America Latina: Il ritorno della Dottrina Monroe in versione militare. Washington riscopre il proprio cortile di casa

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. Le parole del capo del Comando Meridionale degli Stati Uniti non sono una semplice presa d’atto della crescente presenza di Cina, Russia e Iran in America Latina.

Sono piuttosto il sintomo di una nuova ansia strategica americana.

Il Presidente americano Donald Trump

Per decenni Washington ha considerato il Continente latinoamericano come uno spazio quasi naturale della propria influenza, un’area dove la superiorità politica, economica e militare degli Stati Uniti sembrava fuori discussione. Oggi questa certezza vacilla.

E proprio per questo il linguaggio si fa più duro, più allarmato, più marcatamente strategico.

Quando un generale americano descrive la presenza di potenze rivali non come una competizione ordinaria ma come una sfida sistemica all’intero emisfero occidentale, sta dicendo in sostanza che gli Stati Uniti non si sentono più padroni incontrastati del proprio spazio geopolitico.

La vera notizia non è dunque la presenza di Cina, Russia e Iran, realtà già note da anni, ma il fatto che Washington la interpreti ormai come una minaccia strutturale e non più come un fenomeno contenibile con gli strumenti tradizionali della diplomazia o del mercato.

Panama come simbolo della nuova competizione

Il fatto che questo avvertimento sia stato lanciato a Panama non è casuale.

Una nave commerciale attraversa il canale di Panama

Il Canale continua a rappresentare uno dei nodi decisivi della geoeconomia mondiale e della proiezione strategica americana.

Chi influenza Panama non controlla solo un’infrastruttura commerciale.

Tocca un punto nevralgico del sistema logistico globale, delle rotte marittime, dei flussi energetici e della capacità di spostamento militare tra Atlantico e Pacifico. In altre parole, Panama è il luogo in cui commercio, sicurezza e potenza coincidono.

L’insistenza americana sul Canale dimostra che la competizione con la Cina soprattutto, ma anche con Russia e Iran, non viene più letta solo in termini ideologici o diplomatici.

Viene letta come una guerra di posizionamento infrastrutturale. Porti, corridoi logistici, reti digitali, investimenti energetici, accesso alle materie prime: è qui che si misura la nuova lotta per l’influenza.

L’America Latina torna così a essere centrale non per nostalgia storica, ma perché il controllo delle infrastrutture critiche è diventato uno degli strumenti principali della potenza nel ventunesimo secolo.

Non solo Cina: il triangolo strategico che inquieta Washington

Nel discorso americano, Cina, Russia e Iran vengono presentati come un blocco di avversari comuni.

È una semplificazione utile sul piano politico, ma significativa su quello strategico. Washington ha bisogno di costruire una narrazione unitaria della minaccia, perché ciò le consente di giustificare un rafforzamento della presenza militare, una più stretta cooperazione con i governi amici e una nuova mobilitazione continentale sotto guida statunitense.

Il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping

La Cina incarna la penetrazione economica e tecnologica, la Russia quella politico-militare e l’Iran quella più asimmetrica, ideologica e di influenza indiretta.

Insieme, questi tre attori compongono per gli Stati Uniti l’immagine di un accerchiamento progressivo che non mira necessariamente a espellere Washington dall’America Latina, ma a ridurne la libertà d’azione, eroderne il monopolio strategico e trasformare il Continente in uno spazio realmente conteso.

La sicurezza emisferica come formula per ristabilire la gerarchia

Il richiamo alla sicurezza collettiva dell’emisfero è la formula con cui Washington tenta di rilegittimare la propria leadership regionale.

Ma dietro il lessico della cooperazione si intravede un obiettivo più concreto: rimettere in ordine una gerarchia che si sta deteriorando.

Gli Stati Uniti sanno che molti governi latinoamericani non vogliono essere costretti a scegliere frontalmente tra Washington e Pechino, o tra cooperazione economica con la Cina e fedeltà strategica agli Stati Uniti.

Tuttavia la nuova postura americana punta proprio a restringere questo margine di ambiguità.

In questo senso, il linguaggio sulla difesa delle istituzioni democratiche e sulla protezione delle catene di approvvigionamento serve anche a trasformare la presenza dei rivali in una minaccia politica interna ai Paesi della regione.

Non si tratta più solo di concorrenza esterna, ma di una lotta per orientare modelli di sviluppo, élite dirigenti, apparati di sicurezza e priorità economiche.

Valutazione strategica militare

Dal punto di vista militare, la visita del generale americano a bordo di una portaerei impegnata in esercitazioni multinazionali ha un valore simbolico preciso.

Gli Stati Uniti vogliono ricordare che, nonostante la crescita dell’influenza cinese e l’attivismo di altri attori, restano l’unica potenza in grado di garantire presenza militare permanente, deterrenza regionale e capacità di intervento rapido su scala emisferica. È una dimostrazione di forza ma anche, paradossalmente, una confessione di preoccupazione.

Quando la potenza dominante deve ribadire con tanta enfasi la necessità di proteggere le infrastrutture strategiche e contenere la penetrazione rivale, significa che la competizione ha già raggiunto un livello avanzato.

In termini operativi, Washington teme non tanto una guerra convenzionale nel continente, quanto una lenta erosione della propria superiorità attraverso accordi portuali, investimenti duali, cooperazione tecnologica, presenza informativa e relazioni con apparati militari locali.

Scenari economici e geoeconomici

Sul piano economico, la questione è ancora più profonda.

L’America Latina non è importante soltanto come spazio politico, ma come serbatoio di risorse strategiche, snodo logistico e mercato in cui si decide una parte della competizione industriale mondiale.

Litio, rame, terre rare, prodotti agricoli, energia, porti, telecomunicazioni: tutto concorre a fare del Continente una piattaforma decisiva della nuova competizione globale.

La Cina ha compreso da tempo che la presenza economica genera leva politica.

Gli Stati Uniti, invece, sembrano essersi accorti in ritardo che il potere non si conserva più soltanto con basi, accordi di sicurezza e influenza diplomatica.

Serve anche una presenza industriale, infrastrutturale e finanziaria capace di offrire alternative concrete ai partner regionali.

Se Washington continuerà a leggere l’America Latina solo come problema di sicurezza, mentre Pechino la tratterà come spazio di integrazione economica, il vantaggio cinese rischierà di consolidarsi.

Il vero significato politico dell’allarme americano

L’allarme lanciato dal Comando Meridionale ha quindi un doppio significato.

Da un lato è un messaggio ai governi latinoamericani: l’epoca della libertà di manovra potrebbe restringersi, e gli Stati Uniti chiedono maggiore allineamento.

Dall’altro è un messaggio interno agli Stati Uniti stessi: il Continente americano non può più essere considerato periferico mentre Washington concentra la propria attenzione su Europa orientale, Medio Oriente e Indo-Pacifico.

La verità è che gli Stati Uniti stanno riscoprendo l’America Latina proprio perché temono di averla trascurata troppo a lungo.

E quando una grande potenza si accorge in ritardo di avere lasciato spazio ai rivali nel proprio cortile di casa, la reazione tende quasi sempre a essere più nervosa che lucida.

Il ritorno della pressione imperiale

In definitiva, la preoccupazione americana sulla presenza di Cina, Russia e Iran in America Latina non annuncia soltanto una nuova fase della competizione globale. Annuncia anche il ritorno di una logica antica: quella secondo cui l’emisfero occidentale deve restare sotto tutela strategica di Washington.

Cambiano i linguaggi, si aggiornano le minacce, si parla di resilienza, infrastrutture e catene di approvvigionamento.

Ma il principio di fondo resta lo stesso: gli Stati Uniti non intendono accettare che il loro spazio storico di influenza diventi terreno di equilibrio multipolare.

Il problema è che l’America Latina di oggi non è più quella delle vecchie dipendenze automatiche. Ha più interlocutori, più margini, più strumenti di negoziazione.

Ed è proprio questa nuova autonomia relativa a inquietare davvero Washington.

Non la presenza dei rivali in sé, ma la possibilità che il Continente non si senta più obbligato a obbedire a un solo centro di gravità.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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