Nuovo Ordinamento penitenziario, una riforma di cui faremmo volentieri a meno

Di Alexandre Berthier

Roma. Il Consiglio dei Ministri, che prudentemente qualche giorno prima delle elezioni del 4 marzo lo aveva rinviato ad un momento successivo (come avvenuto per lo jus soli) ha approvato un decreto legislativo che introduce disposizioni di riforma dell’ Ordinamento penitenziario previsto dalla riforma del 1975, in attuazione di quanto prevede la ennesima riforma della giustizia penale.

Il Governo vara il nuovo Ordinamento penitenziario

Il tutto, per amore di adesione degli orientamenti della Corte Costituzionale e delle Corti internazionali. Infatti, si sa che quando un Governo non può affrontare problemi fondamentali, per mancanza di consenso o legittimità, normalmente adotta in serie provvedimenti inutili, di facciata, quando non addirittura dannosi; ma in genere dannosi solo per chi verrà dopo.

Non ancora tramontata la recente, risibile stagione delle grandi riforme sui diritti civili – adottate o annunciate o talora lasciate scivolare nel nulla – che interessano lo zero virgola degli italiani, si persiste nel fare cose che fanno infuriare i cittadini che lo scorso 4 marzo hanno invece chiaramente indicato di riprovare fermamente. Una di queste ideone è la riforma dell’Ordinamento penitenziario, come se quello progressista del ‘75 non avesse già fatto grossi danni, mettendo continuamente tra l’altro in libertà criminali seriali, mafiosi e terroristi. Probabilmente, col senno del poi, avendo più a cuore la sicurezza del Paese e dei cittadini, constatata la portata devastante applicativa del vecchio ordinamento, andava abolito quello, altro che riformarlo, ampliandosi così le finestre di uscita dal carcere e chiudendone fermamente le porte!

Chi delinque diuturnamente, per vocazione o necessità, deve essere isolato dal circuito sociale! E a questa funzione adempie ottimamente, in tutto il mondo, una istituzione che si chiama carcere. Carcere, questo è il sostantivo che toglie ogni dubbio a chi ci sta dentro e a chi vive fuori! Poi, che il carcere sia spazioso, moderno, umano ed in grado di rieducare i suoi abitanti è obiettivo sicuramente da raggiungere, ma prioritaria è l’esigenza di far espiare la pena ai condannati e garantire la sicurezza personale e patrimoniale dei cittadini!. E’ indiscutibile che chi costituisce pericolo per l’incolumità delle persone e per i loro diritti patrimoniali vada isolato dal circuito sociale.

Arresti domiciliari, affidamento alle comunità, ecc. sono pannicelli caldi che hanno dimostrato la loro assoluta inaffidabilità. Bene, questa premessa renderebbe pertanto inaccettabili le dichiarazioni del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando che ha tentato di tranquillizzarci spiegandoci che non è stata varata “nessuna riforma salvaladri” bensì che si tratterebbe di “un’importante riforma che rivede l’Ordinamento penitenziario. Le pene dei ladri le abbiamo aumentate rispetto a quelle che c’erano”. Ed inoltre, soggiunge, vi sarebbero maggiori possibilità per i detenuti di accedere a misure alternative alla detenzione per coloro che hanno residui di pena da scontare fino a quattro anni. Orbene, e questo come lo vogliamo chiamare se non “svuota carceri”?

Seguono le solite considerazioni che il carcere non rieduca e che a fine pena il detenuto torna a delinquere, bla, bla, bla . . . Stando così le cose, considerate le enormi problematiche che l’Italia si trova ad affrontare sul piano del bilancio, del debito pubblico, del ristagno dell’economia, dei livelli di disoccupazione, della sicurezza, rimane evidente come per la stragrande maggioranza degli italiani la rieducazione del detenuto ed il suo ricollocamento nel tessuto sociale produttivo sia di fatto tra gli ultimissimi obiettivi da perseguire, mentre è certo che tutti gli italiani, che hanno subito un furto o una rapina, per gli autori di tali misfatti chiede punizioni esemplari e detenzione ferrrea.

Se il popolo è sovrano, Governo e Parlamento non dovrebbero avere dubbi su quale sia la strada da seguire.

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