Ucraina: il Presidente francese Macron e l’Unione Europea e il piano “piano di pace” di Trump. Incoerenze e limiti della strategia europea

Di Giuseppe Gagliano 

PARIGI. Emmanuel Macron si è trovato a dover reagire con cautela al piano di pace per l’Ucraina prospettato da Donald Trump.

Il Presidente francese Emmanuel Macron

Da un lato, il Presidente francese ha accolto con favore l’idea di rilanciare i negoziati: “Vogliamo la pace, e penso che l’iniziativa del PResidente Trump sia molto positiva” ha dichiarato, riconoscendo il potenziale “game-changer” di un nuovo coinvolgimento americano .

Dall’altro, Macron ha subito avvertito Trump di procedere con prudenza: la pace non può significare la capitolazione dell’Ucraina né un cessate-il-fuoco squilibrato senza reali garanzie di sicurezza .

“Il mio messaggio è stato: Attento, perché serve qualcosa di sostanziale per l’Ucraina» ha aggiunto Macron, lasciando intendere che un accordo affrettato e al ribasso sarebbe inaccettabile . Questa posizione rivela già una contraddizione di fondo: l’Europa invoca la pace, ma non a qualsiasi costo; sostiene l’idea di negoziato, ma teme che quello targato Trump possa tradursi in una pace sfavorevole a Kiev e all’ordine europeo”.

Le preoccupazioni di Macron sono condivise da molti partner UE

Ufficialmente, l’Unione ribadisce che nessun accordo può essere deciso alle spalle di Kiev: “Non ci sarà alcuna decisione sull’Ucraina senza l’Ucraina” insiste ad esempio il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock .

Anche la Commissione europea ha sottolineato che l’indipendenza e l’integrità territoriale ucraine non sono negoziabili .

In sostanza, i leader europei dicono di accogliere qualsiasi sforzo di pace, purché questo non imponga a Zelensky concessioni inaccettabili.

Il guaio, notano osservatori critici, è che il “piano Trump” pare andare proprio nella direzione opposta: stando alle indiscrezioni, comprenderebbe un congelamento del conflitto sulle attuali linee del fronte, la rinuncia di Kiev alla Crimea e alla NATO e l’installazione di una zona smilitarizzata – uno scenario “che si potrebbe scrivere al Cremlino» perché ratifica quasi tutte le richieste di Putin .

L’ex Consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton

 

Non a caso, l’ex Consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, ha avvertito che un esito simile equivarrebbe a una resa mascherata e indebolirebbe gravemente la sicurezza dell’Europa “.

Di fronte a questa prospettiva, l’Unione Europea mostra tutti i limiti della propria strategia.

Retorica e realtà divergono: Bruxelles proclama sostegno indefesso all’Ucraina, però allo stesso tempo alcuni governi iniziano a interrogarsi su quanto a lungo possa durare il conflitto e a quale prezzo. La mossa di Trump ha colto l’Europa in contropiede, evidenziando la mancanza di un piano alternativo credibile da parte europea.

Mentre Trump e Putin tratteggiano un accordo a due, i leader UE appaiono spaesati: secondo Politico, hanno “faticato a reagire” all’annuncio di un negoziato condotto senza di loro e senza gli ucraini .

Macron ha provato a convocare un fronte comune europeo, ma la sua capacità di parlare a nome di tutti è limitata.

Ne è emerso un quadro di disunione: alcune capitali, spaventate dall’azzardo di Trump, si sono irrigidite respingendo qualsiasi ipotesi di accordo imposto (“la pace si può ottenere solo con l’Ucraina, e con gli europei” ha ribadito ad esempio la Lettonia); altre, più rassegnate, sembrano prepararsi al fatto compiuto.

Perfino l’idea di Macron di offrire una forza di pace europea in Ucraina – per dimostrare che l’UE “è pronta a fare di più” – resta vaga e controversa .

Esperti come Bolton mettono in guardia: dispiegare forze europee senza un mandato chiaro rischia di congelare il conflitto in una partizione di fatto dell’Ucraina

E infatti, ammettono in molti a Bruxelles, l’Europa non ha ancora la capacità di sostenere da sola la sicurezza del continente: anni di appelli alla “autonomia strategica” non hanno risolto la dipendenza dagli Stati Uniti . In questa luce, l’entusiasmo di Macron per un’Europa finalmente più protagonista suona poco coerente.

Mentre proclama che “gli europei sono pronti a fare molto di più” , dietro le quinte i suoi emissari – e quelli di Berlino, Roma, Varsavia – scongiurano Washington di non disimpegnarsi.

La brusca sterzata americana ha infatti lasciato l’Europa sulla difensiva: Trump negli ultimi giorni ha sfoderato toni insolitamente ostili verso gli alleati UE mentre lanciava messaggi concilianti a Mosca, mettendo in dubbio l’affidabilità del legame transatlantico . Per i governi europei è uno scenario da incubo: l’ombrello di sicurezza USA si ritira proprio mentre la guerra infuria ai confini orientali.

Questo obbliga l’UE a un esercizio di equilibrismo quasi schizofrenico: da un lato, mostrarsi dura nel rifiutare accordi-capestro che tradirebbero l’Ucraina; dall’altro, blandire Trump (e l’opinione pubblica americana) per tenerli impegnati. È la quadratura del cerchio che la diplomazia europea oggi si sforza di trovare, non senza contraddizioni evidenti.

Il capo del Governo, Giorgia Meloni (Immagini messe a disposizione con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT)

 

Le ambiguità di Giorgia Meloni sul dossier ucraino

In questo contesto, la posizione dell’Italia – e in particolare della premier Giorgia Meloni -risulta emblematica delle ambiguità europee.

Fin dall’inizio della guerra Meloni ha cercato di accreditarsi come fedele alleata della NATO e dell’Ucraina, prendendo le distanze dalle simpatie filorusse di alcuni suoi partner di coalizione.

E infatti, nei primi mesi del suo governo, la leader di Fratelli d’Italia ha confermato l’invio di armi a Kiev e si è recata in visita da Zelensky per manifestare sostegno.

Tuttavia, di fronte al “piano Trump”, Meloni si è chiusa in un silenzio sorprendente.

Mentre Macron, Scholz e altri leader commentavano pubblicamente l’iniziativa americana (chi per criticarla apertamente, chi per dettarne le condizioni), lei è rimasta zitta, unica tra i principali capi di governo europei . Un mutismo che rivela l’imbarazzo e la difficoltà della situazione per il Governo italiano.

Meloni si trova infatti tra due fuochi: da una parte la lealtà atlantica ed europea, costruita anche grazie al saldo appoggio all’Ucraina; dall’altra la vicinanza ideologica a Trump e la pressione dell’ala più sovranista del suo elettorato, storicamente scettica sulle sanzioni alla Russia e sul coinvolgimento italiano nel conflitto.

All’interno del suo stesso Governo, le posizioni non sono monolitiche.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani – esponente di Forza Italia con solide credenziali europeiste – ha ribadito la linea ufficiale:

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani

 

“Sosteniamo l’Ucraina e il legittimo Governo di Zelensky. Finché sarà presidente, le nostre interlocuzioni saranno con lui. Al tavolo di un’eventuale trattativa dovranno esserci gli ucraini e gli europei, oltre ovviamente agli USA” .

Parole prudenti ma chiare nel difendere il ruolo di Kiev e dell’Europa nei negoziati.

Colpisce che Meloni stessa non si sia spinta nemmeno a tanto.

La premier infatti evita accuratamente di pronunciarsi nei dettagli: sa che ogni sfumatura potrebbe scontentare qualcuno.

In privato, secondo indiscrezioni filtrate da Palazzo Chigi, già da mesi il suo entourage ragiona sulla necessità di una “trattativa realistica” e considera il Presidente ucraino Zelensky “sempre più un problema” .

Il Presidente ucraino Zelensky

 

In pubblico però Meloni non può permettersi simili affermazioni senza tradire l’impegno preso con gli alleati. È un esercizio di equilibrismo politico: mantenere ferme le apparenze, mentre sotto traccia si prepara eventualmente un aggiustamento di rotta.

Trump, con la sua irruzione, ha reso questo gioco ancora più delicato.

Il tycoon americano non ha fatto sconti retorici: ha attaccato Zelensky arrivando a definirlo “un dittatore e un comico mediocre, rimasto con appena il 4% di consensi”  e ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero scambiare il sostegno a Kiev con concessioni in risorse naturali ucraine.

Di colpo, l’eroe celebrato fino a ieri in Europa viene dipinto (da un alleato occidentale di primo piano) come un ostacolo alla pace.

Meloni è in forte imbarazzo: non può sposare questo voltafaccia senza perdere la faccia a sua volta.

Ha investito troppo nel rapporto con Kiev per poter abbandonare Zelensky dall’oggi al domani, anche perché proprio sul suo affidabile filo-atlantismo ha costruito la credibilità in UE, differenziandosi dai partner Salvini e Berlusconi.

Come nota un’analisi, Meloni  “si è esposta troppo in passato per potersi permettere ambiguità senza arrecare un danno esiziale alla propria immagine, passando per traditrice”.

 Se improvvisamente si allineasse alla narrativa di Trump contro Zelensky, vedrebbe crollare “come un castello di carte” i rapporti con Bruxelles che ha pazientemente tessuto in questo anno di Governo.

D’altro canto, Meloni non vuole nemmeno trovarsi in rotta di collisione frontale con la futura amministrazione americana, specie se a guidarla sarà l’alleato ideologico Trump.

Ecco dunque la strategia Meloni: temporeggiare, tacere, finché possibile. Fonti vicine al governo indicano che l’unica via, per ora, per non mettersi contro l’UE ma neppure creare frizioni con Trump, è appunto il silenzio.

Un attendismo calcolato, in attesa di capire come evolveranno i rapporti di forza.

Questa postura però non può durare indefinitamente.

Prima o poi la premier italiana dovrà esporsi. È probabile che, quando parlerà, cercherà di tenere il piede in due staffe: confermare il sostegno all’Ucraina e a Zelensky, ma al contempo mostrarsi “aperta” alla necessità di un accordo di pace, magari usando toni simili a quelli di Macron (pace sì, ma non “ingiusta” per gli ucraini).

Intanto, Meloni si muove con discrezione sul piano diplomatico: ha partecipato a Parigi a un vertice europeo straordinario sull’Ucraina, manifestando dubbi e riserve sul formato (da cui l’Italia inizialmente era rimasta fuori) , e al G7 ha sostenuto la linea dura verso Mosca pur evitando dichiarazioni troppo roboanti.

Ambiguità e manovre politiche, appunto.

La sua è una navigazione politica fatta di aggiustamenti continui: rassicurare gli alleati occidentali sulla fedeltà italiana, mentre all’interno ammicca agli elettori più scettici dicendo che “bisogna essere pragmatici” e prepararsi alla pace appena possibile.

Questa duplicità riflette, in piccolo, le contraddizioni dell’intera UE: proclami granitici di unità e principi, ma anche tentazioni di realpolitik e distinguo dietro le quinte.

L’Unione Europea e la tempesta economica: inflazione, energia e crescita al palo

Mentre sul fronte geopolitico l’Europa è alle prese con dilemmi e divisioni, sul fronte economico la situazione non è meno critica.

L’UE attraversa la fase congiunturale più difficile degli ultimi decenni, stretta tra l’inflazione galoppante, una crisi energetica senza precedenti e un marcato rallentamento della crescita. Questi fattori si alimentano a vicenda, generando una sorta di tempesta perfetta per l’economia del Continente.

Per capire la gravità del momento, basta un dato: l’inflazione nell’Unione ha toccato il livello più alto dalla nascita dell’euro.

Nel 2022 i prezzi al consumo sono schizzati ben oltre il 10% in molti Paesi (nell’area euro l’inflazione annua ha raggiunto l’8,5%, con picchi come il +10,9% in Italia ).

Si tratta di cifre impensabili fino a poco tempo fa, che hanno eroso il potere d’acquisto delle famiglie e messo in ginocchio le imprese.

Oggi circa 96 milioni di europei sono a rischio povertà o esclusione sociale, colpiti dall’aumento vertiginoso dei costi dei beni, dei servizi e in particolare dell’energia.

Non a caso, l’autunno scorso le piazze europee si sono riempite di protesta: bollette della luce e del gas bruciate simbolicamente nei cortei, striscioni disperati con slogan come “non riusciamo più ad andare avanti” .

La causa scatenante di questa fiammata inflazionistica è in larga parte la crisi energetica.

La guerra in Ucraina e le ritorsioni incrociate sulle forniture hanno fatto schizzare in alto i prezzi di gas, petrolio ed elettricità. In Europa si è materializzato uno scenario mai visto: dall’estate 2021 i prezzi dell’energia hanno registrato picchi e volatilità record, aggravati poi dall’invasione russa del febbraio 2022 .

Per un’economia come quella europea, fortemente dipendente dall’importazione di energia, lo shock è stato devastante. L’impennata dei costi del gas ha messo in ginocchio interi settori industriali ad alta intensità energetica, costringendoli a rallentare la produzione o addirittura a chiudere gli impianti

Gli effetti a catena sono stati immediati: i costi di produzione sono saliti, trasferendosi sui prezzi finali dei prodotti e generando inflazione a cascata.

“L’aumento dei prezzi dell’energia, delle materie prime, dei servizi e dei beni industriali ha dato luogo a un’inflazione elevata e indebolito la crescita economica” sintetizza un rapporto del Comitato Economico e Sociale Europeo, evidenziando anche la forte pressione sulle finanze pubbliche e sulla competitività delle imprese europee. In altre parole, l’Europa si è ritrovata in piena stagflazione: crescita quasi ferma e prezzi fuori controllo”.

Le radici di questa crisi affondano anche in scelte politiche discutibili fatte negli anni scorsi.

L’Europa ha perseguito con zelo la transizione verde, ma in alcuni casi senza adeguata pianificazione. La Germania, per esempio, ha spento i suoi reattori nucleari puntando tutto sul gas russo a basso costo – una dipendenza che ha esposto il continente a un enorme rischio geopolitico

Quando il gas proveniente da Mosca è venuto a mancare, si è creato un vuoto difficile da colmare rapidamente: i prezzi nel 2022 sono esplosi fino a più del doppio dei livelli pre-crisi, mettendo in luce tutta la fragilità di un modello energetico costruito senza rete di sicurezza .

L’errore strategico è apparso evidente: aver sostituito una dipendenza (le fonti fossili domestiche e nucleari) con un’altra dipendenza (il gas estero, per giunta da un fornitore inaffidabile).

Così l’Europa, che ambiva a guidare la lotta al cambiamento climatico, si è trovata invece a riaprire centrali a carbone in emergenza e a pagare cifre esorbitanti per approvvigionarsi di GNL dagli Stati Uniti o dal Medio Oriente, pur di tenere luci e riscaldamenti accesi.

Il tutto mentre il pubblico protestava per le bollette insostenibili e le imprese perdevano competitività.

È un cortocircuito che illustra l’incoerenza di certe politiche: obiettivi nobili (decarbonizzazione, stop al nucleare) perseguiti senza valutare piani B realistici.

Va detto che l’UE ha cercato di correre ai ripari. Bruxelles ha coordinato misure come lo stoccaggio comune di gas, il taglio dei consumi energetici del 15%, e ha discusso tetti ai prezzi. I Governi nazionali, dal canto loro, hanno messo mano al portafoglio per mitigare l’impatto su cittadini e imprese.

In totale, dall’inizio della crisi energetica nel 2021, i Paesi europei hanno stanziato oltre 700 miliardi di euro per proteggere i consumatori dai rincari – un impegno finanziario colossale.

Ma anche qui non sono mancate contraddizioni: ogni Stato ha agito in ordine sparso, con chi poteva permetterselo (come la Germania) che erogava centinaia di miliardi in sussidi nazionali, mentre altri paesi con meno margine di bilancio arrancavano. L’assenza di una risposta davvero unitaria ha generato qualche tensione nel mercato unico, con timori di distorsioni della concorrenza.

Solo a fine 2022 si è raggiunto un accordo, non senza fatica, su un meccanismo di solidarietà energetica e su un (timido) price cap al gas per evitare picchi speculativi.

Queste misure hanno aiutato a superare l’inverno 2022-23, favorito anche da un clima mite e da stoccaggi pieni.

Ma gli stessi esperti avvertono che l’Europa “non sarà fuori pericolo finché continuerà a dipendere in qualche modo dal gas”.

In pratica, la crisi energetica europea è tutt’altro che risolta: potrebbe ripresentarsi con forza se la prossima stagione fredda sarà più rigida o se altri shock colpiranno il fragile equilibrio globale dell’energia.

Sul fronte crescita economica, il rimbalzo post-pandemia si è ormai esaurito, lasciando spazio a una stagnazione preoccupante.

Nel 2021 l’Europa era ripartita di slancio dopo il Covid, ma già nel 2022 la guerra e l’inflazione hanno frenato bruscamente l’attività. Il 2023 ha visto numeri deludenti: secondo le stime S&P, il PIL dell’Eurozona crescerà appena dello 0,6% quest’anno, ben poca cosa rispetto al +3,4% dell’anno precedente .

Alcuni Paesi sono scivolati in recessione tecnica: la Germania – tradizionale locomotiva d’Europa – ha registrato trimestri di crescita negativa, zavorrata dai costi energetici elevati e dal calo della produzione industriale.

Il dato sulla produzione manifatturiera tedesca, cuore dell’industria europea, è eloquente: non solo non ha recuperato i livelli pre-Covid, ma oscilla pericolosamente, segno di una vulnerabilità strutturale che si ripercuote su tutta l’Eurozona .

L’economia tedesca “non tira più, e la sua crisi sta avvelenando il resto dell’economia europea” osservano analisti economici con toni allarmati .

Nel complesso, l’area euro arranca: la crescita è piatta, la fiducia di imprese e consumatori fiacca, e la parola “stagflazione” – combinazione micidiale di stagnazione + inflazione – è tornata nei dibattiti come negli anni ’70. Il rischio concreto è di un declino competitivo: mentre gli Stati Uniti e la Cina corrono (gli USA, forti di energia a basso costo e maxi investimenti pubblici, hanno già superato del 5-6% il livello di PIL pre-pandemia ), l’Europa resta al palo o indietreggia.

A complicare il quadro c’è la politica monetaria. La Banca Centrale Europea ha alzato i tassi d’interesse a un ritmo record nel tentativo di domare l’inflazione.

Dal minimo storico, i tassi sono stati incrementati di oltre 4 punti percentuali in poco più di un anno, segnando la stretta monetaria più aggressiva nella storia dell’euro. Questa scelta sta raffreddando l’economia ancora di più: mutui e prestiti più costosi deprimono consumi e investimenti.

Gli effetti già si vedono, ad esempio, nel calo marcato delle compravendite immobiliari e nel credit crunch per le imprese. Ora che l’inflazione headline sta finalmente rallentando (in alcuni Paesi è scesa intorno al 2-3%, molto distante dal picco del 2022), molti si interrogano se continuare con la stretta non sia controproducente.

Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia e noto “colomba” in seno alla BCE, ha lanciato un monito chiaro: con l’inflazione vicina al target e la domanda interna stagnante, ulteriori rialzi dei tassi non sono più necessari.

Anzi, insiste Panetta, perseverare con politiche restrittive rischia di condannare l’Europa a una stagnazione nel 2025 e oltre, soffocando sul nascere la ripresa .

Di fatto, l’Europa si trova a un bivio di politica economica: da un lato la lotta all’inflazione non è ancora vinta del tutto – specie a livello di inflazione “di fondo”, al netto di energia e alimentari, che resta sopra il 5% – e la BCE teme di allentare la presa troppo presto; dall’altro lato, però, l’economia reale sta soffrendo e vi sono pressioni crescenti per dare respiro a famiglie e imprese.

Questa tensione tra obiettivi diversi rivela ancora una volta un’incoerenza nella strategia complessiva europea: la politica monetaria tira il freno, mentre la politica fiscale di molti governi (bonus, sussidi anti-carovita) ha spinto sull’acceleratore; il risultato è stato un parziale annullamento reciproco degli effetti, e ora che i bilanci pubblici sono provati dagli interventi anti-crisi, si rischia di restare senza munizioni né da un lato né dall’altro.

Politiche incoerenti e futuro dell’UE: un’Unione a rischio?

Le contraddizioni emerse nella gestione della guerra in Ucraina e della crisi economica delineano un quadro preoccupante per il futuro dell’Unione Europea.

Mai come ora l’UE appare divisa su questioni fondamentali e incerta sulla rotta da seguire.

Questa incoerenza di fondo – proclamare principi altissimi senza dotarsi dei mezzi per difenderli, fissare obiettivi ambiziosi senza allineare le politiche necessarie a raggiungerli – rischia di presentare un conto salato.

Sul piano geopolitico, l’UE rivendica il ruolo di baluardo dei valori democratici contro l’aggressione russa, ma la sua azione concreta è spesso titubante e frammentata.

Ha delegato per lo più agli Stati Uniti la guida militare e strategica nel sostegno a Kiev; ora che Washington (in prospettiva) potrebbe voltarsi dall’altra parte o addirittura premere per un accordo scomodo, l’Europa scopre di avere poche carte in mano.

L’idea di una “sovranità europea” resta in buona misura uno slogan finché i bilanci per la difesa dei Paesi UE restano inadeguati e non coordinati.

Macron, che più di tutti ha insistito sull’autonomia strategica dell’Europa, ha dovuto in questi giorni fare i conti con la realtà: i partner orientali (Polonia, Baltici) guardano con sospetto ogni apertura negoziale verso Mosca, quelli occidentali (Germania, Italia, Francia stessa) sono divisi tra falchi e colombe, e soprattutto nessuno vuole o può sostituire il ruolo americano nel garantire la sicurezza del continente.

In definitiva, l’UE rischia di apparire incoerente e impotente: un gigante economico con i piedi d’argilla politici.

L’esito peggiore sarebbe un cedimento sulla questione ucraina che comprometta la credibilità europea: se l’UE accettasse una pace punitiva per Kiev, tradendo i propri proclami, subirebbe un danno morale enorme oltre che geostrategico, incoraggiando altri attori ostili (si pensi alla Cina su Taiwan) a mettere alla prova la sua tenuta.

D’altro canto, se l’UE resta ferma sulle sue posizioni ma Trump procede comunque unilateralmente, l’Europa dovrà decidere se adeguarsi turandosi il naso o opporsi isolandosi dall’alleato americano – un dilemma lacerante che potrebbe spaccare l’Unione dall’interno, con Paesi disposti al realismo e altri irriducibili sulla linea dura.

A questo proposito, c’è chi prospetta scenari da crisi esistenziale.

Il politologo Ian Bremmer ha avvertito che le rinnovate pressioni USA (come le richieste di Trump che l’Europa riequilibri la bilancia commerciale acquistando più gas e petrolio americani, sotto la minaccia di dazi) potrebbero esacerbare le criticità croniche dell’UE e addirittura “minacciare il continente con una crisi esistenziale in grado di rompere l’unità europea” .

È uno scenario estremo, ma non impossibile: crepe tra gli alleati europei già si intravedono, ad esempio, nella diversa esposizione alla crisi energetica (chi soffre di più spinge per far cessare la guerra al più presto, chi soffre di meno è più incline a mantenere il punto).

Se a queste tensioni interne si aggiungono spinte esterne contrarie – una Casa Bianca meno cooperativa, o al contrario un’ingerenza russa volta a dividere e influenzare alcuni governi – il rischio di disunione aumenta.

Dal punto di vista economico, le incoerenze delle politiche UE potrebbero minare nel profondo la fiducia dei cittadini nel progetto europeo.

L’alta inflazione combinata a bassa crescita è un cocktail socialmente esplosivo: aumenta le disuguaglianze, fa salire la disoccupazione (specie se le imprese continuano a chiudere per i costi insostenibili), e alimenta movimenti populisti pronti a dare la colpa “a Bruxelles” di tutti i mali.

Già si vedono segnali di malcontento: Governi euroscettici o radicali hanno vinto elezioni in alcuni Paesi (Italia compresa) capitalizzando il voto di protesta; partiti estremisti guadagnano terreno anche in nazioni storicamente pro-UE, cavalcando il tema del caro-vita.

Se l’UE non riuscirà a correggere la rotta economica, fornendo soluzioni efficaci all’inflazione e rilanciando la crescita, il pericolo è un’erosione ulteriore del consenso popolare verso l’Unione.

E senza il sostegno dei suoi cittadini, il progetto europeo diventerebbe vulnerabile a spinte centrifughe.

In conclusione, l’Unione Europea si trova davanti a sfide epocali che ne mettono a nudo contraddizioni e punti deboli.

La gestione del dossier ucraino evidenzia il divario tra l’ambizione di essere un attore geopolitico autonomo e la realtà di una dipendenza ancora marcata dagli Stati Uniti – e persino l’incapacità di mostrarsi davvero unita al proprio interno.

La situazione economica, dal canto suo, stressa il modello europeo di solidarietà e prosperità condivisa: l’inflazione, la crisi energetica e la crescita zero sono test durissimi per la coesione tra Stati membri e per la tenuta del mercato unico.

L’incoerenza nelle politiche – ad esempio, puntare tutto sulle sanzioni a Mosca senza avere un piano per l’energia, o chiedere austerità monetaria mentre si spendono centinaia di miliardi in aiuti d’emergenza – rischia di aggravare questi problemi invece di risolverli.

Il futuro dell’UE dipenderà dalla capacità di superare tali incoerenze e ritrovare una visione comune efficace.

Servirebbe un colpo di reni politico: investire davvero in difesa e diplomazia comune, per non farsi trovare ancora una volta impreparati di fronte ai ricatti delle superpotenze; e al contempo varare politiche economiche coordinate che affrontino l’emergenza senza tradire gli obiettivi di lungo termine (transizione energetica equilibrata, riforme per la competitività, condivisione equa degli oneri finanziari tra Paesi).

L’Unione ha spesso mostrato di sapersi rafforzare attraverso le crisi – “unita nella diversità” è il suo motto – ma questa volta la prova è particolarmente ardua. Sulla tenuta di fronte al dossier ucraino e sulla gestione della tempesta economica in corso si giocherà buona parte della credibilità e dell’avvenire stesso dell’Unione Europea.

Le contraddizioni attuali, se non risolte, potrebbero costare care: in termini di peso internazionale, di benessere economico e, in definitiva, di unità del progetto europeo.

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