Di Giuseppe Gagliano*
Il summit UE-Unione Africana di Luanda aveva l’obiettivo di celebrare 25 anni di cooperazione, ma si è svolto in un clima in cui la retorica della “priorità strategica” strideva con la realtà. I leader europei sono arrivati numerosi e ripartiti in fretta, richiamati dall’urgenza di discutere il piano di pace americano per l’Ucraina. L’Africa, ancora una volta, ha avuto la sensazione di essere importante solo quando serve. Eppure in gioco c’è una partita enorme: minerali critici, catene del valore, migrazione, competizione globale con Cina e Stati Uniti.
La corsa ai minerali e la nuova geoeconomia del continente
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha detto chiaramente che l’Africa è decisiva per la transizione energetica e digitale europea. Cobalto, rame, terre rare: risorse che l’Europa vuole assicurarsi per non dipendere da Pechino. Ma i Paesi africani non vogliono più essere solo miniere da cui estrarre materiali destinati altrove. Pretendono investimenti industriali, occupazione, valore aggiunto locale. Per questo Bruxelles ha rilanciato il Global Gateway, 300 miliardi di euro di investimenti entro il 2027 per infrastrutture “sostenibili”, di fatto la risposta europea alla Via della Seta cinese.
Il progetto simbolo è il Corridoio di Lobito, una ferrovia che collega le aree minerarie della Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia all’Atlantico. Non è solo un’opera logistica: è una dichiarazione strategica. Europa e Stati Uniti insieme per contrastare l’ingerenza cinese in una delle aree più ricche di minerali al mondo.

Migrazione: il dossier che pesa più di tutti
Tra i temi più discussi c’è stato quello della migrazione. L’Europa vuole più rimpatri e più cooperazione contro i flussi irregolari. I leader africani chiedono invece mobilità legale, investimenti e tutele. Il compromesso finale parla di “rafforzare la gestione congiunta”, ma dietro la formula diplomatica resta il conflitto di interessi: l’UE vuole sicurezza, l’Africa chiede opportunità. È un equilibrio politico fragile, che rischia di incrinarsi alla prima crisi.
Un vertice asimmetrico, come il mondo di oggi
L’Africa è diventata un campo di battaglia geopolitico. La Cina è ovunque, la Russia ha aumentato la sua presenza politico-militare, gli Stati Uniti appaiono discontinui, e l’Europa cerca di non perdere terreno. A Luanda, la presenza di leader come Merz, Macron, Meloni e von der Leyen serviva proprio a mostrare che Bruxelles “fa sul serio”. Ma la ripartenza anticipata di molti di loro ha tradito la priorità reale: l’Ucraina resta il centro di gravità della politica europea. L’Africa, nonostante le parole, continua a essere percepita come dossier secondario.
Le debolezze di due continenti che cercano un ruolo
Europa e Africa hanno bisogno l’una dell’altra. La prima teme di perdere rilevanza nella competizione globale; la seconda cerca sviluppo, infrastrutture e autonomia tecnologica. A parole la partnership è “alla pari”, nei fatti permane una forte asimmetria: Bruxelles promette investimenti, ma spesso a condizioni stringenti; i Paesi africani chiedono libertà di manovra, ma restano vincolati da fragilità politiche ed economiche.
Un futuro da costruire, se la politica lo vorrà davvero
Il summit di Luanda ha prodotto una lunga dichiarazione, molti impegni e qualche entusiasmo sincero. Ma per trasformare quelle parole in una strategia serve un passo in più: riconoscere che l’Africa non è più la periferia di nessuno, bensì un nodo centrale delle rotte energetiche, minerarie e migratorie del XXI secolo. E che un’Europa distratta, divisa e preoccupata da crisi interne non può pensare di consolidare la propria posizione internazionale senza una vera politica africana.
È qui che si gioca il futuro dei rapporti fra i due continenti. Non nel linguaggio dei comunicati, ma nella capacità di assumersi rischi, investire davvero e trattare l’Africa come partner, non come occasione. Una sfida che l’Europa dice di voler accettare. Resta da vedere se saprà dimostrarlo.
*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)
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