Oman: la sua mediazione tra Iran e Stati Uniti è un faro di stabilità nell’area

Di Giuseppe Gagliano 

MUSCAT (OMAN). In un Medio Oriente che sembra sempre sull’orlo del precipizio, l’Oman si staglia come una figura silenziosa ma cruciale, un mediatore che tesse fili invisibili tra potenze in conflitto.

Ll Sultanato guidato da Haitham bin Tariq continua a giocare un ruolo che pochi altri oserebbero o saprebbero interpretare

 

Mentre il Mar Rosso ribolle di tensioni e il Golfo trattiene il fiato, il Sultanato guidato da Haitham bin Tariq continua a giocare un ruolo che pochi altri oserebbero o saprebbero interpretare: quello di ponte tra l’imprevedibilità degli Stati Uniti, la fermezza iraniana e la ribellione degli Houthi yemeniti.

Haitham bin Tariq, sultano dell’Oman

La notizia di questi giorni – una nota che circola tra gli addetti ai lavori datata ieri, – offre uno spaccato su questa danza diplomatica, mettendo in luce le ambizioni, i timori e le strategie di Muscat in un contesto regionale sempre più incandescente.

L’Oman non è nuovo a questo gioco.

La sua storia di neutralità pragmatica risale ai tempi del Sultano Qaboos, che trasformò il Paese in una sorta di Svizzera del Golfo, un luogo dove le parti avverse potevano sedersi, o almeno parlarsi attraverso canali segreti.

Oggi, sotto Haitham, questa tradizione si è evoluta, adattandosi a un mondo in cui gli Stati Uniti di Donald Trump mostrano muscoli e minacce, l’Iran serra i ranghi della sua “Asse della Resistenza” e gli Houthi, tra missili e droni, tengono in scacco le rotte commerciali del Mar Rosso.

La nota in questione, redatta con il tipico linguaggio sobrio dell’intelligence, delinea i contorni di questa mediazione: colloqui ad alto livello con funzionari iraniani, backchannel con Washington, e un’attenzione costante a evitare che il conflitto yemenita divampi in una guerra totale.

Dal punto di vista omanita, gli Stati Uniti sono un alleato necessario ma scomodo.

Muscat apprezza il peso di Washington, ma ne diffida dell’approccio muscolare, soprattutto quando si tratta di Iran e Houthi.

La Casa Bianca, tornata sotto Trump, ha ripreso una linea dura: attacchi aerei contro i ribelli yemeniti, sanzioni all’Iran e un ultimatum a Teheran per negoziare sul nucleare o affrontare conseguenze militari.

L’Oman, però, non vede in questa strategia una soluzione, ma un rischio.

Per il Sultanato, la via d’uscita non passa dai bombardamenti, ma dal dialogo che Muscat è disposta a facilitare, forte della fiducia che si è guadagnata negli anni presso gli ayatollah iraniani.

Non è un caso che, come rivela la nota, alti funzionari omaniti abbiano incontrato di recente i loro omologhi di Teheran, probabilmente per sondare la disponibilità iraniana a raffreddare i toni, magari convincendo gli Houthi a una tregua tattica.

Eppure, l’Oman sa bene che il suo ruolo non è quello di un mediatore onnipotente, ma di un facilitatore discreto.

Non impone soluzioni, crea spazi. I canali segreti con gli Stati Uniti – confermati dalla nota – servono a trasmettere messaggi che Washington non potrebbe ricevere direttamente da Teheran senza perdere la faccia.

Miliziani Houthi

È un gioco di equilibrio: da un lato, l’Oman rassicura gli americani che il suo rapporto con l’Iran non è una minaccia, ma un’opportunità; dall’altro, convince gli iraniani che dialogare, anche indirettamente, con gli Stati Uniti non è una resa. In questo senso, il Sultanato si percepisce come un argine contro il caos, un attore che non vuole la guerra totale – un incubo che, tra Mar Rosso e Golfo, potrebbe travolgere anche i suoi interessi economici, come il porto di Duqm, chiave del piano Vision 2040.

Gli Houthi restano il nodo più intricato.

Sostenuti dall’Iran, ma non del tutto burattini di Teheran, i ribelli yemeniti vedono nell’Oman un interlocutore privilegiato.

Muscat li ospita, li ascolta, ma non li abbraccia.

La nota suggerisce che il Sultanato stia cercando di convincerli a moderare gli attacchi nel Mar Rosso, una mossa che potrebbe alleggerire la pressione su Riyadh e Washington.

Ma qui emerge il limite della mediazione omanita: gli Houthi rispondono a logiche proprie, e la loro guerra è tanto una questione di sopravvivenza interna quanto di solidarietà con Gaza. L’Oman lo sa, e per questo insiste su una soluzione più ampia, che includa un cessate il fuoco nella Striscia e un dialogo regionale.

Le preoccupazioni di Muscat, però, non si fermano al confine yemenita.

Una guerra totale – tra Stati Uniti e Iran, tra Houthi e coalizione saudita, o tra Israele e l’Asse della Resistenza – sarebbe una catastrofe per un Paese che prospera sulla stabilità e sul commercio.

La nota lo dice chiaro: l’Oman teme che l’escalation sfugga di mano, travolgendo anche i suoi delicati equilibri interni, dove una parte della popolazione simpatizza per le cause anti-occidentali di Tehran. È un rischio che Haitham non può ignorare, e che rende la sua diplomazia ancora più urgente.

In questo scenario, l’Oman non è un gigante, ma un ago della bilancia.

Non ha la forza di imporre la pace, ma ha la credibilità per costruirla, passo dopo passo.

La nota dI ieri ci ricorda che, mentre il mondo guarda ai missili e alle portaerei, a Muscat si lavora nell’ombra, con pazienza e ostinazione.

Forse non basterà a fermare la tempesta, ma è un segnale che, anche nel caos, c’è chi crede ancora nella parola contro le armi. E questo, in un Medio Oriente sull’orlo del baratro, è già qualcosa.

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