Di Giuseppe Gagliano
PECHINO. Nel cuore roccioso dell’Himalaya, laddove le vette si fanno barriere geopolitiche e la neve copre secoli di conflitti mai del tutto sopiti, la Cina ha deciso di lanciare un messaggio inequivocabile.
Non si è trattato di un comunicato ufficiale, né di un vertice multilaterale, ma di una dimostrazione muscolare, fatta di artiglieria pesante, manovre logistiche e presenza militare su larga scala, che ha avuto come teatro il confine settentrionale dell’India. Un’azione dal sapore antico e dalla strategia modernissima.

Il missile pachistano e la risposta cinese
Il pretesto, se così si può definire, è stato fornito da Islamabad, che nei giorni scorsi ha condotto un test con il missile Abdal, vettore potenzialmente nucleare e simbolo della tensione latente.

Nell’ombra della guerra commerciale tra Washington e Pechino si consuma una battaglia meno visibile ma potenzialmente devastante: quella per il controllo delle terre rare, i metalli strategici su cui poggia la transizione energetica globale.
Il mese scorso, in un gesto che ha lacerato la filiera tecnologica internazionale, la Cina ha imposto restrizioni all’export di sette terre rare, tra cui disprosio e terbio, elementi fondamentali per la produzione di motori elettrici, turbine eoliche, batterie avanzate e sistemi aerospaziali.
Da allora, i prezzi sui mercati internazionali sono più che triplicati, toccando livelli mai registrati dal 2015: 850 dollari/chilo per il disprosio in Europa, e ben 3 mila dollari/chilo per il terbio.
La rappresaglia strategica di Pechino
La mossa cinese, secondo molti analisti, è stata una risposta calcolata ai dazi imposti dall’Amministrazione Trump, parte di una dinamica di scontro che ha smesso da tempo di essere solo commerciale.

Le esportazioni si sono fermate subito dopo l’annuncio, rivelando non solo la centralità della Cina nella catena di approvvigionamento globale, ma anche la vulnerabilità delle economie avanzate che dipendono da Pechino per le “vitamine industriali” dell’elettrificazione.
Le terre rare medie e pesanti, come quelle oggetto delle restrizioni, non sono facilmente sostituibili.
La Cina ne controlla una quota dominante del mercato globale e dispone di infrastrutture e tecnologie per il trattamento che nessun altro Paese ha sviluppato in scala comparabile.
Un colpo alla transizione ecologica
Le conseguenze? Disastrose per chi ha puntato tutto sulla transizione verde. Secondo gli esperti giapponesi, i costi per i motori elettrici rischiano di rendere economicamente non sostenibile l’intera filiera dei veicoli elettrici, mentre le turbine eoliche potrebbero divenire antieconomiche in molti contesti.
“È difficile trovare materiali alternativi prodotti fuori dalla Cina”, afferma Takahiro Sato, della Mizuho Bank.
Una dipendenza industriale così sbilanciata è oggi una minaccia strategica, non un semplice problema di mercato.
Gli effetti collaterali: Ucraina e il ritorno della geopolitica mineraria
Il terremoto dei metalli rari si è fatto sentire anche sul fronte diplomatico.
Gli Stati Uniti, consapevoli della necessità di ridurre la dipendenza da Pechino, hanno siglato un accordo con Kiev per lo sviluppo congiunto delle risorse minerarie ucraine.
Un’intesa che fa il paio con nuovi investimenti in Australia e in altri Paesi per ricostruire una filiera alternativa.
L’Occidente, in ritardo colpevole, cerca ora di rimediare con alleanze strategiche, finanziamenti pubblici e nuove miniere. Ma intanto il prezzo dell’inerzia si riflette nei costi di produzione e nei ritardi della transizione.
Conclusione: la guerra del XXI secolo è per le risorse invisibili
Mentre le cronache si concentrano su gas, petrolio e grano, la vera guerra del XXI secolo si combatte per ciò che non si vede: metalli invisibili, nomi sconosciuti al grande pubblico, ma indispensabili per ogni forma di tecnologia avanzata.
La Cina, che da decenni ha coltivato una posizione dominante in questo settore, usa oggi la leva delle terre rare come arma geopolitica, piegando le regole del mercato ai propri interessi strategici.
Il mondo, invece, scopre di aver costruito la propria “rivoluzione verde” sulle sabbie mobili della dipendenza.
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