiva serve allora anche a dire che il Paese non è passivo, che la catena decisionale è attiva e che l’Italia si considera dentro un perimetro di minaccia allargato, non più esterno.

Il riferimento al coordinamento con la NATO indica inoltre che Roma non vuole muoversi come attore isolato, ma come parte di una rete integrata di sorveglianza, allerta e difesa.
Sul piano strategico-militare, una frase del genere non significa automaticamente che esista una minaccia imminente contro il territorio italiano.
Significa però che vengono elevate la prontezza operativa, la sorveglianza radar, la protezione delle infrastrutture sensibili, la disponibilità dei sistemi antiaerei e antimissile e, soprattutto, la capacità di reagire a scenari non lineari: droni a lungo raggio, missili erranti, attacchi di saturazione, incidenti di traiettoria, azioni dimostrative contro obiettivi militari, logistici o energetici.
In sostanza, si passa da una postura di monitoraggio a una postura di copertura rafforzata. È il linguaggio tipico delle fasi in cui non si esclude un allargamento del teatro di crisi. 
C’è poi un secondo livello, meno visibile ma più importante.
Quando si alza al massimo la difesa aerea, si invia anche un segnale agli alleati: l’Italia si prepara non solo a proteggere il proprio spazio, ma a sostenere il dispositivo comune sul fronte sud-orientale.
Non a caso, nelle stesse ore, è stato richiamato l’invio di assetti navali e di sistemi di difesa per aiutare Cipro e altri partner esposti.
Questo vuol dire che Roma legge la crisi come una possibile pressione sul Mediterraneo orientale e sul quadrante che collega Levante, Anatolia, Cipro e rotte energetiche.
Se quel settore si destabilizza, l’Italia diventa retrovia logistica, nodo politico e possibile piattaforma di supporto.
In termini concreti, una dichiarazione simile vale soprattutto come ammissione strategica: il confine tra guerra regionale e sicurezza europea si è assottigliato.
Non siamo ancora nel linguaggio della cobelligeranza, ma siamo già nel linguaggio della preparazione preventiva.
E quando un ministro della Difesa usa toni di questo tipo in Parlamento, il messaggio reale è uno solo: non si preannuncia l’attacco, si riconosce che il tempo dell’eccezione è finito e che il rischio, ormai, va trattato come una variabile operativa quotidiana.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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