Di Giuseppe Gagliano
VARSAVIA. Ci risiamo. L’Europa, quel Continente che si vanta di aver seppellito i fantasmi delle guerre mondiali sotto tonnellate di retorica pacifista e trattati di buon vicinato, sta scivolando a passo di carica verso un nuovo precipizio.

E questa volta a suonare la carica non è un dittatore in uniforme, ma un insospettabile primo ministro in giacca e cravatta.

Donald Tusk, il volto “rassicurante” della Polonia europeista, che venerdì ha deciso di buttare benzina sul fuoco di un Continente già in fiamme.
In un discorso al Parlamento polacco, Tusk ha annunciato un piano che farebbe impallidire anche i più ferventi nostalgici della Guerra Fredda: addestramento militare di massa per tutti i maschi adulti e una corsa sfrenata verso “le capacità più avanzate, comprese le armi nucleari”.
Sì, avete letto bene: armi nucleari. In Polonia. Nel 2025. Roba da far tremare i polsi a chiunque abbia ancora un briciolo di memoria storica.
Non è un film di fantascienza, né una boutade da talk show. Tusk, con la freddezza di chi ordina un caffè al bar, ha delineato un progetto per gonfiare l’eEercito polacco da 200 mila a 500 mila uomini, una cifra che trasformerebbe la Polonia nel colosso militare d’Europa, pronto a fronteggiare chissà quale Armageddon.
Il tutto, dice lui, per rispondere al “deterioramento della situazione della sicurezza” nel Continente.
Ma quale sicurezza?
Quella che l’Occidente sta contribuendo a disintegrare da anni con una politica estera schizofrenica, fatta di provocazioni alla Russia, sanzioni a pioggia e un’espansione della NATO che sembra un gioco di Risiko finito male?
Tusk non lo specifica, ma il messaggio è chiaro: la Polonia deve armarsi fino ai denti, e se serve, pure con il nucleare. Perché, si sa, niente garantisce la pace come una bella bomba atomica nel cortile di casa.
E qui viene il bello, o meglio, il tragico.
Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso alla guerra in Ucraina – un conflitto che ha già trasformato l’Europa orientale in un campo minato geopolitico – Tusk non trova di meglio che alzare la posta.
Non gli basta il ruolo di avamposto NATO, non gli bastano i miliardi spesi in armamenti (la Polonia già destina il 4,7% del PIL alla difesa, più di chiunque altro nell’Alleanza).

No, lui vuole il colpo grosso: addestrare ogni uomo adulto a imbracciare un fucile e flirtare con l’idea di un “ombrello nucleare” francese o, perché no, di un arsenale tutto polacco. “Dobbiamo perseguire le armi non convenzionali moderne”, ha detto, come se stesse parlando di un aggiornamento software e non di ordigni capaci di radere al suolo città intere.
È il delirio di un uomo che ha perso il contatto con la realtà o, peggio, di un leader che sa benissimo cosa sta facendo: trascinare l’Europa in una spirale di escalation da cui non si torna indietro.
Intendiamoci, la Russia di Putin non è certo un agnellino.
L’invasione dell’Ucraina è un crimine che grida vendetta, e la minaccia che Mosca rappresenta per i Paesi vicini non è un’invenzione.
Ma la risposta di Tusk non è quella di un politico responsabile che cerca di disinnescare la bomba: è quella di un piromane che getta un fiammifero acceso in una polveriera.
Addestrare mezzo milione di soldati e sognare testate nucleari non rafforza la sicurezza, la distrugge.
È un invito a Putin a fare lo stesso, a militarizzare ulteriormente un confine già incandescente. E se la Polonia dovesse davvero ottenere armi nucleari – magari grazie a un Macron in vena di grandeur – cosa impedirebbe a Mosca di rispondere con una nuova corsa agli armamenti? O, peggio, di giocare d’anticipo con un colpo preventivo?
Il vero scandalo, però, è il silenzio assordante del resto d’Europa. Dove sono i grandi leader “progressisti” che dovrebbero urlare contro questa follia? Dove sono i Verdi, i socialisti, i paladini della pace che un tempo marciavano contro i missili Pershing? Mutismo totale.
L’Unione Europea, che si riempie la bocca di “valori” e “solidarietà”, lascia che uno dei suoi membri si trasformi in una Sparta del XXI secolo senza battere ciglio.
Anzi, c’è da scommettere che qualcuno a Bruxelles stia già applaudendo sottobanco, felice di avere un altro cane da guardia contro l’Orso russo. Peccato che questo cane, se lasciato libero, potrebbe mordere tutti, alleati compresi.
E poi c’è la questione interna. Immaginatevi la scena: milioni di polacchi, dai ventenni ai cinquantenni, strappati alle loro vite per imparare a marciare e sparare. Non è un ritorno alla leva obbligatoria, giura Tusk, ma un “modello di riserva” alla svizzera.
Come se la Svizzera, con i suoi rifugi antiatomici e la neutralità ossessiva, fosse un esempio applicabile a un Paese che confina con l’Ucraina in fiamme e la Bielorussia di Lukashenko. È una militarizzazione di massa camuffata da pragmatismo, un modo per trasformare una nazione in un esercito permanente, pronto a scattare al primo ordine. E tutto questo mentre l’economia europea arranca, l’inflazione morde e la crisi climatica bussa alla porta. Priorità, signore e signori.
Non illudiamoci: questa non è una “risposta alla minaccia russa”.
È un progetto politico, un biglietto da visita per fare della Polonia il Gendarme d’Europa, con o senza il consenso dei suoi cittadini.
E il nucleare? È la ciliegina sulla torta di un piano che puzza di megalomania e disperazione.
Tusk sa che gli Stati Uniti di Trump stanno voltando le spalle all’Ucraina e alla NATO?
Certo. Sa che l’Europa è divisa e incapace di agire come un blocco coeso? Ovvio. E allora tira dritto, giocando la carta dell’uomo forte che “protegge” il continente, mentre in realtà lo spinge più vicino al baratro.
Siamo a un bivio. O qualcuno ferma questa deriva militarista – e subito – oppure prepariamoci a un’Europa che assomiglia sempre più a un campo di battaglia.
Tusk non sta difendendo la Polonia: la sta trasformando in una pedina sacrificabile su una scacchiera impazzita.
E noi, come al solito, stiamo a guardare mentre la storia si ripete, con il solito copione di arroganza, paura e follia. Sveglia, Europa: il tempo per ragionare sta finendo.
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