Di Giuseppe Gagliano*
AMMAN. L’attacco iraniano contro le basi statunitensi di Re Hussein e Al Azraq, in Giordania, segna un nuovo allargamento geografico della guerra. Teheran sostiene di avere impiegato missili e velivoli senza pilota in risposta al bombardamento americano dell’isola di Larak, avvenuto il 30 agosto.
Secondo la versione statunitense, sull’isola le Guardie rivoluzionarie stavano preparando il lancio di ordigni destinati a disseminare mine navali nello Stretto di Hormuz. Washington avrebbe quindi condotto un’azione preventiva contro due piattaforme di lancio. Gli Stati Uniti non hanno però fornito una conferma ufficiale completa, mentre le fonti iraniane parlano di morti e feriti senza precisarne il numero.
In una guerra ormai accompagnata da una battaglia permanente sull’informazione, l’incertezza non è un elemento secondario. Washington deve dimostrare di avere riaperto Hormuz; Teheran deve dimostrare di poterlo ancora chiudere. Entrambe le parti combattono quindi non soltanto per controllare il mare, ma per condizionare mercati, assicurazioni, compagnie di navigazione e opinione pubblica.
Larak, la sentinella dello Stretto
L’isola di Larak si trova all’imboccatura orientale di Hormuz, tra Qeshm e l’isola di Hormuz. La sua importanza non deriva dalle dimensioni, ma dalla posizione. Da lì è possibile osservare il traffico marittimo, sostenere le difese costiere e minacciare le rotte percorse dalle navi che trasportano petrolio e gas naturale.
Colpire Larak significa dunque intervenire direttamente sulla capacità iraniana di sorvegliare e contendere lo Stretto. Se le informazioni sulle mine navali fossero confermate, l’azione americana avrebbe cercato di impedire un’operazione capace di bloccare la navigazione con mezzi relativamente economici.
Le mine rappresentano, infatti, un’arma particolarmente adatta alla strategia iraniana. Non occorre affondare decine di navi: basta danneggiarne una o due per rallentare il traffico, costringere le compagnie a sospendere i passaggi e far aumentare i premi assicurativi. La bonifica richiede tempo, unità specializzate e protezione militare. Anche una minaccia non pienamente realizzata può quindi produrre conseguenze economiche enormi.
La risposta calibrata di Teheran
L’attacco alle basi in Giordania sembra costruito per ristabilire la capacità di dissuasione iraniana senza provocare necessariamente una reazione americana incontrollabile. Le Guardie rivoluzionarie hanno rivendicato danni alle infrastrutture tecniche, alle strutture di riparazione e alle aree operative, ma non risultano vittime nelle due installazioni.
L’assenza di morti, se confermata, potrebbe indicare una risposta volutamente calibrata. Teheran doveva dimostrare che un bombardamento del proprio territorio non sarebbe rimasto impunito, ma aveva anche interesse a evitare una strage di militari statunitensi che avrebbe reso quasi inevitabile una rappresaglia più vasta.
È una forma di comunicazione condotta con i missili: l’Iran mostra di poter colpire le basi americane nella regione, mentre Washington viene invitata a valutare il costo di ulteriori azioni. Il problema è che una simile comunicazione può fallire per un errore tecnico, un’intercettazione mancata o una valutazione sbagliata delle intenzioni avversarie.
La distanza tra una risposta dimostrativa e un attacco capace di innescare l’escalation è ormai ridotta a pochi minuti.
La Giordania trascinata nel conflitto
La scelta di colpire installazioni situate in Giordania apre un problema politico per Amman. La monarchia hashemita è un alleato storico degli Stati Uniti, ma deve confrontarsi con un’opinione pubblica sensibile alle guerre regionali e con la possibilità che la presenza militare americana trasformi il territorio nazionale in un bersaglio.
Teheran invia così un messaggio non soltanto a Washington, ma a tutti i Paesi che ospitano forze statunitensi: le basi americane non costituiscono più retrovie protette. Ogni governo regionale è chiamato a misurare i vantaggi dell’alleanza con gli Stati Uniti contro il rischio di essere coinvolto direttamente nella guerra.
Dal punto di vista militare, Washington dovrà disperdere uomini e mezzi, rafforzare le difese antimissile e aumentare la protezione delle infrastrutture logistiche. Questo accrescerà i costi dell’operazione e sottrarrà sistemi di difesa ad altri settori.
L’Iran non deve necessariamente prevalere sul piano convenzionale. Può cercare di rendere la presenza americana sempre più costosa, vulnerabile e politicamente difficile da sostenere.

Hormuz e la guerra delle dichiarazioni
Gli Stati Uniti affermano che milioni di barili di petrolio stanno attraversando Hormuz sotto la protezione delle loro forze navali. L’Iran sostiene invece che lo Stretto rimanga chiuso e che Washington stia manipolando le informazioni per influenzare i prezzi dell’energia.
Il controllo reale non è una condizione assoluta. Una nave può attraversare il canale, ma ciò non significa che la rotta sia sicura e commercialmente normale. Attacchi quotidiani, rischio di mine e minaccia missilistica possono ridurre i flussi anche senza determinare una chiusura completa.
La battaglia riguarda pertanto la percezione del rischio. Se gli operatori credono che gli Stati Uniti controllino la via marittima, le quotazioni possono scendere. Se ritengono credibile la capacità iraniana di colpire le navi, i prezzi salgono anche quando il petrolio continua materialmente a transitare.
Il costo politico per Trump
Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha superato i quattro dollari per gallone, circa 3,8 litri, mentre prima della guerra era inferiore ai tre dollari. L’aumento dei costi energetici alimenta l’inflazione, riduce il potere d’acquisto e può pesare sulle elezioni parlamentari di novembre.
L’amministrazione Trump sta quindi cercando di combinare forza militare e pressione finanziaria. Da un lato colpisce le infrastrutture iraniane e protegge il traffico navale; dall’altro minaccia sanzioni secondarie contro Paesi e imprese che commerciano con Teheran.
Ma le due strategie possono contraddirsi. Più aumenta la pressione militare, più cresce il rischio per la navigazione e più salgono i prezzi che Washington vorrebbe ridurre. L’Iran sembra voler sfruttare proprio questa debolezza: non deve necessariamente sconfiggere gli Stati Uniti, ma prolungare la guerra fino a trasformarla in un problema economico ed elettorale interno.

Una guerra senza uscita visibile
L’attacco a Larak e la risposta contro le basi in Giordania mostrano che nessuna delle due parti vuole apparire disposta a retrocedere. Washington intende spezzare il controllo iraniano su Hormuz e costringere Teheran a concessioni sul programma nucleare. L’Iran vuole dimostrare che né le sanzioni né i bombardamenti possono privarlo della capacità di paralizzare la principale arteria energetica del Golfo.
Dal punto di vista strategico, si sta formando un equilibrio estremamente instabile. Gli Stati Uniti conservano una superiorità militare schiacciante, ma devono proteggere basi, navi e rotte distribuite su un’area vastissima. L’Iran dispone di minori capacità convenzionali, ma può moltiplicare i bersagli, impiegare missili, mine e velivoli senza pilota e trasferire il costo del conflitto ai mercati energetici.
La vera arma di Teheran non è soltanto la chiusura materiale di Hormuz. È la possibilità di mantenere il mondo nell’incertezza sulla sua apertura. Ed è proprio questa incertezza che Washington, nonostante la propria potenza, non è ancora riuscita a eliminare.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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