NUOVA GUERRA GOLFO: IL CONFLITTO CONTRO L’IRAN NON È SOLTANTO DI TRUMP E DI NETANYAHU MA È ANCHE DI TUTTI NOI. È NEL PIENO DIRITTO INTERNAZIONALE CONTRO UN FEROCE AGGRESSORE

Di Vincenzo Santo*

ROMA. Guerra di aggressione da parte di USA e Israele. Ne siamo sicuri? Io no.

Checché ne dica il ministro Crosetto e con lui tanti altri, operando paralleli storici “impropri”.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto

La storia non si ripete uguale, né tantomeno guerre e aggressioni sono tutte uguali. Tanto per iniziare.

Già il diritto internazionale. Esemplare il silenzio pressoché generale dinanzi all’aggressione continua che da decenni il regime teocratico di Teheran compie ai danni del Medio Oriente con la scusa, e dico scusa, di prendersi a cuore il destino dei palestinesi, armandone la parte più estremista in un terribile portatore di orrore e trasformandone un’altra in una componente armata e terroristica alternativa a un legittimo seppur debole governo libanese, rispettivamente Hamas e Hezbollah.

Miliziani di Hamas

Due alleati sanguinari del suo piano strategico volto ad arrivare al Mediterraneo, lungo una traiettoria che, grazie all’eliminazione di Saddam, dovuta all’insipienza di quel grande incosciente di Bush figlio, attraverso l’Iraq e quindi dell’amica Siria e del sottomesso Libano, avrebbe consentito al regime teocratico la distruzione dell’entità sionista, giacché il termine Israele non esiste nel vocabolario degli ayatollah.

Saddam in trincea durante il conflitto iracheno iraniano – Credit Twitter

La mezzaluna sciita avrebbe segnato il predominio su tutto lo scacchiere mediorientale e l’unico riferimento sul mondo musulmano, anche su quello sunnita di cui, tutto sommato, proprio dai Fratelli Musulmani aveva Khomeini fatta propria la narrazione della distruzione di Israele. Pertanto, dovremmo metterci per una volta d’accordo su un punto iniziale, cioè su chi veramente in questa storia è l’aggressore.

Forse, Trump è il Presidente americano che finalmente ha prestato ascolto al grido di allarme non solo di Netanyahu ma di tutto il contorno dei paesi del Golfo passando dalle parole ai fatti, dando una risposta concreta e necessariamente con la forza a decenni di aggressioni e di supporto al terrorismo.

Trump e Netanyhau

Non sappiamo come finirà questa guerra. Conosciamo qualche idea relativa al coinvolgimento delle minoranze iraniane che rappresentano il 40% della popolazione iraniana, soprattutto i curdi. Il che non farebbe contento Erdogan.

I CURDI

La regione curda nel Nord-Ovest dell’Iran rappresenta da tempo una grande sfida interna per il regime.

A fine febbraio, cinque gruppi curdi iraniani hanno proclamato la formazione di un’alleanza con l’obiettivo dichiarato di promuovere il Movimento Politico Kurdo in Iran.

Parte di questa alleanza nascente è il Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK), una milizia armata curda affiliata al Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il PKK turco con cui Ankara è attualmente coinvolta in un processo di pace storico.

Il PKK, lo scorso anno, ha dichiarato la fine della sua lotta armata. Ma l’apertura del fronte iraniano presenta nuove sfide.

Sostenitori del PKK

Il mese scorso, si stima che circa 100 membri del PKK abbiano lasciato il Nord-Est della Siria come parte di un accordo con il governo ad interim di Damasco.

Potrebbero ora essere in Iran. Ma sia chiaro, non è pensabile che un’insorgenza curda possa aver ragione delle Guardie della Rivoluzione o delle forze regolari.

Tuttavia, il controllo di un’area del territorio potrebbe, dico potrebbe, essere utilizzata come “base”, un’enclave, per un’operazione terrestre americana su Teheran.

Una sfida e un azzardo, sia chiaro. E una preparazione lunga e onerosa che postulerebbe basi di partenza in Turchia, Azerbajan e anche in Armenia, due Paesi questi che non si amano.

L’ultimo, tra l’altro, osteggiato da Teheran nel suo recente e vittorioso scontro per la riconquista del Nagorno-Karabakh.

L’altro avversato da Ankara, come noto.

Ad ogni modo, per una guerra, quella in corso, il cui costo per gli arsenali consumati che si aggira sui 900 milioni al giorno, secondo un “contatore informale, l’Iran War Cost Tracker”, ogni soluzione che ne affretti la conclusione – che è, e nessuno me lo leva dalla testa per ora, il cambio o la rotazione di regime con uno più accomodante – è ben accetta.

Anche se, mentre Netanyahu è esploso nei consensi, stessa cosa non si può dire per Trump. Almeno così pare.

Ma è ancora presto per dichiararlo decrepito.

Mojtaba Khamenei – Credit – Tasnim News Agency

Il clamore che il figlio di Khamenei sia ora al posto del padre non deve destare scalpore, sebbene non ne abbia titolo clericale, può essere che fosse l’unico destinato a offrire la propria testa e può essere che lo facciano fuori per far comprendere agli iraniani che se esiste un presidente, più o meno eletto, seppur di facciata, quella “facciata” a qualcosa deve pur servire a qualcosa.

Il teatro di guerra allargato, per mano proprio iraniana, ai vicini è prova dell’isolamento del regime e il decentramento realizzato della struttura operativa della Guardia della Rivoluzione, dopo gli attacchi della scorsa estate, se da un lato facilita una sorta di flessibilità decisionale e di iniziativa io credo ne indebolisce la capacità e l’unicità di intenti in una battaglia difensiva, droni o non droni.

Altra cosa sarebbe in una battaglia offensiva, come dimostrato nella storia e nella manovra delle armate tedesche nelle due guerre mondiali.

CINA E RUSSIA

Cina e Russia in realtà mi pare che stiano a guardare. Mosca forse fornisce qualche boccone di intelligence ma non credo che si stia sforzando più di tanto.

Ha altro a cui guardare e tutto sommato a Putin non dispiace che Washington si sia trovato un impegno di tale portata fuori dai “tiragiacchetta” europei per Kiev.

Anche Pechino guarda con piacere come gli americani consumino i propri arsenali e spostino i propri assetti, non ultimo, mi pare di aver capito il THAAD schierato in Corea. Un sistema che tanto dolore le aveva procurato anni fa.

Xi Jinping, Presidente cinese

E poi i cinesi sono pragmatici. Si parla tanto del petrolio iraniano destinato alla Cina.

Vero! Tuttavia, la decapitazione della leadership iraniana non indebolisce drasticamente la posizione della Cina in Medio Oriente perché la strategia regionale di Pechino si basa su partnership diversificate piuttosto che sulla dipendenza da un singolo regime.

Anche se l’attuale regime dovesse cadere, Pechino avrebbe altri partner nella regione ed è abbastanza flessibile da collaborare con qualsiasi nuovo governo iraniano. Sono di bocca buona. Pechino non ha alleati, non è nella sua strategia, ama amicizie temporanee.

QUESTIONE PETROLIFERA

E veniamo al petrolio. Sebbene la Cina acquisti praticamente quasi tutto il petrolio iraniano, ma buona parte va anche in India, il petrolio greggio iraniano rappresenta il 13-15% delle importazioni totali di Pechino.

Una quantità consistente, ma non vitale. La maggior parte dell’approvvigionamento petrolifero infatti proviene da Russia, Arabia Saudita e Malesia. E gode di fornitori alternativi per cui l’impatto sull’economia cinese sarebbe minimo in caso di interruzione.

Ma quello iraniano è fortemente scontato, un vantaggio non da poco. infatti, Teheran offriva alla Cina uno sconto di 10-20 dollari per barile, inferiore ai prezzi del petrolio greggio Brent che si traduce in almeno 5,8 miliardi di dollari di risparmio all’anno.

Una bella cifra.

Ed è questo il vero “problema del petrolio iraniano” che viene a mancare per Pechino. Ma non andiamo oltre sui rapporti tra i due.

Insomma, Pechino non si venderebbe l’anima al diavolo per fare da scudo a Teheran, ne sono abbastanza certo. E poi ci sono gli altri.

Oltre a fornire una quantità sostanziale di petrolio, gli stati del GCC come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti commerciano con la Cina molto più dell’Iran. Questo appare poco e di questo in pochi ne parlano.

Mentre il commercio totale della Cina con Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ha superato ciascuno i 100 miliardi di dollari nel 2024, il suo commercio totale con l’Iran è stato solo di 13,4 miliardi di dollari. Inoltre, la Cina ha esportato beni per un valore superiore ai 65 miliardi di dollari verso gli Emirati Arabi Uniti, rispetto a circa 9 miliardi di dollari verso l’Iran.

E, a differenza dell’Iran, i cui legami economici sono limitati da sanzioni internazionali, gli Emirati Arabi Uniti sono profondamente integrati nella rete commerciale e logistica della Cina attraverso investimenti su larga scala come il Porto di Khalifa. Pechino mantiene relazioni pragmatiche con gli stati del Golfo e, in misura minore, anche con Israele.

Pechino investe ma non offre sicurezza.

E anche le promesse di investimento laddove non individua sicurezza nella stabilità, anche in barba ai suoi progetti di lungo termine, vedasi i 400 miliardi di dollari USA  nell’industria estrattiva energetica iraniana e i 130 miliardi e oltre nella sua BRI, non si sono mai completamente materializzate, tanto da costringere il Presidente iraniano a lamentarsene.

Pechino può fornire aiuti umanitari o aiutare nel dialogo, come fatto un paio di anni fa tra iraniani e sauditi, ma niente di più.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE

La guerra contro il regime degli ayatollah è una grande opportunità nel quadro proprio del diritto internazionale.

Dietro la pietosa questione palestinese e al terrorismo che la sottende da decenni c’è Teheran.

Questa guerra è una necessità internazionale per riportare quel sofferente quadrante a una situazione di equilibrio e di stabilità in cui finalmente il mandante di decenni di massacri e di terrorismo, il vero aggressore, quel regime aggressore della pace e della stabilità internazionale, a essere finalmente tacitato e ricondotto nel solco del sistema internazionale.

Un sistema tanto criticato perché proprio quando non riesce con il dialogo e il compromesso non trova vie di uscite che non sia un ridicolo JCPOA alla Obama.

Invece, quando questo accade, così come qui in Unione Europea tanto acclamiamo ai “volenterosi” o alle cooperazioni rafforzate quando un Orban a caso oppone i suoi “veto”, e quanto si grida contro questo pèotere di veto da ogni dove.

Quindi, vivaddio il non volersi più piegare all’attesa vergognosa che i tempi lunghi e le chiacchiere improduttive e i veti “incrociati e no” facciano il loro inutile lavoro e lascino che i regimi del male terrorizzino i propri vicini e facciano persino dei propri cittadini le proprie vittime.

Se questo serve a cambiare le regole del gioco delle regole internazionali bene che si sia iniziato a usare la forza senza indugio alcuno contro chi di fatto tiene da decenni in scacco non solo il quadrante mediorientale ma tramite questo tutto il mondo o buona parte di esso.

E, ho ragione di ritenere, con massima soddisfazione da parte della maggior parte del mondo che usa ancora la ragione.

Alcuni si sono presi gioco di Trump a proposito dei suoi proponimenti bellicosi a proposito dei massacri perpetrati dalle forze iraniane contro i manifestanti, circa 30 mila morti, viene riportato. Ecco, ricordo ancora gli osanna progressisti all’indomani dell’approvazione del concetto, durante il World Summit del 2005, riportato nella risoluzione adottata alla fine dei lavori dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, del “Responsibility to protect populations from genocide, war crimes, ethnic cleansing and crimes against humanity“, quello forse più comunemente noto come “R2P” (Responsibility to Pretect).

I suoi articoli 138 e 139 sono stati a volte letti come intesi a giustificare l’ingerenza negli affari degli altri Stati.

La parte finale del 139, infatti, chiama in causa il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite che prevede anche l’uso della forza.

E non è che se questa forza la chiama un Clinton va bene ma se lo fa un Trump non va più bene solo perché è il colore che rappresenta che non piace.

Pertanto, capisco che smettere con l’ipocrisia è impossibile. Ma occorre cambiare qualcosa.

Questa è un’eccellente occasione. Ma attenzione! L’ONU è ancora importante e la sua presenza è fondamentale. Non si vada a buttare l’acqua con anche il bambino.

Tuttavia, sono convinto che le sue regole vadano rettificate, non c’è dubbio.

Come non ho alcun dubbio che il diritto internazionale sovente abbisogna della forza anche se questa possa apparire discutibile e costosa. Forse anche azzardata.

E vada applicata tempestivamente. E che sia sempre un bene che venga qualcuno che finalmente abbia il coraggio di usarla ne ho certezza, anche se la maggioranza confonde pretestuosamente l’aggressore con l’aggredito.

Credo fosse Aristotele a dire che la migliore manifestazione di intelligenza è comprendere quando è il momento di smettere di pensare.

E di parlare, aggiungerei io

*Generale di Corpo d’Armata Esercito (ris)

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