Gran Bretagna: il primo ministro Starmer evoca lo spettro della guerra globale. Ma il Paese registra una forte crisi economica

Di Giuseppe Gagliano*

LONDRA. Con una sanità al collasso, i trasporti pubblici in agonia e una povertà crescente che bussa alla porta anche della middle class britannica, il Primo ministro Keir Starmer ha trovato il tempo – e il fiato – per evocare lo spettro della guerra globale.

Il primo ministro britannico Keir Starmer

 

Lo ha fatto da un cantiere navale a Glasgow, con parole che sembravano tratte da un copione da Guerra Fredda: “il Regno Unito deve modernizzare rapidamente le sue forze armate per scoraggiare i conflitti, perché non si può ignorare la minaccia della Russia”.

Un messaggio bellico a reti unificate, sparato da un leader che governa un Paese strozzato dai tagli e con un welfare sempre più prosciugato.

Ma a chi giova davvero tutto questo allarmismo? Di certo non alla popolazione britannica.

Starmer – emblema di una sinistra ormai sdraiata sulle parole d’ordine della NATO – sembra parlare più al complesso militare-industriale che ai suoi elettori.

Una retorica da primo della classe dell’Alleanza Atlantica che stride con una realtà fatta di conti pubblici in rosso e tagli ai servizi sociali.

La sede della NATO

 

Non è solo un problema di coerenza: è una questione di legittimità democratica.

La corsa al riarmo senza copertura

Come sottolinea il Financial Times, il Governo britannico punta a raggiungere il 3,5% del PIL in spesa militare, seguendo le richieste della NATO e le invettive di Donald Trump contro l’“insufficienza difensiva” europea.

Ma Starmer, che afferma di essere “al 100% sicuro” che l’obiettivo sarà centrato, non fornisce né date né coperture.

Il prezzo? Tagli al welfare, all’assistenza agli anziani, e nuove imposte.

In piena crisi del costo della vita, il Governo laburista rischia di trasformarsi nel peggior alleato delle rendite finanziarie e nel boia del consenso popolare.

La stessa Strategic Defense Review 2025, approvata dal Governo, rivela una mappa d’interessi strategici che vanno ben oltre i confini del Regno.

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Si guarda al Polo Nord, alla Groenlandia, al Commonwealth Indo-Pacifico.

Si tratta di un’espansione geopolitica in piena regola, per giustificare un riarmo a tappe forzate.

Il piano prevede: dodici sottomarini d’attacco (circa 3 miliardi di dollari l’uno), nuovi F-35, droni, missili a lungo raggio, investimenti per sei fabbriche di munizioni e 15 miliardi in nuove testate nucleari.

La ciliegina: il Global Combat Aircraft Programme assieme a Italia e Giappone, con un impegno britannico da 10–12 miliardi di sterline.

Rappresentazione grafica dei caccia di sesta generazione in fase di sviluppo nell’ambito del Programma GCAP

 

Una strategia imperiale senza Impero

Starmer si muove come se Londra fosse ancora il cuore di un Impero globale.

Ma l’economia reale britannica è quella di un Paese in declino, appesantito dalla Brexit, dalla deindustrializzazione e dall’inflazione.

L’idea di proiettare potenza militare su scala globale – dall’Indo-Pacifico all’Artico – non è solo velleitaria, ma strutturalmente insostenibile.

 

Intanto, le azioni di Babcock International – azienda che cura la manutenzione della flotta sottomarina – volano in Borsa (+7,5%), segno che i mercati hanno già capito chi sarà il vero vincitore di questa “sicurezza” venduta a rate: l’industria della difesa, non certo i cittadini britannici.

Conclusione: un bulldozer nel vuoto

Starmer ha travolto i Tories, ma ora rischia di travolgere il laburismo stesso, ridotto a caricatura neoliberista in uniforme.

I suoi progetti, più che una politica di difesa, sembrano una fuga in avanti destinata a fare da apripista al populismo di Farage. I

ll Regno Unito è stato chiamato a “fare un passo avanti”, ma nessuno ha spiegato che sarà sulle spalle dei più deboli.

*Presidente Cestudec  (Centro Studi Strategici)

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