Di Giuseppe Gagliano*
CITTA’ DI PANAMA. La vicenda di Panama dimostra che nel mondo attuale i porti non sono più semplici snodi commerciali, ma strumenti di potere.
La sospensione delle operazioni di COSCO a Balboa, arrivata dopo la decisione panamense di annullare le concessioni detenute da Panama Ports Company, controllata da CK Hutchison, non è un episodio tecnico né una semplice scelta aziendale.

È il segnale di una reazione politica cinese davanti a una sconfitta strategica percepita come tale.
Reuters ha riferito che COSCO ha interrotto le attività a Balboa con effetto immediato e che la mossa è maturata nel pieno del contenzioso apertosi dopo la sentenza della Corte Suprema di Panama di fine gennaio 2026.
Il punto decisivo è questo: per anni Panama ha rappresentato per Pechino molto più di un mercato.
Era una testa di ponte nella geografia marittima dell’emisfero occidentale, un luogo in cui la presenza cinese poteva travestirsi da investimento commerciale pur conservando un valore strategico evidente.
Quando la Corte panamense ha dichiarato incostituzionali le concessioni di CK Hutchison, non ha soltanto colpito un operatore portuale: ha incrinato una presenza che a Washington veniva letta come una forma di penetrazione strutturale cinese in una delle arterie più sensibili del commercio mondiale.
Per questo la questione va interpretata in chiave geopolitica, non giuridica.
Panama, sotto la pressione politica americana e nel quadro della competizione sempre più esplicita tra Stati Uniti e Cina, ha scelto di riallinearsi.
Gli Stati Uniti hanno salutato con favore l’uscita di scena del vecchio assetto, mentre Pechino ha denunciato la decisione come il frutto di un cedimento alle pressioni statunitensi.
Il Governo panamense, da parte sua, ha affidato temporaneamente ad APM Terminals, del Gruppo Maersk, la gestione di Balboa, nel tentativo di garantire continuità operativa e allo stesso tempo di sottrarre il nodo portuale all’orbita cinese.
La rappresaglia silenziosa di Pechino
La sospensione di COSCO va letta come una rappresaglia a bassa intensità.
Non blocca il Canale, non produce un trauma immediato, ma manda un messaggio: la Cina può ancora disturbare, rallentare, condizionare.
Panama spera che COSCO torni sui suoi passi, anche perché, secondo il ministro panamense per gli affari del Canale, la compagnia vale circa il 4 per cento del traffico di Balboa.
Dunque il danno immediato è contenuto, ma l’effetto politico è forte: aumenta l’incertezza e segnala che Pechino non intende accettare passivamente la perdita di una posizione sensibile.
Qui emerge il limite della lettura occidentale troppo trionfalistica.
Pensare che la sentenza panamense basti a cacciare la Cina dal Canale significa non capire la natura del potere cinese. Pechino non ragiona più solo in termini di controllo diretto di singoli asset.
Ragiona per reti, per ridondanze, per portafogli distribuiti. Il CSIS ha ricordato che in America Latina e nei Caraibi esistono decine di progetti portuali collegati a imprese cinesi.
Questo significa che Panama è importante, ma non decisiva. È un colpo, non una sconfitta finale.
Il vero problema per gli Stati Uniti
La Casa Bianca può rivendicare un successo tattico, ma non ha ancora risolto il problema strategico.
Anche se CK Hutchison arretra a Panama, la Cina può tentare di rientrare da altre porte: partecipando a futuri bandi, rafforzando altre infrastrutture regionali, oppure cercando di influenzare gli asset che CK Hutchison proverà a ristrutturare o vendere.
Reuters ha riferito che il maxi accordo sui porti di Hutchison con il consorzio sostenuto da BlackRock è già stato ricalibrato escludendo gli asset panamensi, proprio perché la sentenza della Corte ha complicato la cessione. In altre parole, il contenzioso non chiude il dossier: lo apre.
Il nodo vero è che il Canale di Panama non è più soltanto una rotta commerciale.
È un punto di contatto tra geoeconomia e sicurezza. Chi controlla i terminali, i flussi, la logistica e i servizi non controlla solo container: accumula informazione, influenza, leva negoziale.
È esattamente per questo che Washington considera il dossier panamense una questione strategica e che Pechino reagisce come se le fosse stato sottratto un avamposto.
Una lezione che va oltre Panama
La lezione finale è semplice.
Nel mondo della competizione tra grandi potenze, la neutralità delle infrastrutture è finita. Porti, cavi, ferrovie, piattaforme logistiche, canali marittimi: tutto è ormai politicizzato.
Panama ha scelto di sottrarsi a una presenza cinese giudicata troppo pesante e troppo ambigua.
Ma proprio facendo questa scelta si è esposta ancora di più al confronto tra Washington e Pechino.
Il Canale, insomma, non cambia padrone.
Cambia funzione. Non è più soltanto il passaggio tra due Oceani. È diventato il punto in cui si misura, in forma concreta, la lotta per il controllo delle infrastrutture del XXI secolo.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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