Nuova Guerra del Golfo: Iran e Stati Uniti, una pace impossibile. Il negoziato non chiude la guerra

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. Il rifiuto di Donald Trump della controproposta iraniana non è soltanto un episodio diplomatico.

Il Presidente USA Donald Trump

È il segnale che la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrata in una fase più ambigua e forse più pericolosa: quella in cui le armi tacciono solo in parte, i negoziati non avanzano, le minacce restano sul tavolo e ogni attore cerca di trasformare una tregua fragile in un vantaggio strategico.

Washington sostiene di aver raggiunto gli obiettivi militari dell’operazione condotta insieme a Israele contro l’Iran.

Ma la realtà, come spesso accade nelle guerre contemporanee, è meno lineare della narrazione ufficiale. Se l’obiettivo era impedire definitivamente a Teheran di disporre di una capacità nucleare militare, il risultato appare incompleto.

Se l’obiettivo era ridurre in modo decisivo il potenziale missilistico iraniano, le valutazioni riservate della stessa intelligence americana sembrano dire il contrario.

Se l’obiettivo era costringere l’Iran alla resa politica, la controproposta iraniana dimostra che la Repubblica islamica è colpita, ma non piegata.

Trump respinge l’offerta di Teheran definendola inaccettabile, ma al tempo stesso non mostra entusiasmo per una ripresa immediata delle ostilità.

È una contraddizione solo apparente. Il Presidente americano vuole mantenere la pressione sull’Iran senza farsi trascinare in una guerra lunga, costosa e politicamente rischiosa.

Vuole apparire vincitore, ma non prigioniero della vittoria.

Vuole imporre condizioni dure, ma sa che ogni nuovo bombardamento può incendiare il Golfo, far esplodere i prezzi dell’energia e complicare i rapporti con la Cina proprio mentre si prepara all’incontro con Xi Jinping.

Il Presidente statunitense Donald Trump e quello cinese Xi Jinping

La questione nucleare e il problema dell’uranio

Il cuore del confronto resta l’uranio arricchito. Trump lo definisce con espressioni semplificate, quasi domestiche, parlando di “polvere nucleare”, ma il nodo è tutt’altro che semplice.

L’Iran dispone ancora di materiale sensibile, di infrastrutture sotterranee e di una rete tecnica che non può essere cancellata soltanto con i bombardamenti.

Qui sta il limite strutturale della strategia militare americana e israeliana.

Si possono colpire impianti, magazzini, rampe di lancio, centri di comando. Si può rallentare un programma. Si possono eliminare figure chiave dell’apparato militare e scientifico.

Ma è assai più difficile cancellare una capacità accumulata in anni di investimenti, conoscenze, dispersione degli asset e protezione sotterranea.

La guerra contro il programma nucleare iraniano non è quindi una guerra contro un solo bersaglio.

È una guerra contro un sistema. E i sistemi, soprattutto quando sono costruiti per sopravvivere sotto sanzioni, sabotaggi e minacce di attacco, non crollano facilmente.

Valutazione militare: l’Iran colpito, non disarmato

La parte più rilevante dell’intero quadro è la valutazione secondo cui l’Iran conserverebbe ancora circa il 70%  dei missili balistici precedenti alla guerra e circa il 75% dei lanciatori mobili. Se confermata, questa stima ridimensiona radicalmente la narrazione di una campagna militare risolutiva.

Significa che Teheran conserva una capacità di rappresaglia significativa.

Non necessariamente sufficiente a vincere uno scontro aperto con Stati Uniti e Israele, ma abbastanza robusta da rendere ogni nuova offensiva estremamente costosa. I lanciatori mobili sono il vero problema: difficili da individuare, facili da disperdere, capaci di sopravvivere ai primi colpi e di mantenere aperta la minaccia su basi americane, Israele, monarchie del Golfo e infrastrutture energetiche.

Anche il dato sul possibile blocco navale è decisivo.

Se l’Iran può resistere tre o quattro mesi a un blocco americano, allora il tempo non lavora automaticamente a favore di Washington. Un blocco prolungato avrebbe costi enormi, richiederebbe una mobilitazione navale permanente, esporrebbe le forze americane ad attacchi asimmetrici e metterebbe sotto pressione le economie importatrici di energia.

L’Iran non ha bisogno di vincere sul piano convenzionale. Gli basta non perdere rapidamente. Gli basta dimostrare che il prezzo della sua capitolazione sarebbe insostenibile per tutti.

Lo Stretto di Hormuz come arma geoeconomica

La chiusura o la paralisi dello Stretto di Hormuz è la carta più pesante nelle mani iraniane.

Da lì passa una quota essenziale del petrolio mondiale e una parte cruciale del gas naturale liquefatto.

Ogni tensione in quell’area si traduce immediatamente in premi di rischio, aumento dei costi assicurativi, deviazioni navali, instabilità dei mercati energetici.

Sul piano economico, l’Iran usa Hormuz come moltiplicatore di potenza.

Non può competere con gli Stati Uniti sul piano militare globale, ma può colpire il punto in cui la potenza americana incontra la vulnerabilità dell’economia mondiale.

Cartina dello Stretto di Hormuz

Il petrolio non è soltanto una merce. È una leva politica, industriale, finanziaria. Se il prezzo sale, pagano l’Europa, l’Asia, le imprese manifatturiere, i consumatori, i bilanci pubblici già appesantiti da debiti e sussidi.

La Cina osserva con particolare attenzione. Pechino ha legami stretti con Teheran, dipende dalle rotte energetiche e non ha interesse a un collasso del Golfo. Ma non ha nemmeno interesse a un Iran totalmente normalizzato sotto controllo americano.

Per la Cina, l’Iran è una pedina utile nel grande confronto con Washington: non un alleato da seguire ciecamente, ma un fattore di pressione strategica.

Israele e la guerra non conclusa

Benjamin Netanyahu afferma che il conflitto non è finito.

Benjamin Netanyahu

La frase pesa perché Israele vede nella sopravvivenza delle scorte iraniane e dell’arsenale missilistico una minaccia diretta.

Per Tel Aviv, una tregua che lasci all’Iran materiale nucleare, missili balistici e capacità sotterranee non è una vera vittoria. È una pausa.

Il problema israeliano è politico e militare insieme. Dopo aver presentato l’offensiva come necessaria e risolutiva, Netanyahu deve ora spiegare perché l’Iran conserva ancora strumenti importanti di deterrenza. Se l’Iran è stato sconfitto, perché continua a trattare? Se è stato disarmato, perché conserva gran parte dei missili?

Se il suo programma nucleare è stato neutralizzato, perché resta centrale la questione dell’uranio?

Queste domande non riguardano soltanto Israele. Riguardano l’intero sistema di alleanze americano in Medio Oriente.

Le monarchie del Golfo temono l’Iran, ma temono anche di diventare bersagli permanenti di una guerra che non controllano.

Hanno bisogno della protezione americana, ma non vogliono pagare il prezzo di una strategia decisa altrove.

Scenari economici: energia, inflazione e catene globali

Lo scenario peggiore per l’economia mondiale sarebbe una ripresa delle ostilità accompagnata da un blocco duraturo di Hormuz. In quel caso il prezzo del petrolio potrebbe salire rapidamente, trascinando con sé trasporti, fertilizzanti, chimica, produzione industriale e alimentare.

L’inflazione tornerebbe a mordere proprio mentre molte economie occidentali cercano di stabilizzare tassi, debito e consumi.

Uno scenario intermedio è quello della tensione controllata: cessate il fuoco formale, attacchi limitati, droni, sabotaggi, minacce navali e negoziati intermittenti. È lo scenario più probabile, ma anche il più logorante.

Non produce una guerra totale, ma mantiene alto il rischio. Non distrugge il commercio, ma lo rende più costoso. Non blocca l’energia, ma ne aumenta il prezzo politico.

Lo scenario più favorevole sarebbe un accordo parziale: consegna o messa sotto controllo di una parte del materiale nucleare, garanzie limitate, alleggerimento selettivo delle sanzioni, riapertura graduale delle rotte.

Ma per arrivarci servirebbe una fiducia che oggi non esiste. Washington non crede a Teheran. Teheran non crede a Washington.

Israele non vuole un compromesso percepito come debolezza. E la Cina preferisce probabilmente una stabilizzazione che non diventi una vittoria americana.

La geopolitica della tregua armata

Il punto decisivo è che questa crisi non riguarda soltanto il nucleare iraniano.

Riguarda l’ordine del Medio Oriente dopo anni di guerre incompiute, sanzioni, accordi falliti e potenze esterne in competizione.

Gli Stati Uniti vogliono impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare militare. Israele vuole impedirgli di restare una potenza regionale autonoma.

L’Iran vuole sopravvivere, conservare deterrenza e dimostrare che nessuno può ridisegnare il Golfo senza il suo consenso.

La Cina vuole evitare il caos energetico, ma anche impedire che Washington recuperi pieno controllo strategico sulla regione.

La guerra, dunque, non è finita perché nessuno ha ottenuto ciò che voleva davvero.

Trump ha una vittoria da raccontare, ma non una soluzione da imporre. Netanyahu ha colpito l’Iran, ma non lo ha neutralizzato.

Teheran ha subito danni pesanti, ma conserva capacità di resistenza.

I Paesi del Golfo cercano sicurezza, ma scoprono ancora una volta di vivere sopra una faglia strategica.

La pace, in questo quadro, non nasce da una riconciliazione. Può nascere solo da un equilibrio della paura.

E quando la pace dipende dalla paura, basta un drone, un errore di calcolo, un missile partito troppo presto o una dichiarazione troppo arrogante per riportare tutti sull’orlo dell’abisso.

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