Di Giuseppe Gagliano
PECHINO. Tra le due superpotenze economiche del pianeta si riaccende il dialogo.
Ma dietro il ritorno ai negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina, previsto questa settimana in Svizzera, si cela molto più di una semplice disputa tariffaria. È una sfida per l’egemonia globale, mascherata da trattativa economica.
Da domani a lunedì prossimo, il vice premier cinese He Lifeng e i massimi rappresentanti americani per il Tesoro e il Commercio, Scott Bessent e Jamieson Greer, si incontreranno in un tentativo di disinnescare le tensioni che, sotto la Presidenza Trump, hanno riacceso la guerra dei dazi.

A pochi mesi dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha infatti introdotto nuove imposte fino al 145% su prodotti cinesi, spingendo Pechino a reagire con tariffe del 125% su beni americani. Il messaggio è chiaro: la battaglia per l’autonomia tecnologica e produttiva non è finita, anzi si inasprisce.

Il Tesoro americano parla apertamente di una “de-escalation”, ma senza illusioni: non ci sarà un grande accordo commerciale, almeno non subito.
È un primo passo, spiega Bessent, per abbassare i toni e preparare il terreno a una nuova fase, più stabile ma non meno competitiva. Pechino, dal canto suo, si mostra disponibile, ma chiede che Washington riconosca i danni globali delle misure unilaterali imposte negli ultimi anni.
Dietro le quinte, le imprese statunitensi, da Ford a Mattel, lanciano l’allarme: le tariffe pesano, gli equilibri produttivi sono in crisi e l’incertezza colpisce investimenti e supply chain. Ma a dominare la scena non sono le aziende, bensì due visioni del mondo: da un lato, il ritorno americano al protezionismo selettivo; dall’altro, la Cina che, pur minacciando resistenza a oltranza, cerca di riattivare un minimo di fiducia internazionale.
Gli osservatori restano scettici. Deborah Elms della Hinrich Foundation parla di “inizio obbligato, ma privo di slancio”, mentre l’esperto Henry Gao prevede mesi di tira e molla, come già accaduto nel 2018. Allora, il tentativo di accordo si chiuse con un fragile “fase uno” che Pechino disattese in gran parte.
Ora il contesto è più teso: la Cina cerca stabilità interna e fiducia degli investitori, mentre l’America ridisegna la propria politica industriale per contrastare Pechino su semiconduttori, intelligenza artificiale e infrastrutture. Anche i mercati hanno reagito con prudente ottimismo: borse asiatiche e futures americani in rialzo, in attesa di capire se la Svizzera sarà teatro di una tregua o solo di una pausa nella competizione strategica del secolo.
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