Relazioni Cina-Stati Uniti: Pechino valuta le aperture di Washington sui nuovi colloqui commerciali per risolvere la questione dazi

Di Giuseppe Gagliano 

PECHINO. La Cina risponde, ma con cautela.

Dopo settimane di speculazioni, Pechino rompe il silenzio e conferma: sta valutando le recenti aperture di Washington per avviare nuovi colloqui commerciali.

Trump con il suo omologo cinese Xi Jinping 

 

Ma non è un sì. È un messaggio calibrato, che non cambia la sostanza della partita: la guerra commerciale tra le due superpotenze è tutt’altro che conclusa, anzi, entra in una fase più sottile e pericolosa.

Il portavoce del Ministero del Commercio cinese parla di “messaggi ricevuti” dagli Stati Uniti tramite canali diplomatici.

Ma nel linguaggio della diplomazia asiatica, ogni parola pesa: la Cina sta solo “valutando”. In altre parole, tiene la porta aperta ma non si alza dal tavolo. Il prezzo politico della trattativa è ancora troppo alto. A Pechino non basta che Donald Trump smorzi i toni o prometta di essere “gentile” con Xi Jinping. Vuole gesti concreti: ritiro dei dazi, inversione delle sanzioni, rispetto delle “condizioni preliminari”.

La replica cinese è netta: “La guerra tariffaria è stata avviata unilateralmente dagli Stati Uniti. Se vogliono negoziare, devono dimostrare vera sincerità”.

È la conferma che, per Pechino, Trump non è interlocutore credibile. Del resto, la sua retorica – “la Cina soffre”, “i dazi colpiscono il vostro lavoro” – è pensata più per galvanizzare l’elettorato americano che per costruire ponti con la seconda economia mondiale.

Intanto, la realtà dei numeri parla chiaro: da inizio maggio Trump ha portato i dazi su alcuni prodotti cinesi al 145%, un livello mai visto prima. Pechino ha reagito con un incremento fino al 125% sui beni statunitensi. È un’escalation simmetrica che strangola le catene produttive globali.

Le fabbriche cinesi rallentano, l’attività industriale si contrae al ritmo più rapido degli ultimi 16 mesi, i grandi rivenditori americani si trovano a dover cercare fornitori alternativi in Europa o nel Sud-Est asiatico.

Le previsioni sono fosche: secondo la National Retail Federation, le importazioni USA diminuiranno del 20% nella seconda metà del 2025.

JP Morgan alza l’allarme: per la sola Cina il crollo potrebbe arrivare all’80%. Uno tsunami commerciale che colpisce consumatori, imprese e Stati. Ma che soprattutto svela la posta in gioco: la guerra dei dazi è solo il riflesso di una rivalità strutturale per il controllo della tecnologia, della finanza e dei mercati globali.

Dietro le quinte, Trump sembra muoversi con una strategia duplice: colpire duro per negoziare da una posizione di forza, ma anche mostrare un volto più conciliante per isolare diplomaticamente Pechino. Non è un caso che Washington stia moltiplicando i contatti con India, Vietnam, Corea del Sud: il messaggio è chiaro, si cerca una rete commerciale alternativa al colosso cinese.

Ma Pechino non si lascia intimidire.

Il 29 aprile scorso, in un video diffuso sui social ufficiali, il Ministero degli Esteri ha avvertito che la Cina “non si inginocchierà di fronte al leader bullo americano”.

Parole dure, che confermano una tensione ormai strutturale. Più che a un negoziato, si va incontro a un braccio di ferro lungo, destinato a definire non solo gli scambi tra le due superpotenze, ma gli equilibri economici del XXI secolo.

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