Di Giuseppe Gagliano*
KIEV. La notizia secondo cui personale ucraino sarebbe stato dispiegato negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait non nasce nel vuoto.
Nelle ultime settimane, Kiev ha effettivamente accelerato la cooperazione militare con diversi Paesi del Golfo nel campo della difesa anti-drone e anti-missile, e l’Agenzia di Stampa Reuters ha riferito che specialisti ucraini sono stati inviati in cinque Paesi mediorientali, tra cui Emirati e Kuwait, per contribuire all’intercettazione di droni e alla protezione di infrastrutture critiche. La stessa Reuters parla di 228 specialisti, mentre altre ricostruzioni più recenti riferiscono di oltre 200 tecnici ed esperti dispiegati nell’area.
Ma qui si apre il punto decisivo. Una cosa è la presenza di esperti, istruttori o unità tecniche ucraine in supporto ai sistemi difensivi dei monarchi del Golfo; un’altra è sostenere che Teheran abbia colpito “forze ucraine” negli Emirati e in Kuwait sulla base di coordinate precise. Questa seconda affermazione, allo stato attuale, emerge soprattutto da fonti iraniane e da Al Mayadeen, mentre non risulta confermata da fonti indipendenti occidentali o dai governi coinvolti.
Al Jazeera ha riportato che l’Iran ha rivendicato di aver preso di mira un deposito ucraino anti-drone a Dubai, ma la formulazione resta quella di una dichiarazione iraniana, non di un fatto verificato in modo autonomo.

Il Golfo Persico non è più una retrovia
Il dato politico, però, è ancora più importante del dato militare.
Se l’Ucraina esporta nel Golfo il proprio sapere operativo maturato nella guerra contro droni e missili russi e iraniani, il conflitto europeo smette di essere separato dalla crisi mediorientale.
Diventa invece parte di un unico spazio bellico allargato, dove l’esperienza ucraina viene trasformata in merce strategica, in capitale militare e in strumento diplomatico.
Gli accordi siglati da Zelensky con Arabia Saudita, Qatar e Emirati vanno letti in questa chiave: Kiev non offre soltanto solidarietà, ma competenze di guerra concrete spendibili contro la minaccia iraniana.
Per Teheran, allora, la presenza ucraina nel Golfo ha un valore che va ben oltre il numero degli uomini impiegati. Anche pochi specialisti possono diventare un bersaglio politico perfetto, perché consentono all’Iran di sostenere che i Paesi del Golfo non sono più attori neutrali o prudenti, ma piattaforme di una coalizione ostile sempre più vasta.
È il passaggio classico dalla deterrenza alla punizione esemplare: colpire non solo chi attacca direttamente, ma anche chi rende possibile la resilienza del fronte avversario.
La strategia iraniana: intimidire gli Stati, mobilitare le società
C’è poi un altro elemento da non sottovalutare.
La fonte iraniana non si limita a parlare di obiettivi militari, ma insiste sugli avvertimenti ai Paesi vicini e sull’apertura di canali crittografati per consentire ai cittadini di segnalare presenze ostili.
Questo linguaggio segnala una trasformazione pericolosa del conflitto: la guerra tende a penetrare il tessuto civile, a chiedere collaborazione informativa alle popolazioni, a confondere il confine tra retrovia e fronte.
È un salto qualitativo che appartiene più alle guerre lunghe e ideologiche che ai semplici scambi missilistici.
In altre parole, Teheran sta dicendo ai vicini del Golfo: se ospitate strutture americane, tecnici ucraini o sistemi che rafforzano il dispositivo anti-iraniano, non sarete più soltanto alleati scomodi di Washington, ma parti attive del teatro di guerra.
È un messaggio costruito per spaventare i governi, ma anche per aumentare il costo interno della loro collaborazione militare con gli Stati Uniti e con Kiev.

Il nodo strategico
Il problema strategico vero è che questa vicenda conferma una tendenza già evidente.
L’Ucraina sta progressivamente convertendo la propria esperienza bellica in influenza geopolitica, soprattutto in settori dove possiede un vantaggio reale: droni, guerra elettronica, difesa ravvicinata, protezione di infrastrutture.
L’Iran, al contrario, cerca di impedire che questo patrimonio venga usato contro i suoi vettori e i suoi metodi di pressione regionale.
Per questo la notizia va trattata con prudenza ma non liquidata. Prudenza, perché il dettaglio sugli attacchi diretti a forze ucraine negli Emirati e in Kuwait non è ancora corroborato da conferme indipendenti.
Serietà, perché la presenza di personale tecnico ucraino nel Golfo non è affatto una fantasia propagandistica: è già stata documentata, inserita in accordi di difesa e collegata alla crescente domanda regionale di protezione contro droni e missili iraniani.
Il risultato è chiaro: il Golfo non è più una semplice area di supporto logistico per gli americani, ma sta diventando il luogo in cui si saldano tre guerre diverse in un solo sistema di confronto, quella tra Iran e Stati Uniti, quella tra Iran e monarchie arabe, e quella tra Ucraina e asse russo-iraniano.
Quando accade questo, anche un piccolo contingente tecnico può assumere un peso geopolitico enorme.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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