Relazioni Francia-Siria: Il Ministero degli Esteri transalpino apre una sua Ambasciata a Damasco

Di Giuseppe Gagliano 

PARIGI. La Francia accelera i tempi.

Il Ministero degli Esteri transalpino sta mettendo a punto una squadra diplomatica destinata a trasferirsi nella sua Ambasciata a Damasco, chiusa da anni e ora pronta a riaprire i battenti.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot

 

L’obiettivo? Stabilire un canale diretto con i nuovi governanti siriani, emersi dopo il crollo del regime di Bashar al-Assad, e inserirsi nel complicato mosaico geopolitico del Medio Oriente.

Fonti vicine a Parigi parlano di un team già in fase di selezione: diplomatici esperti, analisti e specialisti in sicurezza, con il compito di monitorare da vicino la transizione e valutare le mosse del gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), che oggi tiene le redini della capitale.

Non è solo una questione di presenza simbolica.

La Francia vuole pesare nel processo di stabilizzazione della Siria e, soprattutto, non lasciare campo libero ad altri attori come Turchia, Russia o Iran, che da tempo giocano le loro carte nella regione.

La visita di gennaio del ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot, insieme alla collega tedesca Annalena Baerbock, aveva già segnato un primo passo: un incontro con Ahmad al-Sharaa (alias Abu Mohammed al-Jolani), leader di HTS, per testare il terreno e spingere su temi chiave come i diritti delle minoranze e la governance inclusiva.

Annalena Baerbock, ministro degli Esteri tedesco

 

Ora, con l’ambasciata operativa, Parigi punta a tradurre quel dialogo in azione concreta.

Alcuni anziani curdi

E poi c’è la questione curda, un dossier che i francesi non intendono lasciare in secondo piano.

Le Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda, controllano ancora ampie porzioni del Nord-Est del Paese, sostenute militarmente dagli Stati Uniti ma sotto pressione costante da parte della Turchia, che considera le milizie curde una minaccia alla propria sicurezza.

Fonti diplomatiche riferiscono che il Quai d’Orsay sta lavorando per inserire la “questione curda” nei negoziati con Damasco, spingendo per una soluzione politica che integri questa componente senza far deragliare la fragile unità nazionale siriana.

Un equilibrio delicatissimo: Ankara, alleata di HTS, non vede di buon occhio alcuna concessione ai curdi, mentre Washington, con i suoi 2.000 marines ancora sul campo, resta un’incognita nell’era post-Assad.

L’approccio francese, come sempre, mescola pragmatismo e ambizione.

Da un lato, c’è la volontà di garantire la protezione delle minoranze – cristiani in testa, un tema caro a Parigi  – e di evitare che la Siria scivoli in una spirale di vendette o radicalizzazione.

Dall’altro, l’idea di ritagliarsi un ruolo di primo piano nell’Ue, facendo da apripista insieme alla Germania in un contesto dove l’Italia, con la sua ambasciata già attiva dal 2024, ha già messo un piede avanti. Sullo sfondo, la richiesta siriana di rimuovere le sanzioni occidentali, un ostacolo che al-Sharaa considera cruciale per la ripresa economica.

Ma i nodi restano. HTS, pur cercando di accreditarsi come forza di Governo, porta con sé un passato jihadista che inquieta l’Occidente.

E i curdi, divisi tra la necessità di trattare con Damasco e la paura di perdere autonomia, non sembrano disposti a cedere facilmente.

La Francia, con la sua mossa, si gioca una partita complessa: riaprire l’Ambasciata è un segnale, ma il vero banco di prova sarà trasformare quel segnale in influenza reale.

Per ora, a Damasco, si respira un’aria di cauto ottimismo. Quanto durerà, è tutto da vedere.

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