Di Giuseppe Gagliano
PECHINO. Nel silenzio rumoroso della geopolitica globale, mentre gli occhi del mondo sono puntati su Taiwan o sul Mar Rosso, la Cina ormeggia un’altra delle sue pedine sulla scacchiera planetaria.
Si chiama Chancay, ed è un colosso portuale costruito a Nord di Lima, destinato a riscrivere le rotte del commercio tra Asia e Sud America.

Ma dietro le luci dell’inaugurazione ufficiale, alla presenza di Xi Jinping e della Presidente peruviana ad interim Dina Boluarte, si agita un mare in tempesta.

Chancay è molto più di un porto.
È un progetto infrastrutturale da 3,5 miliardi di dollari che affonda le sue fondamenta in 141 ettari di territorio e promette di movimentare milioni di container ogni anno.
È, nei fatti, il primo terminal sudamericano controllato dalla Cina, tramite il colosso statale Cosco Shipping Ports, che ne detiene il 60% e ha iniettato 1,3 miliardi di dollari nella fase iniziale.

Un investimento che non solo conferma l’ambizione cinese di dominare le infrastrutture globali, ma mette il Perù al centro di una contesa che riguarda molto più dei traffici commerciali.
Le promesse: integrazione, occupazione, centralità
Secondo i fautori del progetto, Chancay ridurrà i tempi di trasporto tra Asia e Sud America di quasi un terzo, abbattendo costi logistici fino al 20%.
Un’opportunità strategica per l’intera regione, con il Brasile che già si è mosso per integrare il porto in nuove “rotte di sviluppo sudamericano”.
La visione ufficiale è quella di un hub moderno, automatizzato, che porterà progresso, occupazione e connessione globale a un territorio storicamente marginale.
Le ombre: esclusione sociale e fragilità dello Stato
Ma le voci che salgono dalla cittadina costiera sono altre.
A Chancay, denuncia il sindaco Juan Alvarez Andrade, non ci sono autobus pubblici, l’ospedale è tarato per 10.000 persone (contro i 65 mila residenti), un terzo della popolazione non ha accesso all’acqua potabile e la Polizia dispone di quattro auto e due moto.
In compenso, si erge un imponente muro di cemento attorno all’area portuale, simbolo di un’infrastruttura moderna ma chiusa, che rischia di ripetere l’esperienza fallimentare di Callao, dove l’efficienza portuale non ha impedito un’esplosione di povertà, violenza e marginalizzazione.
Gli allarmi: traffici illeciti e ambiguità strategiche
Le preoccupazioni non finiscono qui. Il porto sorge nel triangolo della cocaina, tra Perù, Bolivia e Colombia.
Una nuova autostrada sull’Oceano Pacifico potrebbe aprire la rotta ai precursori chimici provenienti dalla Cina e usati per produrre droghe sintetiche.
La possibilità che Chancay diventi anche un ponte per il narcotraffico preoccupa tanto gli attivisti locali quanto gli analisti internazionali.
Ma è soprattutto la dimensione strategico-militare a far alzare le antenne a Washington.
Secondo il Generale Laura Richardson, ex capo del Southern Command, il porto potrebbe prestarsi a un “doppio uso” militare, come già avvenuto altrove.

Una base logistica avanzata per la Marina cinese, nel cuore del Pacifico, alle porte degli Stati Uniti.
Un’ipotesi non da fantapolitica, ma già discussa da esperti come Robert Evan Ellis dello US Army War College.
Stati Uniti all’attacco: dazi e pressioni
La risposta americana non si è fatta attendere.
L’ex presidente della Banca Interamericana di Sviluppo, Mauricio Claver-Carone, oggi inviato speciale per l’America Latina, propone dazi del 60% su ogni prodotto che transiti da porti in mano cinese.
Non una semplice misura commerciale, ma un avvertimento a tutti i governi della regione: chi apre le porte a Pechino, ne pagherà il prezzo.
Il Perù al bivio
Il Governo peruviano cerca di tenere il piede in due staffe.
Da un lato accoglie gli investimenti cinesi, dall’altro firma accordi con gli Stati Uniti, come quello siglato il 15 novembre 2024 tra i porti di Paita e Hueneme (California).
Ma l’equilibrio è precario. Come già accaduto in Messico e a Panama, anche il Perù potrebbe presto essere costretto a scegliere tra le due potenze.
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